L’ (IN)FACIDIABILITA’ DELL’IVA NELLE PROCEDURE CONCORSUALI E NELLA LEGGE N. 3 DEL 2012

Di Eva Di Venuta -

1.Premessa

Il Tribunale di Pistoia[1], chiamato a pronunciarsi in merito all’ammissibilità di una proposta di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento, ha affrontato l’annosa questione dell’infacidialibilità dell’IVA tanto nelle procedure concorsuali quanto in quelle previste dalla legge del 27 gennaio 2012, n. 3.

Nel rinviare alla recente pronuncia della Corte di Giustizia Europea[2], il Giudice adito ha dichiarato ammissibile la relativa proposta di accordo nonostante prevedesse la falcidia dell’IVA.

Il provvedimento, qui considerato, offre così l’occasione per ripercorrere l’excursus normativo che ha riguardato il trattamento dell’Iva nelle procedure di concordato preventivo per poi affrontare la questione se sia possibile o meno un’interpretazione dell’art. 7, comma primo, l. n. 3/2012 conforme ai principi  comunitari e costituzionali in materia di riscossione dell’IVA.

2.L’IVA come «super privilegio»

L’art. 7, comma primo, terzo periodo, l. n. 3/2012 prevede espressamente che: «In ogni caso, con riguardo ai tributi costituenti risorse proprie dell’Unione europea, all’imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate, il piano può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento».

Partendo dal dato letterale della norma, quindi, si potrebbe giungere alla conclusione di ritenere inammissibile ogni proposta che preveda la falcidia dell’IVA.

Tale disposizione era in perfetto accordo con l’art. 182 ter, l. fall., il quale prevedeva che, nella proposta di concordato preventivo con transazione fiscale, i tributi costituenti risorse proprie dell’Unione europea, l’IVA e le ritenute operate e non versate potevano essere soltanto dilazionati e ma non falcidiati.

Nonostante la giurisprudenza di merito[3] fosse orientata per l’inoperatività del divieto al di fuori delle ipotesi espressamente contemplate dall’art. 182 ter  l. fall., la Suprema Corte con due sentenze gemelle[4] aveva sancito che il divieto di falcidiazione dell’IVA doveva ritenersi applicabile ad ogni forma di concordato preventivo, anche senza l’istituto della transazione fiscale, in quanto discendente dal principio di intangibilità delle risorse dell’Unione Europea che imporrebbe il riconoscimento, a tale credito, di un trattamento peculiare ed inderogabile, applicabile a ogni forma di concordato[5].

In realtà, la norma in questione è stata sospetto di illegittimità costituzionale, tanto che il Tribunale di Verona, con ordinanza del 10 aprile 2013, aveva sollevato la relativa questione dinanzi la Corte Costituzionale, con riferimento agli artt. 160 e 182 ter l. fall., in violazione degli artt.li 3 e 97 Cost.

In particolare, il Tribunale di Verona aveva ritenuto che, prevedere esclusivamente la sola dilazione di pagamento del credito tributario, privava l’amministrazione finanziaria della possibilità di valutare autonomamente la convenienza di una proposta concordataria con transazione fiscale, e di aderirvi tutte le volte in cui questa consentisse un grado di soddisfacimento non inferiore rispetto all’alternativa liquidatoria fallimentare; con ciò violando gli art.li 3 e 97 Cost.

Tuttavia, la questione è stata ritenuta infondata dalla Consulta[6], la quale ha ribadito che il principio espresso dall’art. 182 ter l. fall. è conseguenza del divieto comunitario, in base al quale ogni Stato membro, non può disporre una rinuncia generale, indiscriminata e preventiva al diritto di procedere ad accertamento, verifica e riscossione del tributo in questione.

Pertanto, l’indisponibilità del tributo non poteva consentire la falcidiabilità dell’Iva, ma, al massimo, la sola previsione di una modalità dilatoria del suo pagamento.

3.La Corte di Giustizia dell’Unione Europea: si alla falcidia dell’IVA

In considerazione dell’incerto quadro normativo ormai delineatosi e nella difficoltà di giungere ad una decisione uniforme, tenendo peraltro conto della matrice europea del tributo e dell’ampia platea di interessi in gioco, il Tribunale di Udine[7], ha portato la questione innanzi alla Corte di Giustizia Europa.

Con la sentenza del 7 aprile 2016 la Corte di Giustizia ha espressamente affermato che: «L’art. 4, par. 3, TUE nonché gli art.li 2, 250, par. I e 273 della direttiva 2006/112/Ce del Consiglio del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, non ostano ad una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, interpretata nel senso che un imprenditore in stato di insolvenza può presentare a un giudice una domanda di apertura di una procedura di concordato preventivo, al fine di saldare i propri debiti mediante la liquidazione del suo patrimonio, con la quale proponga di pagare solo parzialmente un debito dell’imposta sul valore aggiunto attestando, sulla base di un esperto indipendente, che tale debito non riceverebbe un trattamento migliore nel caso di proprio fallimento».

La regola eurocomunitaria espressa è che gli Stati membri hanno l’obbligo di garantire il prelievo integrale dell’IVA sul territorio; la regola eurocomunitaria implicita e derivata è che gli Stati membri, qualora non sia possibile il prelievo integrale, devono garantire miglior prelievo possibile per come accertato nell’ambito di un procedimento sottoposto a controllo giurisdizionale e nell’ambito del quale sia garantita la possibilità di voto e di opposizione dello Stato membro.

Pertanto, il criterio selettivo di accesso[8] alla possibilità di poter presentare un accordo che prevede il parziale pagamento dell’IVA, è individuato nella migliore soddisfazione del credito rispetto all’alternativa liquidatoria.

Questo vale per tutti i concordati, con e senza transazione fiscale.

4.Revirement della Suprema Corte di Cassazione dopo la pronuncia della Corte di Giustizia Europa.

All’indomani della sentenza della Corte di Giustizia Europea sono maturati i tempi per un ripensamento da parte della Cassazione circa l’ambito di falcidiabilità dell’IVA nei concordati preventivi con o senza transazione fiscale.

In sintonia con quella parte della giurisprudenza di merito favorevole ad una lettura restrittiva della disposizione di cui all’art. 182 ter., l. fall., le Sezioni Unite[9] hanno affermato che l’infacidiabilità del credito IVA rappresenta un’eccezione alla regola della falcidiabilità dei crediti privilegiati anche tributari.

Eccezionalità, quella della transazione fiscale, confermata dal fatto che essa rimane facoltativa con la conseguenza che, spetta al debitore scegliere di accedere alla relativa disciplina, ed accedere ai benefici connessi[10].

Benefici da soli idonei  a giustificare l’esistenza di un divieto di falcidia; quando invece si ricade nell’ambito del concordato preventivo senza transazione fiscale dovrà ritenersi applicabile il principio della generalizzata falcidiabilità.

Pertanto, chiaro era il dictum delle Sezioni Unite: «La previsione dell’infacidiabilità del credito IVA di cui all’art. 182 ter L.F. trova applicazione solo nell’ipotesi di proposta di concordato fiscale».

4.1 Dopo la soluzione offerta  dalle Sezioni Unite, il quadro normativo, oggi, è radicalmente mutato.

Ed infatti, l’art. 1., comma 81, della L. 11 dicembre 2017, n. 232 (la c.d. Legge di Stabilità 2017) ha riformulato completamente l’art. 182 ter[11]., l. fall., ora rubricato «Trattamento dei crediti tributari e contributivi»[12] rendendo  obbligatorio l’istituto della transazione fiscale.

La nuova disciplina della transazione fiscale ha recepito i principi espressi dalla Corte di Giustizia UE nella sentenza 7 aprile 2016, in tema di falcidia di Iva, e delle ritenute operate e non versate.

La proposta, ovvero l’accordo, può prevedere la soddisfazione, anche soltanto parziale, ovvero dilazionato, di un credito tributario, compresi Iva e ritenute, prendendo quale parametro il cosiddetto “valore di mercato”.

Certo è, che si tratta solo di un recepimento parziale del principio espresso dalla Corte di Giustizia, in considerazione del fatto che il legislatore nulla dice in merito alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento disciplinate dalla l. n. 3/2012, nell’ambito delle quali il divieto di falcidia dell’IVA è rimasto invariato[13].

5. IVA e SOVRAINDEBITAMENTO

Sebbene, l’art. 7, comma primo, terzo periodo della l. n. 3/2012 continui a prevedere il divieto di falcidia dell’Iva nelle procedure di sovraindebitamento, la giurisprudenza di merito[14] più volte ha avuto modo di pronunciarsi sulla compatibilità tra l’art. 7 e la sentenza delle Corte di Giustizia Europa ancorché questa si sia espressa con riferimento alle procedure concorsuali.

Certo è che la questione deve essere affrontata rammentando il principio della prevalenza del diritto comunitario su quello interno[15] in forza del quale il giudice nazionale ha il potere-dovere di dare immediata applicazione alle norme dell’UE provviste di effetto diretto[16], con i soli limiti derivanti dai principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale o dei diritti inalienabili della persona[17].

Tuttavia, il problema della norma applicabile in caso di contrasto tra il diritto comunitario e quello interno rimane ogni qualvolta ci troviamo di fronte a norme non self – excuting[18], come in genere le direttive.

A tal riguardo, la supremazia dell’ordinamento comunitario viene garantita attraverso lo strumento dell’interpretazione conforme grazie al quale, spetta al giudice nazionale interpretare la norma nazionale in modo tale che sia conforme alle esigenze del diritto UE.

Fatte le necessarie premesse, tornando alla compatibilità tra l’art. 7, comma primo terzo periodo, della l. n. 3/2012 e la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il Tribunale di Pistoia sembra ricorrere allo strumento dell’interpretazione conforme.

In particolare, secondo il Tribunale toscano, nel caso di direttiva non self – excuting la norma sovranazionale può comunque rivestire, nei sistemi giuridici nazionali, un valore precettivo indiretto che si realizza mediante l’obbligo dell’esegesi conforme, il quale impone al giudice nazionale di interpretare le disposizioni nazionali in conformità al diritto dell’Unione Europea se questo non è direttamente applicabile[19].

Pertanto, secondo il giudice, i principi espressi nella sentenza della Corte di Giustizia sono applicabili a tutte le procedure concorsuali, compresa quella di sovraindebitamento, in cui sia accertata l’impossibilità di un realizzo maggiore del tributo nell’alternativa liquidatoria.

Del resto, l’accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento integra un modulo rapportabile a quello concordatario[20]e pertanto anche ad esso devono applicarsi i principi enunciati dalla Corte di Giustizia.

Ed infatti, tutti i requisiti ritenuti dalla Corte di Giustizia correttamente regolati nell’ambito del concordato preventivo, trovano sostanziale identità di disciplina anche nella procedura di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento, di cui agli art.li 6 – 12 della l. n. 3/2012.

Ad ogni buon conto il Tribunale di Pistoia rileva, che l’art. 7, comma 1, terzo periodo, l. n. 3/2012, laddove interpretato nel senso dell’inderogabilità della falcidiazione dell’IVA, anche nel caso in cui il piano consenta un realizzo maggiore per l’Erario rispetto all’alternativa liquidatoria,  presenterebbe profili di contrasto con l’art. 3 della Costituzione per violazione dei principi di uguaglianza e non discriminazione.

Perché mai l’imprenditore sottosoglia (sovraindebitato) non dovrebbe poter falcidiare l’IVA e quello soprasoglia si?[21]

Pertanto, il fatto che il trattamento dell’IVA nella procedura di sovraindebitamento risenta della pronuncia della Corte di Giustizia, comporta che anche per l’imprenditore non fallibile vi sarebbe la possibilità di pagare l’IVA in misura non integrale sempre a condizione che l’importo offerto sia superiore a quello che potrebbe essere ricavato in caso di liquidazione.

La soluzione accolta dal Tribunale di Pistoia è stata, inoltre, condivisa anche dal Tribunale di Torino, il quale ha  affermato la possibilità per l’imprenditore in stato di insolvenza di pagare in misura non integrale il proprio debito IVA anche nell’ambito delle procedure disciplinate dalle l. n. 3/2012[22].

Secondo il ragionamento del Tribunale, l’ipotesi dell’imprenditore o di colui che ha contratto debiti IVA, pur rientrando ora nella qualifica di consumatore, è del tutto identico a quello dell’imprenditore in concordato preventivo trattato dalla sentenza della Corte di Giustizia.

Del resto anche nelle procedure di sovraindebitamento sussistono tutti i presupposti che consentono la falcidia dell’Iva e degli altri tributi indicati dall’art. 7, ossia un debitore che mette a disposizione dei creditori tutti i suoi beni, un esperto indipendente (l’Occ) che attesta che il creditore non potrebbe trovare migliore soddisfazione in una procedura di liquidazione, la possibilità di voto per i creditori, compreso lo Stato e la possibilità di impugnare ogni eventuale decisione giudiziale.

In sintesi, il parametro per la falcidiabilità dell’Iva non dovrebbe essere quello della transazione fiscale, bensì quello indicato dalla Corte di Giustizia che invece consente una falcidia generalizzata per l’imposta sul valore aggiunto e per le ritenute operate e non versate.

Resta fermo tuttavia che, sebbene apprezzabile e condivisibile il ragionamento del Tribunale di Pistoia, l’attuale quadro normativo, per quanto interpretabile attraverso il filtro della normativa europea, sia ancora incerto tanto che imporrebbe al legislatore nazionale l’adozione di una regola che tenga conto delle indicazioni della Corte di Giustizia Europea.

Certo è che non è giustificabile, sul piano costituzionale e della coerenza dell’ordinamento, un differente trattamento dei crediti erariali per IVA e ritenute operate e non versate nelle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento rispetto alle procedure concorsuali disciplinate dalla novellata legge fallimentare[23].

[1] V. Tribunale di Pistoia del 26 aprile 2017.

[2] Si tratta della sentenza della CGUE., Sez. II, 7 aprile 2016,  con cui era stata dichiarata la piena legittimità sul piano comunitario di una normativa nazionale che consenta ad un imprenditore in stato di insolvenza di presentare una proposta di concordato preventivo avente ad oggetto il pagamento solo parziale di un debito I.V.A.

[3]Secondo la giurisprudenza di merito la regola dell’infacidiabilità dell’IVA doveva ritenersi applicabile solo nel caso di concordato accompagnato da transazione fiscale. Cfr. tra le tante Trib. di Milano, decreto  5 gennaio 2012; Trib. Benevento, 25 settembre 2014.

[4] Cfr. Cass., 4 novembre 2011, n. 22931 e 22932. Secondo i giudici di legittimità è che l’art. 182 ter non è norma processuale come tale connessa allo specifico procedimento di transazione fiscale, ma è di carattere sostanziale in quanto attiene al trattamento dei crediti nell’ambito dell’esecuzione concorsuale dettata da motivazioni che attengono alla pecularietà del credito e prescindono dalle particolari modalità con cui si svolge la procedura di crisi.

[5] A tale riguardo occorre ricordare che dagli articoli 1, e 273 della direttiva IVA (2006/112/CE) nonché dall’articolo 4, paragrafo 3, TUE emerge che gli Stati membri hanno l’obbligo di adottare tutte le misure legislative e amministrative atte a garantire il prelievo integrale dell’Iva nel loro territorio. In dottrina vedi De Quattro P., La falcidia del credito Iva nel concordato preventivo; profili europei e problematiche di diritto nazionale., in Giur. Commerciale, fasc. II, 2017, pag. 327 e ss.

[6] Cfr., Corte Cost., 25 giugno 2014, n. 225.

[7]Si tratta del noto caso «Degano Trasporti» in cui è stato presentato, innanzi al Tribunale di Udine, una domanda di concordato preventivo. Trovandosi in stato di crisi, essa intende liquidare in tal modo il suo patrimonio, al fine di provvedere al pagamento integrale di taluni creditori privilegiati e al pagamento in percentuale dei creditori chirografari e di creditori privilegiati di grado inferiore, per i cui crediti sostiene che non vi sarebbe comunque capienza, neppure in caso di fallimento. Tra questi ultimi vi era un debito IVA che la Degano Trasporti ha proposto di pagare parzialmente, senza vincolare tale proposta alla conclusione di una transazione fiscale. Per tale motivo il Giudice adito ha sospeso il procedimento e ha sottoposto alla Corte la relativa questione pregiudiziale.

[8]Giova sottolineare che il principio di intangibilità dell’Iva consente, comunque, la falcidiazione della stessa qualora la proposta assicuri un realizzo maggiore rispetto alle altre alternative liquidatorie, nell’ambito di una procedura che la Corte comunitaria definisce garantista in presenza delle seguenti condizioni: 1) approvazione della proposta concorsuale ai creditori non integralmente soddisfatti (tra i quali anche l’amministrazione finanziaria); 2) attestazione di un professionista indipendente della proposta che sia maggiormente satisfattiva dell’alternativa liquidatoria; 3) creditori possono comunque svolgere opposizione, rimettendo al giudice un ulteriore controllo (cfr. in dottrina LIMITONE G., La falcidia del credito iva dopo le sezioni unite  e il nuovo art. 182 ter l.f., in Ilcaso.it; D’Agosto L. e Criscuolo S., Il problema della falcidiabilità dell’iva nelle procedure di sovraindebitamento., in Ilcaso.it)

[9] Cfr. Sentenze Cass. SS. UU. 27 gennaio 2016, n. 26998 e SS. UU., 13 gennaio n. 760.

[10]Cfr. in dottrina De Quattro P., La falcidia del credito Iva nel concordato preventivo: profili europei e problematiche di diritto nazionale, in Giur. Comm., fasc. 2, 2017 pag. 327

[11] Prima della riforma l’art. 182 ter era rubricato come: «Transazione fiscale» e prevedeva espressamente che “Con il piano di cui all’art. 160 il debitore può proporre il pagamento parziale o anche dilazionato, dei tributi amministrati dalla agenzie fiscali . . . ad eccezione dei tributi costituenti risorse proprie dell’Unione Europea; con riguardo all’imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate, la proposta può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento”

[12] Attualmente l’art. 182 ter recita:« Con il piano di cui all’art. 160 il debitore, esclusivamente mediante proposta presentata ai sensi del presente articolo può proporre il pagamento parziale o anche dilazionato dei tributi amministrati dalle agenzie fiscali e dei relativi accessori amministrati dalle agenzie fiscali, nonché dei contributi amministrati dagli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie e dei relativi accessori, se il piano ne prevede la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali sussiste la causa di prelazione, indicato nella relazione di un professionista in possesso dei requisiti di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d)».

[13]In ogni caso, con riguardo ai tributi costituenti risorse proprie dell’Unione europea, all’imposta
sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate, il piano puo’ prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento (art. 7, comma primo, l. n.3/2012).

[14]Non solo il Tribunale di Pistoia, con decreto del 24 aprile 2017, ha ritenuto falcidiabile l’IVA nelle procedure della l. n. 3/2012 ma anche il Tribunale di Torino, con provvedimento del 7 agosto 2017, ha omologato l’accordo con il quale il debitore ha proposto la falcidia del credito IVA in una procedura di cui alla l. n. 3/2012.

[15]Nel nostro ordinamento la supremazia del diritto comunitario si rinviene sia nell’art. 11, primo comma della Cost., il quale prevede espressamente che: «L’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo»; sa nell’art. 117, primo comma, Cost., il quale statuisce che: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalla Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali»

[16]A tal proposito si fa riferimento a quelle norme self excuting (direttamente applicabili) in quanto contenenti disposizioni sufficientemente chiare e dettagliate e a tal proposito non richiedono un atto di recepimento da parte dell’ordinamento interno.

[17]Nella famosa sentenza della Corte giust. 15 luglio 1964, causa 6/64, Costa c. E.N.E.L. è stato espresso il principio della prevalenza del diritto comunitario rispetto al diritto interno. Ed infatti la CGUE ha statuito che «il diritto nato dal trattato non potrebbe, in ragione appunto della sua specifica natura, trovare un limite in qualsiasi provvedimento interno senza perdere il proprio carattere comunitario e senza che ne risultasse scosso il fondamento giuridico della stessa comunità. Il trasferimento, effettuato dagli stati a favore dell’ordinamento giuridico comunitario, dei diritti e degli obblighi corrispondenti alle disposizioni del trattato implica quindi una limitazione definitiva dei loro diritti sovrani, di fronte alla quale un atto unilaterale ulteriore, incompatibile col sistema della comunità, sarebbe del tutto privo di efficacia. l’art. 177 va quindi applicato, nonostante qualsiasi legge nazionale, tutte le volte che sorga una questione d’interpretazione del trattato».

[18]Le norme non self excuting non possono essere direttamente applicabili perché non contengono disposizioni sufficientemente dettagliate.

[19] In questi esatti termini si è espresso il Tribunale di Pistoia nel provvedimento che qui si commenta.

[20] Ed infatti, come sottolinea il Tribunale di Pistoia, le due procedure si accumunano per essere avviate previa domanda dell’imprenditore dinanzi al giudice competente che verifica la sussistenza dei presupposti di legge; per aver i creditori un ruolo attivo nella procedura, essendo chiamati a votare la proposta, che risulterà approvata secondo le prescritte maggioranze; per l’omologazione dell’accordo, che diviene vincolante per tutti i creditori anteriori in assenza di opposizioni, e per l’intervento di un professionista dotato dei requisiti di imparzialità e indipendenza.

[21] Cfr. in dottrina, LIMITONE G., La falcidia del credito IVA dopo le sezioni Unite e il nuovo art. 182 – ter L.F., pag. 4 e ss. Verrebbe, quindi, a determinarsi un’irrazionale ed intollerabile discriminazione a carico di quella particolare categoria di debitori cui, per i loro requisiti dimensionali o per il tipo di attività svolta, l’art. 1, comma 2, L. fall., preclude l’accesso al concordato preventivo con transazione fiscale e, quindi alla falcidiabilità dell’IVA.

[22]Provvedimento del 7 agosto 2017, con il quale il Tribunale di Torino ha dichiarato l’inammissibilità del piano del consumatore ma ha omologato una proposta di accordo.

[23]Di questo avviso Stasi E., Il dictum delle Sezioni Unite  sulla falcidiabilità dell’Iva nel concordato senza transazione fiscale, in Il Fallimentarista.it.

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