Interesse ad agire del socio, domande nuove ed effetti della sentenza sulla validità di delibere successive nei giudizi di impugnazione di delibere assembleari

Con riferimento alle impugnazioni di deliberazioni assembleari che deducono vizi di annullabilità, l’interesse ad agire è da ritenersi consustanziale alla stessa qualità di socio che sia per legge legittimato all’impugnazione, indipendentemente da ogni accertamento circa l’effetto che l’invalidità della delibera possa in linea ipotetica provocare sulle delibere successive (nella specie, si è affermato l’interesse del socio-amministratore unico a impugnare una delibera di revoca dell’amministratore a prescindere dall’impugnazione delle successive delibere di nomina di un nuovo organo amministrativo, di approvazione del bilancio, di azione di responsabilità verso l’amministratore revocato, di aumento del capitale). Nel sistema delle impugnazioni delle delibere societarie non è possibile configurare un automatico effetto a cascata dell’inefficacia degli acquisti societari in violazione del diritto di prelazione sulle delibere approvate con il voto del socio titolare delle quote inefficacemente acquistate: essendo tale fattispecie sussumibile nella categoria delle violazioni di contratto e qualificabile come vizio di annullabilità della deliberazione, quest’ultima dev’essere impugnata nei termini di legge altrimenti rimane valida ed efficace. La domanda relativa alla caducazione a cascata di delibere adottate successivamente a quella impugnata, formulata con la memoria ex art. 183, comma 6, n. 1, c.p.c., costituisce domanda nuova e come tale inammissibile.

Di Ulisse Corea -

T. Milano, sez. impr., 18 febbraio 2016

Il Tribunale di Milano affronta con il provvedimento qui pubblicato diverse questioni in materia di impugnative di delibere societarie. Ne segnaliamo tre che ci sembrano particolarmente interessanti sotto il profilo processuale, rinviando il lettore al testo allegato della sentenza per una migliore comprensione dei fatti di causa e per l’analisi di ulteriori temi di diritto sostanziale non meno rilevanti.

Con la prima statuizione sopra massimata, il Tribunale afferma la sussistenza dell’interesse del socio-amministratore unico a impugnare la delibera con cui era stata disposta la sua revoca dalla carica di amministratore, a prescindere dagli effetti che il suo annullamento potesse provocare sulle delibere successivamente adottate.

La pronuncia si conforma a un indirizzo della giurisprudenza di legittimità secondo cui l’interesse ad agire del socio impugnante deve ritenersi insito in tale sua qualità e presunto dal legislatore al semplice verificarsi delle condizioni prefissate, non dovendosi tradurre la violazione denunciata in un effettivo pregiudizio per il medesimo (Cass. 2968/95; 10814/96). Si tratta, peraltro, di un tema assai risalente e controverso, quanto il dibattito sulla possibilità di ammettere la stessa esistenza di tale istituto per le azioni costitutive, da taluni revocata in dubbio ritenendolo in re ipsa (Attardi, L’interesse ad agire, Padova, 1958, 153). Mentre, secondo altro orientamento, anche nelle azioni costitutive occorre riconoscere che talora la sentenza di accoglimento potrebbe non rivestire alcuna utilità per l’attore (Sassani, Note sul concetto di interesse ad agire, Rimini, 1983, 30 ss). In particolare, in ambito societario, il problema si è posto con riferimento alle impugnative di bilancio, nelle quali spesso si è ritenuta necessaria la dimostrazione di un pregiudizio per il socio derivante dalla violazione della norma, benché si sia poi precisato come tale pregiudizio non debba essere necessariamente patrimoniale ma anche solo connesso con la sfera dei diritti sociali (ad es., il diritto alla corretta, chiara e veritiera rappresentazione di bilancio: da ultima, in tal senso, Cass., 23 febbraio 2012, n. 2758).

Più in generale, si è ritenuto che l’interesse ad agire debba sussistere anche nelle impugnative delle delibere assembleari, ma il suo difetto potrebbe affermarsi solo allorché la caducazione dell’atto non produca alcun effetto utile nella sfera dell’impugnante ovvero quando gli effetti sostanziali prodotti dalla delibera siano divenuti giuridicamente immodificabili (Villata, Impugnazione di delibere assembleari e cosa giudicata, Milano, 2006, 202, al quale si rinvia per la diffusa trattazione del tema). Così come si è rilevato che interesse ad agire e lesione dell’interesse sottostante alla norma violata non coincidono, posto che la delibera può essere invalida e impugnabile anche se ha leso un interesse di cui l’impugnante non è titolare (la legge riconoscendogli la legittimazione a impugnare anche la delibera concretamente lesiva dei diritti di altri soci: ancora Villata, op. cit., 207).

Per quanto attiene alla seconda massima, essa evoca il tema degli effetti della sentenza di annullamento sulle delibere successive dipendenti. Nella specie, in verità, si afferma che l’inefficacia (dichiarata dal tribunale) di un acquisto di quote sociali effettuato in violazione del diritto di prelazione statutariamente previsto, non comporta l’automatica inefficacia delle delibere adottate con il voto dei soci il cui acquisto sia per l’appunto inopponibile alla società e pertanto non legittimati al voto. Sul tema, la giurisprudenza si è mossa con qualche esitazione, da un lato restringendo l’effetto “caducante” sulle delibere dipendenti sul rilievo che il vizio della delibera impugnata avrebbe dato vita ad un’ipotesi di invalidità della seconda delibera regolata dall’art. 2377 c.c., e quindi da farsi valere nel prescritto termine di decadenza (Cass., 1 aprile 1982, n. 2009); dall’altro, in un caso in cui si è riscontrato che più delibere si trovassero tra di loro strettamente connesse per l’esistenza di una vera e propria unità di destinazione, sì da costituire “in realtà elementi ciascuna di un’unica delibera a contenuto complesso”, si è invece giustificata la comunicazione del vizio di invalidità al di fuori di una specifica impugnazione delle altre delibere (Trib. Ancona, 18 gennaio 2002, in Giur. comm., 2003, II, 246).

La soluzione adottata dalla sentenza che si annota è del tutto condivisibile, alla luce dei chiarimento che la dottrina ha saputo offrire (Villata, op. cit., 446), partendo dal presupposto della sussistenza di un nesso, più o meno forte, di pregiudizialità-dipendenza tra delibere e tra i relativi giudizi di impugnazione. Sono state così individuate tre diverse possibili situazioni. In un primo gruppo sono stati annoverati i casi di delibere collegate da un nesso di dipendenza talmente stretto da escludere che l’atto dipendente possa trovare attuazione in assenza del suo presupposto giuridico, sì da ritenere applicabile il principio della caducazione automatica anche in assenza di specifica impugnativa (si pensi alla delibera di approvazione del bilancio e alla connessa delibera di distribuzione di utili). In un secondo gruppo, verosimilmente il più corposo, vengono accomunati i casi in cui tra due delibere vi sia un rapporto di “presupposizione” tale da determinare nel secondo atto un vizio di invalidità derivata che necessita, però, di essere fatto valere a mezzo di specifica impugnazione: in questi casi, è rinvenibile un nesso di pregiudizialità-dipendenza tra i giudizi impugnatori, atteso che la pronuncia di invalidità della prima delibera rappresenterebbe un elemento costitutivo della fattispecie oggetto del secondo processo (ad es. la delibera di bilancio rispetto alla successiva delibera di abbattimento o reintegrazione del capitale ). Una terza ed ultima categoria si fonderebbe, infine, sul carattere precettivo della sentenza di annullamento che avrebbe lo scopo di impedire l’illegittima reiterazione del potere in violazione della regola da essa posta: qui non si sarebbe in presenza di vizi derivati della delibera successiva, bensì di vizi autonomi per quanto identici, anche in tal caso da farsi valere con autonoma azione di impugnativa.

Da ultimo, il Tribunale dichiara inammissibile la domanda di annullamento di delibere emesse successivamente alla impugnativa della delibera di revoca dell’amministratore, sul rilievo della novità della domanda stessa anche alla luce della recente rivisitazione della questione della mutatio libelli  da parte della S.C.

Anche tale decisione deve condividersi.

Non vi è dubbio infatti che l’impugnativa di una diversa delibera costituisca una domanda nuova (diversità di petitum e di causa petendi), come tale non proponibile con le memorie previste dall’art. 183 c.p.c. (come nella specie era invece avvenuto). Non è peraltro predicabile la formulazione di una domanda nuova di annullamento di altra successiva delibera neanche in prima udienza (pur se tempestiva rispetto al termine decadenziale), a meno che la stessa non risulti derivare dalle eccezioni sollevate dal convenuto (a norma del quinto comma dell’art. 183 c.p.c.), ipotesi difficilmente riscontrabile nelle impugnative societarie.

Altrettanto dicasi per l’introduzione di domande nuove consistenti nella prospettazione di nuovi motivi di illegittimità.

Come ho già potuto dimostrare (Corea, La sospensione delle deliberazioni societarie nel sistema della tutela giurisdizionale, Torino, 2008), nel modello impugnatorio, i motivi di illegittimità costituiscono gli specifici fatti costitutivi del potere di impugnare e precludono al giudice di conoscere di profili ulteriori non denunziati dal ricorrente.

Ne dà autorevole conferma una nota sentenza della Cassazione, la quale ha affermato che allorché una deliberazione di approvazione del bilancio sia impugnata per nullità con riguardo ai vizi afferenti diverse poste del documento, il giudice è tenuto a esaminare l’intera gamma delle censure proposte, in quanto deve ritenersi contestualmente avanzata una pluralità di domande, aventi stesso petitum, ma distinte causae petendi e corrispondenti a ciascuna delle poste contestate, per le quali sussiste l’interesse dell’attore ad una pronuncia che esamini le censure rivolte a ognuna delle poste contestate, dal momento che egli ha diritto a ottenere l’intera gamma delle informazioni che la legge vuole siano fornite e che la pronuncia giudiziale di nullità obbliga i competenti organi sociali ad approvare un bilancio nuovo esente dai vizi riscontrati. E ciò anche qualora l’esito dell’impugnativa, in virtù dei motivi di gravame, risulti comunque non pregiudicato dal passaggio in giudicato di una delle rationes decidendi (Cass. 23.2.2012, n. 2758, in Società, 2012, 941).

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