“Inesistenza” e “nullità”: spunti critici dal diritto processuale

Sommario: 1. Premessa. Nullità e inesistenza della notificazione: presupposti e conseguenze. Considerazioni di sistema. – 2. “Qualificazione” dell’atto nullo e “inqualificazione” dell’atto inesistente: critica. La c.d. inesistenza della notificazione quale fenomeno giuridicamente rilevante – 3. Inesistenza materiale della notifica e valutazione giuridica. – 4. Problema: utilità pratica della distinzione tra nullità e inesistenza della notificazione. – 5. Inesistenza e disciplina positiva: in particolare, art. 156, commi 2 e 3, cod. proc. civ. – 6. Inesistenza e rinnovazione ex art. 291 cod. proc. civ. – 7. Inesistenza e spontanea costituzione del convenuto. – 8. Conclusioni.

Di Marcello Mazzuca -

1. Il rapporto tra nullità e inesistenza esprime decisamente (e storicamente[1]) uno snodo tra i più problematici dell’intera teoria dell’invalidità degli atti giuridici.

L’estraneità dell’inesistenza dalle categorie espressamente contemplate dal diritto positivo ha, infatti, tradizionalmente suscitato seri (e mai sopiti) dubbi in ordine alla configurabilità anche soltanto concettuale dell’istituto[2], il quale purtuttavia è ritenuto indispensabile, in talune interpretazioni[3], al fine di attuare una concreta esigenza del sistema: quella di edificare una categoria idonea a conchiudere gli atti (ovvero i “non-atti” [1]) radicalmente incapaci di produrre qualsivoglia effetto giuridico[4].

La complessità delle questioni coinvolte dal tema, che invero si irradia in ogni ambito del sistema giuridico[5], si esprime, con particolare vigore, nell’ambito del diritto processuale[6], il quale segnala la difficoltà degli interpreti di selezionare principi (sempre) condivisi[7], capaci di ordinare le regole espresse dai tribunali in tema, appunto, di patologia degli atti processuali[8].

La copiosa casistica giurisprudenziale è invero testimone, in quest’ultimo contesto, di una notevole conflittualità di interessi, la quale è alimentata dalla varietà delle norme che fissano i requisiti di validità dell’atto processuale[9] e/o delle regole che presiedono alla relativa notificazione.

In particolare, l’interprete riceve un’importante sollecitazione di indagine proprio dal tema della nullità e/o inesistenza della notifica dell’atto, il quale – battuto da tempi ormai risalenti[10], ma continuamente riproposto dalla prassi[11] – merita un’attenzione particolare in virtù delle notevoli differenze scaturenti dai diversi approcci ermeneutici, sul piano della concreta tutela giudiziale degli interessi[12].

Il campo d’indagine prescelto investe, dunque, i presupposti e le conseguenze dell’articolazione dell’invalidità della notificazione nelle due forme della nullità e dell’inesistenza, la quale sembra destinata a resistere, in virtù dei più recenti arresti pretori[13], a qualunque tentativo di negare, in nuce, la fondatezza e, al contempo, l’utilità della distinzione[14].

E così, premessa l’attitudine – per così dire – inclusiva della categoria della nullità[15], l’inesistenza della notificazione sembrerebbe configurabile soltanto – e necessariamente – nell’ipotesi di totale mancanza dell’atto (c.d. inesistenza materiale); ovvero, alla stessa stregua, là dove l’atto, pur materialmente esistente, dovesse risultare privo degli elementi costitutivi essenziali capaci di rendere riconoscibile – sotto il profilo sociale – e qualificabile – sotto il profilo giuridico[16] – l’atto stesso, appunto, come notificazione, sia pure invalida (c.d. inesistenza giuridica)[17].

L’antinomia strutturale dell’atto inesistente rispetto a quello (semplicemente) nullo è corredata, in questi indirizzi, da conseguenze decisamente contrapposte, giacché la notificazione inesistente parrebbe definitivamente inetta a produrre qualsivoglia effetto, sia pure soltanto in via potenziale; e, segnatamente, parrebbe escludere l’operatività di tutte le regole volte ad ammettere, sia pure in ipotesi – soltanto per così dire – eccezionali, l’efficacia della notifica nulla.

E dunque, con particolare riguardo alla sanatoria per raggiungimento dello scopo – ex art. 156 cod. proc. civ. -, la notifica inesistente sembrerebbe assolutamente insuscettibile di recupero, in ossequio all’affermazione a tenor della quale “ciò che non esiste, mai potrebbe raggiungere scopo alcuno”[18]; e, in tale logica sillogistica, neppure la spontanea costituzione del convenuto (e/o resistente) parrebbe sufficiente ad instaurare validamente il contradditorio tra le parti[19].

L’apparente ineccepibilità, sotto il profilo logico[20], di siffatta costruzione potrebbe apparire convalidata, altresì, sotto il profilo sistematico, giacché anche gli atti negoziali in genere – sia pure con voci autorevolmente (e risolutamente) dissonanti[21] – parrebbero sottoposti alla medesima dinamica tra nullità e inesistenza[22], la quale sembrerebbe – oggi come ieri[23] – confermare la assoluta “irrecuperabilità” del c.d. negozio inesistente e, per tale via, negare l’operatività di qualunque strumento di conversione e/o convalida[24].

La disciplina così concepita sembra delineare, tuttavia, taluni profili (se non di contraddizione, quantomeno) di dissonanza con le regole espresse, in tema di rinnovazione degli atti per ordine del giudice[25], dall’art. 291 cod. proc. civ., il quale è ritenuto applicabile[26] anche alle ipotesi di inesistenza della notifica, nonostante il tenore testuale della norma sembri esplicitamente presupporre – qui più che altrove – l’esistenza di un atto, appunto, da rinnovare[27].

L’apparente incoerenza del sistema sembra dunque sollecitare talune considerazioni di respiro problematico, le quali devono essere orientate a verificare la tenuta delle regole sopracitate rispetto all’indirizzo teleologico ed assiologico espresso dal diritto processuale[28], più complessivamente inteso.

2. L’ambizione operativa delle seguenti considerazioni non può esimere dallo svolgimento, in via preliminare, di qualche – pur minima – riflessione di rilievo concettuale.

Nella direzione tracciata è necessario riflettere, innanzitutto, sulla persuasività della costruzione volta a relegare la notifica inesistente nell’alveo della c.d. inqualificazione[29]; val quanto dire dei fenomeni (o, se si vuole, dei non-fenomeni) che si pretenderebbero del tutto estranei alla considerazione dell’ordinamento giuridico[30].

Tale ultima prospettiva è gravemente pregiudicata da un approccio di tipo atomistico, il quale tende a segmentare la valutazione giuridica nei due tratti, cronologicamente e logicamente consequenziali, dell’interpretazione e della qualificazione[31], sì da intendere quest’ultima – ancora una volta[32] – quale criterio fondato sulla sussunzione del fatto all’interno degli schemi pre-fissati del legislatore. In quest’ultima ottica, infatti, la radicale deviazione della notifica inesistente dal modello legale predisposto dal legislatore si dovrebbe giudicare quale ragione sufficiente a giustificarne la “inqualificabilità” e, dunque, la non valutabilità da parte dell’ordinamento.

Di là dalle inevitabili (e forse insuperabili) difficoltà che, in linea generale, ne deriverebbero sul piano della distinzione tra nullità e inesistenza[33], la prospettiva ermeneutica – ampiamente sconfessata dalle migliori indicazioni della dottrina[34] – cede tuttavia, nel caso di specie, dinanzi alle fattispecie concretamente ricondotte alla c.d. notifica inesistente, le quali, lungi dal rifiutare la valutazione dell’ordinamento, al contrario la presuppongono o, comunque, la invocano.

Ed infatti, la disarticolazione della notifica inesistente nelle due “categorie” a) dell’inesistenza storica (o materiale) e b) dell’inesistenza (non a caso) giuridica rende ictu oculi insurrogabile, quantomeno nell’ipotesi di inesistenza giuridica, una valutazione alla luce delle norme dettate, in tema di notificazione, dal diritto processuale, al fine di  selezionare la “risposta” dell’ordinamento[35], in punto di disciplina e sia pure in termini meramente negativi.

E così dunque, pur volendo – quantomeno in parte – condividere, sul piano (soltanto) regolamentare, i più recenti indirizzi giurisprudenziali, non sembra in ogni caso revocabile in dubbio che l’insanabilità della notifica effettuata ad opera di un soggetto “incapace” – val quanto dire privo della possibilità giuridica di eseguirla[36] – costituisca senz’altro esito di una valutazione giuridica, prossima al procedimento qualificatorio.

3. Considerazioni diverse potrebbe semmai suscitare l’ipotesi di inesistenza materiale di qualunque pur minimo frammento del procedimento di notificazione[37], là dove, in questo caso, l’inqualificabilità – o, in altri termini, la non valutabilità da parte dell’ordinamento, potrebbe apparentemente rinvenire più solidi argomenti.

Il tenore testuale delle norme dettate in tema di patologia della notificazione e, tra queste, gli artt. 156 e 161 cod. proc. civ., parrebbero tutte presupporre, in qualche misura, una quantomeno minimale realtà fenomenica, la cui totale mancanza potrebbe non soltanto precludere la produzione di qualunque effetto giuridico, quanto persino negare, appunto, la stessa astratta valutabilità del (non)fatto, a cagione dell’inettitudine di esso a delineare qualsivoglia ipotesi di conflitto di interesse e/o ad esprimere una esigenza di tutela purchessia.

Tale conclusione sembrerebbe d’altro canto ratificata anche da considerazioni di immediato rilievo logico, giacché potrebbe risultare quantomeno azzardato predicare la valutabilità della notifica “materialmente inesistente” là dove, con essa, si dovesse immaginare di assorbire, nell’alveo del giuridicamente rilevante, tutto ciò che – si consenta l’espressione quasi elegiaca – mai è stato.

La praticabilità di una tale interpretazione potrebbe ricevere, tuttavia, una ratifica conclusiva soltanto ove risultasse coerente con gli esiti di una valutazione sistematica e funzionale delle altre norme espresse dal diritto processuale, sì da convalidare o disattendere l’esito ermeneutico propugnato alla luce della coerenza (logica ed assiologica) dell’intero complesso normativo.

In tale direzione, un’obiezione capace di confutare la persuasività dell’asserzione sembra invero provenire dalla generale competenza dell’ordinamento a qualificare i fatti e, dunque, dall’attitudine delle norme a valutare non soltanto l’“accaduto” ma anche il “non-accaduto”.

In altri termini, la potenzialità del “non-fatto” (o se, si vuole, dell’evento negativo), a costituire oggetto della previsione normativa, legittima seri dubbi in ordine alla necessaria simmetria, sottesa agli indirizzi criticati, tra inesistenza materiale della notifica e inqualificabilità giuridica.

Pur senza attribuire, alla sintesi seguente, l’ambizione di assumere portata conclusiva, non pare azzardato evidenziare che la rilevanza giuridica del “non-fatto” è – quantomeno – rinvenibile nelle ipotesi in cui a) la disposizione normativa prenda in esplicita considerazione, quale risultato atteso o dovuto, la possibilità che un fatto non si avveri; b) il “non-fatto” costituisca la violazione di un obbligo positivo desunto dalla norma; c) il “non-fatto” sia implicitamente preso in considerazione dalla norma, quale presupposto per la produzione di un effetto “altro”.

Le ipotesi tracciate sembrano invero pienamente riferibili alla dinamica del diritto processuale, il quale predispone un apparato di regole che talvolta delinea l’omessa notifica quale presupposto imprescindibile per l’adozione di provvedimenti giurisdizionali; e talaltra annovera, sia pure implicitamente, l’ipotesi di inesistenza materiale della notifica tra i presupposti legittimanti l’adozione di provvedimenti giurisdizionali.

In particolare, il provvedimento dichiarativo dell’inefficacia del decreto ingiuntivo, ex artt. 644 cod. proc. civ. e 188 disp. att. cod. proc. civ., presuppone esplicitamente l’omissione della notifica del provvedimento di ingiunzione, sino al punto da essere persino non adottabile nelle ipotesi in cui la notifica sia soltanto nulla[38]. Ed ancora, l’inesistenza materiale della notifica dell’atto introduttivo del giudizio è contemplata – sia pure, in questo caso, implicitamente – tra i presupposti che legittimano, o in taluni casi impongono, la cancellazione della causa dal ruolo, ex art. 307 cod. proc. civ.

Tali pur minime considerazioni sono dunque probabilmente già da sole sufficienti a negare la pretesa irrilevanza giuridica dell’omessa notifica, la quale sembra inevitabilmente destinata ad assumere la natura di evento[39], o se si vuole “non-atto”, giuridicamente rilevante[40].

4. Le riflessioni sin qui stese rifiutano, dunque, la radicale negazione di qualsivoglia “valutazione giuridica” in tutte le ipotesi di c.d. notificazione inesistente.

Una siffatta conclusione parrebbe pertanto ravvicinare la nullità e l’inesistenza della notificazione, sì da richiamare nuovamente in causa le disposizioni contemplate dal dettato legislativo in tema di nullità della notifica, al fine di appurare se le norme vigenti possiedano una capacità inclusiva delle esigenze di tutela sottese alle ipotesi normalmente ricondotte all’inesistenza.

La verifica è, invero, imprescindibile al fine di risolvere un interrogativo fondamentale: e cioè se nel diritto processuale, per dirla con le parole di un autorevole Giurista, di là da ogni “condizionamento storico” e concettuale, la distinzione tra nullità ed inesistenza risponda comunque ad “un’esigenza concreta”[41].

5. Nella direzione appena tracciata il rapporto tra nullità ed inesistenza si riduce dunque ad un problema di diritto positivo[42], sì che l’utilità del concetto di inesistenza (della notificazione) deve essere valutato alla stregua dei principi e delle regole espressi dal diritto processuale.

Quel che si vuol dire, nella sostanza, è che l’interrogativo proposto deve trovare risposta alla luce di un’interpretazione della disciplina positiva della nullità (soltanto) degli atti processuali, sì da verificare se le regole positive possiedano l’attitudine ad espungere gli atti “materialmente e/o giuridicamente inesistenti” dal novero dei casi di recuperabilità. Con ciò volendo sottendere che ove pure fosse dimostrata, in questo caso, l’inutilità del concetto d’inesistenza, la medesima conseguenza non potrebbe automaticamente predicarsi con riferimento, tra gli altri, agli atti negoziali di diritto sostanziale, giacché le regole ed i principi da assumere quale parametro di verifica sarebbero, in quel caso, tutt’affatto differenti.

Ed invero, con riferimento alla patologia degli atti, i principi recepiti dal diritto processuale sono, come noto, sensibilmente differenti rispetto a quelli propri del diritto sostanziale, giacché sono dominati non già dalla tendenziale insanabilità dell’atto nullo, quanto, al contrario, dal principio (opposto) di strumentalità delle forme, il quale si esprime, innanzitutto, nella nullità degli atti privi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo (art. 156, comma 2, cod. proc. civ.); e, al contempo, nel recupero dell’atto viziato in tutti i casi di conseguimento dello scopo al quale esso era destinato (art. 156, comma 3, cod. proc. civ.).

Un’esegesi delle norme orientata dalla ricerca del profilo teleologico funzionale indica, dunque, quale oggetto della valutazione legislativa, la compatibilità, in concreto, dell’atto viziato rispetto allo scopo perseguito (non tanto dall’atto in sé, quanto piuttosto) dall’ordinamento[43], il quale, nel caso della notificazione, è evidentemente quello di provocare la conoscenza dell’atto (da notificare) da parte del destinatario[44], attraverso la certezza legale che esso sia entrato nella sua sfera di conoscibilità[45].

Posti quali cardini della valutazione normativa, da un lato, l’atto (di notifica) e, dall’altro, la conoscenza (dell’atto da notificare), le regole sopracitate sembrano dunque considerare, sia pure soltanto negativamente e nella misura in cui escludono la sanatoria per raggiungimento dello scopo, l’eventualità che la conoscenza non possa essere conseguita a causa della (troppo) grave patologia del primo o, per un irrefutabile ragionamento a fortiori, della sua totale omissione.

In altri termini, le regole incluse dall’art. 156 cod. proc. civ. sembrano già da sole escludere la sanatoria per conseguimento dello scopo nelle ipotesi normalmente ricondotte ai casi di inesistenza, sì da negare fondamento (anche) alla paventata “utilità”, sotto il profilo regolamentare, della categoria, la quale, in tal guisa, potrebbe tutt’al più assumere una valenza meramente descrittiva.

6. Per altro verso, l’impossibilità di espungere l’omessa notificazione dal novero dei fatti giuridicamente rilevanti sembra corroborare anche le più attuali interpretazioni dell’art. 291 cod. proc. civ. L’applicabilità della disposizione alle ipotesi di notificazione omessa o gravemente viziata è stata infatti tradizionalmente ostacolata, in taluni indirizzi ermeneutici, – pressoché esclusivamente[46] – dall’asserita irrilevanza giuridica della notifica inesistente, dalla quale si è preteso di ricavare “l’impossibilità concettuale”[47] di applicare la norma sopracitata. Negata adesione alla premessa fondamentale, è dunque ragionevole convenire, con la giurisprudenza più recente[48], in ordine alla considerazione dell’omessa notifica alla stregua di evento che influisce sì negativamente sulla vocatio in ius, ma non al punto da precludere, in ogni caso, la rinnovazione degli atti su ordine del giudice quando questa possa conseguire in concreto gli scopi perseguiti dall’ordinamento.

Tale conclusione è, oltretutto, non soltanto coerente con la tradizionale configurazione della notificazione alla stregua di procedimento[49], quanto persino (probabilmente) imposta dal principio di conservazione degli effetti degli atti giuridici e da insurrogabili esigenze di economia processuale[50].

Sebbene diversamente argomentate, le regole espresse dalla prassi sembrerebbero dunque in ogni caso ratificate, là dove il ragionamento sin qui condotto ha comunque confermato l’esclusione dell’applicazione dei “meccanismi” sananti ex art. 156 cod. proc. civ., per i casi comunemente ricondotti alla notifica “inesistente”; e, al contempo, ha avvalorato anche l’operatività dell’art. 291 cod. proc. civ.

E tuttavia, la convalida degli indirizzi pretori non può essere altro che parziale, giacché l’interpretazione teleologica e sistematica delle disposizioni sopracitate è capace di revocare in dubbio la radicale esclusione di qualsivoglia efficacia sanante in capo alla spontanea costituzione del convenuto, nei casi di notifica inesistente.

7. In quest’ultimo contesto, l’inettitudine della costituzione del convenuto ad instaurare il contradditorio nei casi di notifica inesistente è generalmente predicata sulla base, ancora una volta, dell’inapplicabilità dell’art. 156 cod. proc. civ., il quale tuttavia non è deputato ad assumere per l’interprete la portata di norma di riferimento esclusiva.

Ed invero, posta l’esigenza fondamentale di rendere – quantomeno – conoscibile l’esistenza del giudizio da parte del convenuto, la volontaria costituzione di questi è (piuttosto che astrattamente riconducibile ai principi espressi dall’art. 156 cod. proc. civ.) esplicitamente contemplata dall’art. 291 cod. proc. civ. quale condotta senz’altro idonea ad attestarne la conoscenza piena ed effettiva.

La norma appena richiamata surroga pertanto, quale oggetto della valutazione normativa, “l’elemento materiale” della notifica – contemplato dall’art. 156 cod. proc. civ. – con quello della iniziativa (per così dire) spontanea del convenuto; sì che, dunque, nei casi di volontaria costituzione del convenuto le vicende attinenti alla notifica (stricto sensu intesa) sono destinate a perdere qualunque rilievo, giacché lo scopo perseguito dalla legge si deve ritenere certamente e concretamente conseguito[51].

La conclusione è del resto pienamente congruente (persino) con il tenore testuale dello stesso art. 291 cod. proc. civ. e dell’art. 183, comma 1, cod. proc. civ., i quali, in tema di introduzione del giudizio, assoggettano esplicitamente l’adottabilità dei provvedimenti di rinnovazione alla circostanza che il convenuto non sia comparso.

Né, d’altra parte, la conclusione può essere inficiata dalla circostanza che la costituzione in giudizio potrebbe avvenire al solo fine di eccepire l’inesistenza della notificazione, la quale potrebbe pregiudicare l’istaurazione del giudizio sulla base di un presunto rilievo della volontà di accettare il contraddittorio o, ancora, di una presunta violazione dei diritti di difesa.

A conforto della tesi qui sostenuta basterebbe invero osservare, sotto il primo profilo, che nel sistema processuale anche soltanto la mera conoscibilità dell’atto da notificare è esplicitamente contemplata quale ragione sufficiente all’instaurazione del rapporto processuale (in contumacia), e dunque a prescindere da qualsivoglia espressione di volontà (assertiva o contraria) del convenuto[52]. Argomenti di segno opposto neppure potrebbero esser tratti dal radicato indirizzo ermeneutico secondo il quale, nei casi di notificazione nulla, la costituzione in giudizio da parte del convenuto esclude qualsivoglia decadenza ai danni dell’attore, pur là dove la costituzione sia intervenuta al solo preteso fine di eccepire la nullità della notificazione dell’atto introduttivo[53]. L’impiego di una logica sillogistica potrebbe invero far desumere, a contrario, da tale indirizzo, una conferma della necessità di applicare una disciplina differente nei casi notificazione nulla rispetto a quella inesistente, giacché la volontaria costituzione in giudizio si potrebbe anche qui ritenere presupposto sanante dell’atto nullo; val quanto dire mezzo per conseguire lo scopo dell’atto ai sensi dell’art. 156 cod. proc. civ.

Ma, a ben vedere, tale prospettiva non potrebbe trovare accoglimento nella misura in cui risulterebbe fondata, ancora una volta, su una “sovrapposizione di piani”, la quale imputa alla notificazione il ruolo di strumento esclusivo ed insurrogabile per la conoscenza del giudizio, secondo conclusioni che tuttavia, come si è tentato di dimostrare, non sono recepite (ed anzi sono smentite) dal diritto processuale[54].

Per altro verso, sotto il profilo della paventabile violazione del giusto processo, essa potrebbe conseguire soltanto alla lesione del contraddittorio, la quale è recisamente esclusa dal diritto del convenuto volontariamente costituto di ottenere in ogni caso[55] – ex art. 164, comma 3, cod. proc. civ. – una nuova udienza nel rispetto dei termini di legge, al fine di sanare i vizi relativi alla violazione dei termini di comparizione.

8. Le riflessioni sin qui formulate si concedono ad alcune notazioni di sintesi.

Si è, innanzitutto, tentato di dimostrare l’erroneità della prospettiva tesa ad affermare l’irrilevanza giuridica della c.d. notifica inesistente, la quale si deve ritenere infondata non soltanto sulla base di argomenti concettuali ma, viepiù, anche espressamente desumibili dal dettato legislativo. Su questa premessa si è dunque cercato di prospettare una disciplina congrua all’indirizzo teleologico del sistema processuale, il quale sembra perseguire l’obiettivo fondamentale della conoscenza del giudizio mediante un apparato normativo che invero esclude la portata esclusiva della notificazione quale strumento, appunto, di conoscenza. In tal guisa, si è delineata l’inapplicabilità, dinanzi alla c.d. notifica inesistente, di quelle norme che presuppongono, ai fini della conoscenza del giudizio, il compimento di un atto dotato di taluni pur minimi connotati essenziali; e, al contrario, l’operatività di quelle regole che dall’atto in sé prescindono.

L’indirizzo esegetico prescelto non induce, tuttavia, come pure potrebbe apparentemente risultare, la libera ed assoluta surrogabilità della notifica (sia pure nulla) mediante la rinnovazione ex art. 291 cod. proc. civ. e/o la spontanea iniziativa del convenuto. Ed invero, nei casi di c.d. inesistenza, la “rinnovazione” della notifica e, alla stessa stregua, la volontaria costituzione del convenuto, in alcun caso  potrebbero conseguire una efficacia ex tunc, come invece per la notificazione nulla[56]; e, per tale ragione, la concreta ammissibilità di siffatti strumenti – per così dire – di recupero deve essere verificata alla luce di una attenta composizione degli interessi in gioco, la quale potrebbe per vero attestare la pre-valenza di quelli (e soltanto quelli) irrimediabilmente consolidati a cagione, appunto, dell’inesistenza della notifica.

In altri termini, nei casi di inesistenza, la rinnovazione e la spontanea iniziativa del convenuto potrebbero assumere la stessa efficacia della notificazione soltanto nei casi nei quali il decorso del tempo non abbia determinato il conseguimento di un effetto definitivo (di matrice processuale[57]), in favore del “destinatario”[58]; rimanendone al contrario precluse l’applicazione ogni qualvolta l’avvenuta produzione di un effetto, riconducibile ad uno “scopo” diverso e pre-valente perseguito dall’ordinamento, sia destinato a negare qualunque rilievo alla successiva ed eventuale presa di conoscenza del giudizio da parte del “destinatario” stesso[59].

[1] Il tema del rapporto tra nullità e inesistenza è, per vero, già noto al diritto romano: v. S. Di Paola, Contributi ad una teoria della invalidità e della inefficacia in diritto romano, Milano, 1966, p. 41 ss.; F. Venosta, Le nullità contrattuali nell’evoluzione del sistema, 3, Nullità e inesistenza del contratto, Milano, 2004, p. 18 ss.

[2] In prospettiva fortemente critica rispetto al concetto di inesistenza v. A. Gentili, Le invalidità, in Trattato dei contratti, diretto da P. Rescigno e E. Gabrielli, 1, I contratti in generale, II, a cura di E. Gabrielli, Torino, 2006, p. 1454, secondo il quale la mancata menzione dell’inesistenza da parte del diritto positivo varrebbe ad escluderla, se non fosse possibile reincluderla per strade diverse, entrambe battute dalla dottrina; contestano la categoria anche E. Finzi, Studi sulle nullità del negozio giuridico, Bologna, 10920, p. 53 ss. e A. Fedele, L’invalidità del negozio giuridico di diritto privato, Torino, 1943, spec. p. 19 ss. Sul tema v. le raffinate pagine di B. De Giovanni, La nullità nella logica del diritto, Napoli, 1964, p. 50 ss.

[3] V. tra gli altri C.M. Bianca, Diritto civile, 3, Il contratto, Milano, 2000, p. 614 ss.

[4] Per una sintesi degli indirizzi v. M. Rabitti, Art. 1418, in Commentario del codice civile, diretto da E. Gabrielli, Dei contratti in generale (artt. 1387-1424), a cura di E. Navarretta e A. Orestano, Torino, 2012, p. 524 s., ed ivi, spec. la nota 16; v. altresì S. Polidori, Discipline della nullità e interessi protetti, Napoli, 2001, p. 263 ss.

[5]  Oltre che nell’ambito delle patologie del negozio giuridico (per le quali v. anche R. Sacco, Nullità ed annullabilità, in Dig. disc. priv., Sez. civ., XII, Milano, 1995, p. 295 ss.), il rapporto tra nullità ed inesistenza è stato indagato relativamente alla patologia dell’atto amministrativo (v. soprattutto gli scritti di R. Caranta, L’inesistenza dell’atto amministrativo, Milano, 1990 e il più agile Variazioni sull’inesistenza dell’atto amministrativo adottato in situazioni di carenza di potere, in Giust. civ., 1999, p. 211 ss.; in giurisprudenza, tra le tante, Cons. St., 8 agosto 2016,  n. 3538, in De Jure on line; Cass., 5 novembre 2015, n. 22607, in De Jure on line; Cass., Sez. un., 19 maggio 2004, n. 9532, in Rep. Foro it., 2004, voce Possesso, n. 14; Cons. St., 10 gennaio 2003, n. 35, in Foro it., 2004, III, p. 413; TAR Sardegna, 6 dicembre 2002, n. 1772, in T