Impugnazione di delibere assembleari e nomina di un curatore speciale

Nel caso di impugnazione di delibera assembleare di nomina dei componenti del Consiglio di Amministrazione, non sussiste un conflitto di interessi rilevante ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 78, secondo comma, c.p.c. tra gli amministratori così nominati e la società la cui delibera sia stata impugnata. In tal caso, pertanto, la società può agire in giudizio per mezzo di chi la rappresenta a norma della legge o dello statuto e non deve farsi luogo alla nomina di un curatore speciale

Di Marco Farina -

Corte d’Appello di Genova – Sez. Feriale – Ord. – 30 agosto/6 settembre 2016 – ANSALDO STS S.p.A. (Avv.ti Donnini, Pappalardo, Pilla e Gatto) c. Elliott International L.P. e altri (Avv.ti Erede, Domenichini, Salvaneschi, Succi, Perfetti e Pratelli)

App. Genova 6 settembre 2016

Alcuni soci di una società per azioni impugnavano la delibera assembleare di nomina dell’organo amministrativo ritenendo che la stessa dovesse essere annullata in ragione di un preteso vizio relativo al corretto esercizio del diritto di voto da parte del socio di maggioranza. Notificato l’atto di citazione (nei confronti della società convenuta in persona del suo legale rappresentante pro tempore), i soci impugnanti procedevano, nello stesso giorno (sfruttando, a tal fine, la possibilità concessa dal terzo comma dell’art. 2378 c.c.) a depositare (i) un ricorso volto ad ottenere, tra l’altro, la sospensione dell’esecuzione della delibera impugnata e (ii) un’istanza rivolta al Presidente del Tribunale affinché venisse nominato alla società convenuta un curatore speciale ex art. 78 c.p.c., e ciò in ragione della dedotta sussistenza di un conflitto di interessi tra quest’ultima ed i propri amministratori dotati del potere di rappresentanza sostanziale e, quindi, processuale. All’esito di alterne vicende processuali, l’istanza veniva infine accolta dal Tribunale con decreto camerale collegiale avverso il quale è stato proposto reclamo alla Corte d’Appello da parte della società.  Prima ancora di esaminare nel “merito” il reclamo proposto dalla società convenuta ai sensi dell’art. 739, primo comma, secondo periodo, c.p.c. la Corte territoriale ha esaminato la questione della sua ammissibilità risolvendola in senso positivo in dipendenza del decisivo rilievo da riconoscere al tenore testuale dell’art. 742-bis c.p.c.. A tale proposito, può qui osservarsi, in aggiunta alle condivisibili considerazioni svolte nel provvedimento, che nel caso di specie – ove il provvedimento di nomina del curatore speciale era stato reso, “in primo grado”, dal Tribunale in sede di volontaria giurisdizione e in formazione collegiale ed ancor prima che si svolgesse l’udienza di comparizione delle parti innanzi al giudice (singolo) designato per l’esame e la decisione dell’istanza di inibitoria –  non vi era davvero ragione per escludere il diritto della società convenuta a veder riesaminata, da parte di un giudice superiore, la questione inerente la supposta necessità della nomina del curatore speciale ex art. 78 c.p.c.. Pur a voler valorizzare, infatti, il (dubitativo e perplesso, così giustamente il provvedimento oggetto di questa rapida annotazione) passaggio di una recente pronuncia della S.C. (Cass. civ., sez. III, 13 aprile 2015, n. 7362, per la quale in caso di provvedimento di nomina di un curatore speciale ex art. 78 c.p.c. pendente iudicio si potrebbero “determinare conseguenze limitative dell’applicabilità dell’art. 742-bis c.c., specie con riferimento alla possibilità del reclamo”) pare, tuttavia, evidente che da tale passaggio non può trarsi il convincimento che la reclamabilità del provvedimento sia, in linea generale, esclusa. A nostro avviso, anzi, può ricavarsi la conclusione per cui dette eventuali conseguenze limitative –  derivanti, in definitiva, dalla circostanza per cui il provvedimento di nomina verrebbe così ad inserirsi nell’ambito di un processo a cognizione piena nel quale potrebbero trovare adeguato spazio le ragioni di dissenso delle parti – non sembrerebbero, comunque, trovare congrua giustificazione allorché il processo, pur formalmente pendente, si trovi ancora in una situazione tale da permettere alla parte che ha “subito” la nomina di poter efficacemente e compiutamente dispiegare il suo diritto di difesa per mezzo delle persone che ne hanno la rappresentanza secondo la legge o lo statuto (arg. ex art. 75 c.p.c.). In buona sostanza, il fatto che la nomina di un curatore speciale (stimolata dall’altra parte in causa) sia “strumentale” ad un giudizio pendente non dovrebbe essere in grado di escludere il reclamo “camerale” le volte in cui l’utilizzo di tale strumento di impugnazione sia in grado di consentire, nell’interesse della stabilità del risultato attinto dalla cognizione (di merito, così come cautelare) e del diritto di difesa delle parti, un’eventuale rimozione del provvedimento prima ancora che esso abbia esplicato i suoi effetti sulla costituzione in giudizio della parte. Ritenuta l’ammissibilità del reclamo, la Corte territoriale lo ha accolto nel “merito” sovvertendo la valutazione compiuta dal Tribunale in punto di ritenuta esistenza di un conflitto di interessi tra rappresentato e rappresentante. A parere della Corte territoriale, infatti, la circostanza per cui la delibera impugnata dai soci di minoranza abbia ad oggetto la nomina degli amministratori non è idonea di per sé a dar luogo ad alcuna situazione conflittuale, dovendosi al contrario ritenere che tra gli amministratori e la società esista una perfetta coincidenza di interessi al mantenimento della delibera impugnata. L’affermazione, nella sua “disarmante” semplicità, è assolutamente convincente. La nomina del curatore speciale per conflitto di interessi è, infatti, necessaria solo allorché il rappresentante abbia un interesse personale, giuridicamente apprezzabile e processualmente rilevante, all’accoglimento di una domanda che il rappresentato ha, al contrario ed in dipendenza dei medesimi criteri della rilevanza processuale e della sua apprezzabilità giuridica, interesse a veder rigettata o viceversa. Poiché tale situazione di conflitto deve necessariamente essere verificata sulla base di una valutazione da compiersi ex ante, ossia dando rilievo a situazioni di conflitto che si verificano con riferimento a fattispecie astratte, ne deriva, molto semplicemente, che tutte le volte in cui vi sia una domanda proposta contro una società (una domanda, cioè, rispetto alla quale quest’ultima si ponga in una fisiologica e, appunto, astratta, posizione di contrapposizione), un eventuale interesse (di fatto e di secondo grado, diciamo così) dei suoi amministratori al rigetto di questa stessa domanda è di per sé sufficiente ad escludere la ricorrenza di un conflitto, non certo ad evidenziarne la sussistenza.  Nel caso di impugnazione di delibere assembleari, poiché la società è il soggetto contro cui la domanda deve essere proposta ed è, quindi, il soggetto che nel processo deve istituzionalmente assumere le (necessarie) vesti di colui che si oppone all’accoglimento della altrui domanda di impugnativa, è rispetto a tale (astratta, lo ribadiamo) posizione di contrapposizione che deve essere valutata l’eventuale sfavorevole incidenza dell’interesse di cui sia eventualmente portatore il suo rappresentante. Di modo che, nei casi in cui l’amministratore abbia un interesse personale (ancorché di mero fatto) alla conservazione della delibera per così mantenere la propria carica, ciò configurerà una situazione di vera e propria convergenza di interessi – dell’organo amministrativo nella sua interezza e della società- verso un unico e medesimo esito della lite: quello, appunto, del rigetto della altrui domanda.