IMMUNITÀ DI ESECUZIONE E GIUSTO PROCESSO CIVILE

L’immunità dall’esecuzione di un’organizzazione internazionale non è incompatibile con le esigenze del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU, qualora la parte a cui è opposta ha comunque la possibilità di esercitare un’azione tale da rendere effettivo il diritto di agire in giudizio.

Di Federica Porcelli -

La questione della compatibilità dell’immunità (giurisdizionale) di esecuzione con i principi del giusto processo di cui all’art. 6 Cedu e in particolare con il diritto di agire in giudizio è stata recentemente affrontata dalla Corte di cassazione francese in un caso che vedeva quali parti litiganti la Banca degli Stati dell’Africa Centrale (BEAC) e un ex-dipendente della Banca medesima.

Nella specie, il giudice del lavoro (Conseil de prud’hommes) aveva condannato la BEAC a pagare al suo vecchio impiegato una somma a titolo di integrazione di stipendi e di risarcimento del danno. In forza di tale pronuncia il predetto impiegato iniziava il processo di esecuzione, pignorando (saisie-attribution) la detta somma nel conto corrente della BEAC. Quest’ultima dal canto suo faceva, invece, valere l’immunità di esecuzione per ottenere lo svincolo di tale somma. Sul punto, la sentenza impugnata con il ricorso per cassazione che ha dato origine alla pronuncia che qui si segnala aveva escluso l’operatività di siffatta immunità, giacché il carattere assoluto dell’immunità di esecuzione di cui godeva la predetta organizzazione internazionale in base all’accordo firmato tra lo Stato francese e la BEAC era tale da limitare il diritto di agire in giudizio e da inficiare il diritto del creditore ad avere un giusto processo ai sensi dell’art. 6 CEDU.

Occorre in proposito sottolineare che su tale questione ha avuto modo di pronunciarsi la Corte EDU, la quale ha in passato affermato che il diritto di agire in giudizio non è assoluto e si presta ad essere implicitamente limitato, essendo tali limitazioni conciliabili con l’art. 6 CEDU qualora tendano ad uno scopo legittimo e qualora siano proporzionali rispetto allo scopo (pronuncia del 18 febbraio 1999, n. 28934/95 Beer e Regan c/ Germania e 26083/94 Waite e Kennedy c/ Germania).

Ebbene, la Corte di cassazione francese in applicazione dei principi enunciati dalla Corte di Strasburgo ha escluso che nel caso di specie il carattere assoluto dell’immunità di esecuzione della BEAC comportasse un diniego di giustizia nei confronti del ex-impiegato. E ciò in quanto, il creditore al quale è stata opposta la predetta immunità di esecuzione avrebbe comunque avuto la possibilità di far valere la responsabilità dello Stato, con la conseguenza che il solo fatto di non poter pignorare i fondi della BEAC non costituiva un pregiudizio sproporzionato allo scopo perseguito dall’accordo sull’immunità di esecuzione concluso tra Francia e BEAC, atteso che siffatta immunità era funzionale a facilitare l’adempimento dei compiti della Banca medesima. La possibilità per il creditore di esercitare la predetta azione di responsabilità è quindi idonea a garantire l’effettività del diritto di agire in giudizio ed esclude l’incompatibilità dell’immunità di esecuzione (pur se assoluta) con i principi del giusto processo.