Il Giudice Ausiliario di Corte di Appello, una nuova figura di magistrato reclutato con pubblico concorso.

Tra l'abolizione del termine ausiliario, alla prospettiva di un corretto inquadramento nell'ordine magistratuale ed alla negazione di una magistratura meramente onorifica. Profili di severa incostituzionalità del lacunoso quadro normativo.

Di Irene Coppola -

Sommario: 1. Premessa introduttiva 2.- Ricostruzione storica dell’ordine magistratuale. 3.- Il meccanismo concorsuale di reclutamento e la nuova figura  del Consigliere Ausiliario di Corte di Appello. Inquadramento sistematico e strutturale dell’istituto. 4.- La nuova distinzione tra magistrato a tempo pieno e magistrato a tempo definito di Corte di Appello; 5.- La declinazione delle competenze del Giudice Ausiliario; 6.-  Profili di incostituzionalità del lacunoso quadro normativo. 7.- Le criticità della legislazione e la prospettazione di un immediato intervento legislativo. Considerazioni conclusive

1.-Premessa  introduttiva.

I tempi sono molto cambiati. Anche in fretta.

Si è avuta una vera e propria rivoluzione sociale, forte, progressiva, ribaltante.

La società si evolve  con il criterio dell’inclusione, implementando le relazioni  e gli affari  con  forte incidenza sul contenzioso che è in continua  crescita.

Il contenzioso cresce e si accresce; si moltiplica  quasi auto-riproducendosi per gemmazione.

Il contenzioso produce altro contenzioso.  Le lungaggini processuali, difatti, generano altro contenzioso:  dal processo ordinario, non a caso, si è passati al processo per danno da ritardata giustizia previsto dalla   legge  Pinto,  24 marzo 2001, n. 89.

Il fatto è che la crisi della giustizia  non è  fine a se stessa, ma incide con  vigoroso e robusto  impatto sociale ed economico sul tessuto della polis creando difficoltà per gli investimenti interni ed esterni al nostro Paese ed  interrompendo la catena che vede fluire  flusso di danaro  lasciato immobilizzato in parcheggi giudiziari  per lunghi anni.

La crisi della giustizia crea un nocumento  al mondo economico ed al vivere quotidiano, riducendo sensibilmente la qualità delle vita.

Difatti, oggi più che mai, si assiste ad un malcontento diffuso, perché lo Stato di diritto, garante di tutele costituzionali, non riesce più a dare risposte ai cives che si allontanano sempre di più dall’apparato giustiziale, con una sfiducia palpabile e motivata.

Le lungaggini, l’obesità degli atti, la carenza di risorse, il meccanismo complesso e farraginoso del procedimento, la complessità del procedere, le incompetenze, sono soltanto alcuni dei fattori scatenanti della crisi che ormai rappresenta una vera e propria patologia cronica di cui è affetto da lungo tempo un  paziente che non ha più nessuna intenzione di guarire.

Lo studio del processo, gli interventi poco efficienti sul piano dell’effettività  e le acrobazie argomentative  per continuare a tenere in piedi  un metodo ormai fallito impongono nuove prospettive e proiezioni future.

Quello che necessita è, dunque, un vero pensiero critico che comporti e suggerisca soluzioni importanti e finalmente decisive per la risoluzione del problema dei problemi:quello del iuris dicere

Occorre un nuovo metodo, una novità che tenga conto dell’evoluzione (o dell’involuzione, per certi versi) della societas  ed intervenga come  un medicamento miracoloso.

Un segno di ammodernamento della Giustizia finalmente si è avuto con la previsione di una nuova figura di Magistrato che ha comportato l’introduzione di nuovi principi e criteri, seppur introdotti in modo scollato dalla realtà: il Consigliere Ausiliario di Corte di Appello.

2.-Ricostruzione  storica  dell’ordine  magistratuale.

Nell’antica Roma, con il termine magistratura (dal latino magister = maestro), si definiva ogni carica pubblica, per lo più elettiva e temporanea. La medesima espressione ha in seguito designato una specifica funzione pubblica, quella dei magistrati preposti all’amministrazione della giustizia ed all’esercizio della giurisdizione.[1]

Durante il periodo regio, il Rex era il principale magistrato del potere esecutivo.

Il suo potere era assoluto:  egli era il capo dei sacerdoti romani (pontifex maximus), il legislatore, il giudice ed il comandante in capo dell’esercito romano[2]

Dopo la cacciata dei re, con l’avvento della Repubblica (509 a.C.), il potere detenuto dal re fu trasferito a due consoli, che erano eletti annualmente.

I magistrati romani erano eletti dallo stesso Popolo di Roma  ed erano titolari di un grado di potere, chiamato “maggior potere” (maior potestas). Il dittatore aveva “maggior potere” rispetto agli altri magistrati; dopo di lui c’era il censore, poi il console (consul), il pretore (praetor), l’edile ed il questore (quaestor).

Ogni magistrato poteva poi opporre il suo “veto” ad un’azione che fosse stata presa da un altro magistrato di pari grado o inferiore.

Nell’antica Roma l’ordine sequenziale delle cariche pubbliche fu detto, in epoca repubblicana, cursus honorum.[3]

Durante il periodo di transizione dalla Repubblica all’Impero, l’equilibrio costituzionale del potere viene spostato dal Senato al potere esecutivo (l’imperatore romano).

Teoricamente il senato eleggeva ogni nuovo imperatore, ma  in effetti  ogni imperatore sceglieva il suo successore.

Il potere dell’imperatore (imperium) era legato al suo stato giuridico.

Le due più importanti componenti del suo imperium erano la tribunicia potestas e i poteri proconsolari.

Le magistrature che sopravvissero alla fine della Repubblica in ordine di importanza nel cursus honorum furono: il consolato, la pretura, il tribunato plebeo, l’edilità, la questura e il tribunato militare.[4]

Con l’impero, l’imperatore, sommo princeps, accentrò tutti i poteri prima attribuiti ai vari magistrati.[5]

Dal diritto romano ai giorni nostri, l’ordine magistratuale trova cittadinanza costituzionale.

La Carta Costituzionale  italiana dedica all’ordine magistratuale gli articoli da 101 a 113 del titolo IV.

Con la Carta Costituzionale la magistratura si afferma quale Ordine Istituzionale  dello Stato di diritto  Italiano.

La magistratura è  un ordine autonomo e indipendente  da ogni altro potere, secondo quanto sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana, sottoposto, per espresso enunciato costituzionale, soltanto alla legge.

L’organo di autogoverno della magistratura è il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di rilievo costituzionale, presieduto dal Presidente della Repubblica. A tale organo spettano, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, al fine di garantire l’autonomia e indipendenza della magistratura, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Prima della Costituzione Italiana, lo Statuto del Regno o Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848 (noto come Statuto Albertino dal nome del re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia), fu la costituzione adottata dal Regno di Sardegna.

Nel preambolo Carlo Alberto  lo definisce  come «Legge fondamentale perpetua ed irrevocabile della Monarchia sabauda» ed  il 17 marzo 1861, con la fondazione del Regno d’Italia, divenne la carta fondamentale della nuova Italia unita e rimase formalmente tale, pur con modifiche, fino al biennio 1944-1946 quando, con successivi decreti legislativi, fu adottato un regime costituzionale transitorio, valido fino all’entrata in vigore della Costituzione, il 1º gennaio 1948.

Per quanto riguardava la Giustizia, lo  Statuto sottolineava che  essa “emana dal Re”che nomina i giudici ed ha il potere di grazia. A garanzia del cittadino stava il rispetto del giudice naturale e il divieto del tribunale straordinario, la pubblicità delle udienze e dei dibattimenti. Prima dello Statuto, il Re aveva il potere discrezionale di nominare, promuovere, spostare e sospendere i suoi giudici. Lo statuto introduceva ulteriori garanzie  per i cittadini e per i giudici, che dopo tre anni di esercizio, avevano garantita l’inamovibilità. L’articolo 73 escludeva la possibilità di prendere in considerazione il precedente giurisprudenziale per le decisioni nei supremi tribunali statali.[6]

Questo  excursus vale a mettere in evidenzia quanto il potere giudiziario non solo fosse radicato nei vari momenti storici del nostro Paese, ma -ancor più- quanto fosse effettivamente necessario per assicurare e tutelare l’algoritmo  del  diritto fondamentale e delle  situazioni giuridiche attive.

Quello che, però, occorre metter in evidenza è la necessità di uno svecchiamento dell’istituzione giustizia quando di tutta evidenza emerge  che non riesce più a dare risposte ai cives.

Se non ci si apre a nuove evolutive figure magistratuali e non si crea l’humus perché nuovi magistrati possano armonizzarsi con il precostituito sistema, troppo chiuso in antichi ed involutivi convincimenti, lo Stato di diritto  è destinato a fallire, come fallisce tutte le volte che sembra aprirsi a nuovi metodi, ma poi autorizza, consente ed impone trattamenti così discriminatori che portano alla violazione di uno dei principali diritti umani: il diritto alla dignità.

3.- Il meccanismo concorsuale di reclutamento e la nuova figura del Consigliere Ausiliario di Corte di Appello. Inquadramento sistematico e strutturale dell’istituto.

La Corte di Appello è  ufficio giudiziario di massimo rilievo territoriale.

La Corte è il  giudice di merito di più alto grado ed  ha sede in ogni capoluogo di Provincia.[7]

E’ un organo giudicante centrale  dello Stato Italiano.[8]

E’ organo di giustizia collegiale che si compone di tre membri: il Presidente e i due Consiglierei a latere.

La collegialità dell’organo deriva dall’importanza dello stesso, se si considera che la Corte è giudice di ultimo grado di merito ed il legislatore ha ritenuto che avesse  una composizione trilatera perché evidentemente credeva che così vi fosse maggiore attenzione in ordine alle istanze di giustizia dei cives.

Con deliberato del 21 luglio 2014 il Ministro della Giustizia sigla un bando di concorso per il reclutamento di quattrocento nuovi magistrati, definiti Giudici  Ausiliari di Corte di Appello.

Questa nuova figura di magistrato è prevista nel decreto-legge 21 giugno 2013,  n.  69,  convertito,  con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, con  il  quale  sono state introdotte  misure  straordinarie  al  fine  di  garantire  una maggiore efficienza del sistema  giudiziario  e  la  definizione  del contenzioso civile ed, in particolare, si introducono dieci  articoli da 62  a 72 in ordine alla nuova  figura  di Giudice. [9]

Possono essere chiamati all’ufficio di giudice ausiliario, nel rispetto dei limiti di età di anni sessanta (o settantacinque per alcune categorie):  a) i magistrati  ordinari,  contabili  ed  amministrativi  e  gli avvocati dello Stato, a riposo da non più di  tre  anni  al  momento della presentazione della domanda, nonché  i magistrati  onorari  che

non esercitino  più,  ma  che  abbiano  esercitato  con  valutazione positiva la loro funzione per almeno cinque anni;  b) i professori universitari in materie  giuridiche  di  prima  e seconda fascia, anche a tempo definito o a riposo da non più di  tre anni al momento di presentazione della domanda;  c) i ricercatori universitari in materie giuridiche; d) gli avvocati, anche se cancellati dall’albo da non più di tre anni al momento di presentazione della domanda;  e) i notai, anche se a riposo da non più  di tre anni al  momento di presentazione della domanda.[10]

Trattasi di un concorso per titoli, in  perfetta armonia con il dettato della Carta  Costituzionale di cui all’art. 97 , ultimo capoverso.[11]

Costituiscono titoli di preferenza, ai fini  della  formazione della graduatoria,  l’esercizio  effettivo,  anche  pregresso,  delle attività  e funzioni relative alle qualifiche  e  categorie  previste dall’art. 63, comma 3, del  decreto-legge  21  giugno  2013,  n.  69, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, come riportate all’art. 2, comma 3, del presente bando.

Al  riguardo,  si  precisa,  ai  fini  dell’attribuzione  del punteggio, che: a) per l’esercizio delle attività   e  funzioni  di  magistrato ordinario, contabile o amministrativo, di avvocato  dello  Stato,  di magistrato  onorario,  di  avvocato,   di   notaio,   di   professore universitario in materie giuridiche di prima e seconda  fascia  e  di ricercatore universitario in materie giuridiche sono attribuiti:  punti: 1.00 per ogni anno o frazione di anno superiore a  sei mesi di  effettivo  esercizio  delle  attivita’  e/o  funzioni  anche cumulabili se riferiti a periodi differenti, fino ad  un  massimo  di punti: 20.00; b) inoltre, sono attribuiti i seguenti punteggi aggiuntivi: punti: 2.00 per l’esercizio di  funzioni  giurisdizionali  di appello o di cassazione per piu’ di tre anni; punti: 2.00 per  l’esercizio  esclusivo  o  prevalente  delle funzioni di magistrato, anche onorario, in  materia  civile  e/o  del lavoro per almeno cinque anni;  punti: 1.00 per l’esercizio  della  professione  di  avvocato cassazionista per almeno un biennio;  punti: 1.00 per  l’esercizio  esclusivo  o  prevalente  della professione forense in materia civile e/o  del  lavoro  negli  ultimi cinque anni; punti: 1.00  per  l’esercizio  dell’attivita’  di  professore universitario o di ricercatore universitario  in  materie  giuridiche civilistiche e/o del lavoro;  punti: 0.25 per l’esercizio dell’attivita’ di  professore  di ruolo negli istituti superiori statali in materie giuridiche;  c) a parita’ di punti e’ riconosciuta preferenza ai fini  della nomina  agli  avvocati  iscritti  all’albo  rispetto  agli   avvocati cancellati dall’albo da non piu’ di tre anni e, in caso di  ulteriore parita’, a coloro che hanno minore eta’ anagrafica con almeno  cinque anni di iscrizione all’albo.

Ove non risulti dirimente  l’applicazione  dei  criteri  sopra enunciati, e’ preferito ai fini della nomina il più’ giovane di età. Sono  presi  in  considerazione  e  valutati  ai  fini  della formazione  della  graduatoria  i  titoli  di  preferenza   posseduti dall’aspirante non oltre la data  di  scadenza  del  termine  per  la presentazione della domanda di nomina.[12]

Espletato il concorso, i vincitori utilmente classificati in graduatoria sono nominati con decreto  del Ministro della giustizia, previa deliberazione del Consiglio  superiore della magistratura, su  proposta  formulata  dal   Consiglio  giudiziario territorialmente competente, nella composizione  integrata, a  norma dell’art. 16 del decreto legislativo 27 gennaio 2006, n. 25.

Il  Giudice Ausiliario prende possesso dell’ufficio, a pena  di decadenza, entro il  termine  indicato  nel  decreto  di  nomina  del Ministro della giustizia.

Il presidente  della  Corte  di  appello  assegna  il  giudice ausiliario alle diverse sezioni dell’ufficio.

Il  presidente  della  Corte  d’appello  deve  comunicare  al Ministero  della  giustizia   ed   al Consiglio   superiore   della magistratura l’avvenuta presa di possesso, mediante trasmissione  del relativo verbale.[13]

All’esito dell’espletamento di ogni formalità di reclutamento, il Giudice (o Consigliere) Ausiliario  esercita le proprie funzioni giurisdizionali al pari di qualsiasi Magistrato (e non potrebbe essere diversamente).

4.- La nuova distinzione tra magistrato a tempo pieno e magistrato a tempo definito di Corte di Appello.

La legge 9 agosto 2013, n. 98 (conversione del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69) è la fonte della Magistratura Ausiliaria di Corte di Appello.[14]

La figura del Giudice Ausiliario di Corte d’appello è delineata dagli artt. 62-72 del “decreto del fare”, come modificato in sede di conversione e come successivamente modificato dalla L. 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità 2016).

Quello che è di fondante importanza e di tutta  chiarezza è che il Giudice Ausiliario di Corte di Appello viene selezionato a seguito di un concorso  su base nazionale.

Per la prima volta in Italia si ha un ammodernamento dell’ordine magistratuale in Corte di Appello con l’introduzione di un Consigliere che viene scelto tra  Avvocati,  Professori Universitari e Notai che abbiano un curriculum e titoli di eccellenza al fine di consentire la migliore valutazione possibile del candidato -con già  radicata esperienza lavorativa- e favorirne l’ingresso nella categoria magistratuale.

La novità  è che  in Italia viene utilizzato il concorso per titoli al fine di offrire ancora maggiori garanzie nel reclutamento del magistrato che non è affidato all’elaborazione di  tre elaborati redatti da candidati senza alcuna esperienza lavorativa – presi tra giovani laureati-  ma che viene scelto e selezionato tra i migliori titolati sul territorio nazionale con un concorso che ha un risvolto molto più pratico e molto più conferente ed interessante all’esigenza della  miglior scelta tra candidati più che idonei e più che meritevoli all’ingresso in una Corte prestigiosa e di secondo grado di giudizio.

Il meccanismo di reclutamento – art. 102 della Carta Costituzionale –  parifica questo magistrato, che ha tutti i doveri, ma anche tutti i diritti – ai cosiddetti magistrati ordinari, ovvero a tutti gli appartenenti all’ordine magistratuale in Italia.

Di qui la novità ed il rinnovamento di un sistema da troppo tempo chiuso in un meccanismo che può facilmente configurarsi come un  fossile retaggio del passato.

Occorre svecchiare l’ordine magistratuale per affrontare correttamente la riforma del metodo giustiziale.

E l’introduzione di principi nuovi nell’ordine rappresentano un vero punto di forza e di vigore: il principio  numerico dei provvedimenti e dei processi da smaltire ed il principio della retribuzione in proporzione  al  lavoro svolto, rappresentano, difatti,  elementi  innovativi  di non poco momento.

Il punto è che tali  principi  vanno estesi, quanto prima,  a tutti i magistrati della Repubblica Italiana al fine di evitare ingiustificate  disparità  di trattamento e  l’introduzione di norme incompatibili con i noti dettami costituzionali.

Ne deriva che oggi il vero e nuovo distinguo in Corte di Appello è dato, sostanzialmente, dalla presenza del magistrato a tempo pieno e del  magistrato a tempo definito.

La Magistratura a tempo definito ha un  carico di lavoro limitato ed una  retribuzione  in base alla quantità di lavoro prodotto. La Magistratura a tempo pieno ha un carico di lavoro illimitato (nel numero dei processi) ed il pagamento a stipendio fisso.

La Magistratura a tempo definito viene reclutata sulla base di un percorso formativo già sperimentato, in  considerazione  di una effettiva e maturata esperienza negli uffici giudiziari, secondo criteri di merito e di eccellenza, espressi con i titoli prodotti e con i successi di una carriera di una vita; la Magistratura a tempo pieno viene reclutata sulla base di un esame, senza necessità di curriculum, né di  esperienza particolare, ad eccezion fatta  di un corso di specializzazione per l’accesso, aperto agli avvocati e ai dottori di ricerca.

Il Magistrato a tempo definito, che, di regola, proviene dall’Avvocatura della Suprema Corte di Cassazione, al di fuori del Distretto di appartenenza, può svolgere anche funzioni afferenti alla professione forense ecco perché viene configurato  come Giudice a tempo definito o part-time.

Egli è un giurista a tutto tondo che ha raggiunto l’eccellenza a pieni titoli ed offre la sua professionalità e la sua competenza a favore dei cittadini per la tutela di diritti protetti dall’ordinamento al fine di  assicurare a tutti pace sociale, benessere e qualità di vita.

Non solo ha il curriculum che gli ha consentito l’ingresso in Magistratura, ma ricopre anche un posto di Giudicante di secondo grado (dopo c’è solo la Suprema Corte di Cassazione) che ha meritato attraverso il superamento di una difficile selezione pubblica.

Basti pensare che per il concorso del 2014 (unico sino a questo momento) si sono presentati  migliaia  di candidati per soli 400 posti.

Da  tempo si attendeva una riforma con effettiva forza innovatrice dell’ordine magistratuale troppo chiuso e poco incline ad istanze innovatrici, ormai non  più in grado di fornire risposte al crescente contenzioso radicato nel connettivo della società italiana. Oggi più che mai, con riferimento alla nuova figura del  Consigliere Ausiliario di Corte di Appello, non ha senso parlare di un tipo di magistratura onoraria, perché non è una carica raggiunta con nomina elettiva, ma è stata  selezionata attraverso un pubblico concorso nazionale.[15]

E questo è un dato incontrovertibile.

Il termine onorario deriva dal latino cursus honorum, locuzione per indicare tutte le cariche pubbliche (anche e soprattutto quelle magistratuali) e viene utilizzato, attualmente, nel linguaggio comune per indicare una nomina quasi simbolica; il termine onorario, difatti, in concreto, si presenta e si atteggia in modo ambiguo ed, in genere, negli anni passati,  è stata  impiegato negli uffici giudiziari per indicare qualcosa di “subordinato” nei confronti di una res  principale. E’ una nomina elettiva che può riguardare solo un giudice singolo e non un giudice collegiale (art. 106 della Costituzione)

Questo era ieri e lo stesso articolo 72 del decreto del fare (decreto-legge 21 giugno 2013,  n.  69), nella prospettiva del rinnovamento, per quanto prima chiarito, non ha ragione di essere, appalesandosi come un mera cattiva eredità  del passato.[16]

L’Avvocatura è da sempre un serbatoio per la magistratura.

Oggi più che mai si assiste ad una trasmigrazione dall’Avvocatura  alla  Magistratura e dalla Magistratura all’Avvocatura.[17]

Gli stessi Paesi Anglosassoni e quelli  del Sistema del common law ne sono una forte testimonianza.

La componente dell’Avvocatura non è una novità dell’ufficio giudiziario, ma è una originalità nella nuova prospettiva del Consigliere Ausiliario di  Corte di Appello.

Non a caso l’art. 106 della Costituzione italiana stabilisce che l’ufficio di Consigliere di Cassazione può essere affidato, per meriti insigni, a docenti universitari in materie giuridiche nonché ad avvocati con almeno quindici anni di esercizio che siano iscritti negli albi per le giurisdizioni superiori. Non a caso la stessa norma statuisce che  le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso.[18]
L’avvocato o il professore che, per meriti insigni, venga nominato Consigliere di Cassazione diviene  magistrato “di carriera” ed è soggetto a valutazione di professionalità per il conferimento di funzioni direttive superiori;  non si tratta, pertanto, nemmeno in questo caso  di una speciale ipotesi di magistrato onorario.[19]

Il Consigliere Ausiliario è  un magistrato non sottoposto a nomina ad honorem, ma reclutato perché  vincitore di  pubblico concorso ed, in quanto tale, al fine di evitare incongruenze e contraddittorietà del sistema o illegittime disparità, va radicato, sotto tutti i  profili, nell’ordine magistratuale.

Altra importante elemento di  novità è dato dal sistema di retribuzione introdotto per il Consigliere Ausiliario  (o a tempo definito).

Come prima detto i Magistrati a tempo pieno (altrimenti denominati Consiglieri di Corte di Appello) sono stipendiati. I Consiglieri a tempo definito (altrimenti definiti Consiglieri Ausiliari) sono pagati a definizione del singolo processo di  cui sono Relatori nel Collegio Giudicante.

Anche se, attualmente, il trattamento economico applicato a questo nuovo Magistrato è altamente offensivo della dignità umana e professionale dello stesso.

Il trattamento economico della magistratura per lungo tempo è stato collegato alle funzioni ricoperte. Ne deriva che il magistrato poteva acquisire un aumento retributivo solamente con l’avanzamento del grado gerarchico, con effettivo esercizio delle funzioni connesse al grado (r.d. 30 gennaio 1941, n. 12). L’ordinamento è stato progressivamente mutato attraverso l’abolizione della cosiddetta carriera in attuazione dell’art. 107, 3 comma della Costituzione che sancisce il principio secondo cui i magistrati si distinguono tra loro solo per la diversità delle funzioni.

Quello che, però, rileva è che, pur essendoci un favor in astratto, il nuovo Magistrato subisce un quadro normativo  con  seri  profili  di  grave  incostituzionalità.

Il Consigliere Ausiliario, bistrattato economicamente, è sottoposto a misure molto stringenti, ad un controllo serrato da parte del Presidente della Corte di Appello ed ad una particolare valutazione  denominata  “conferma annuale”.

Il potere riconosciuto al Presidente della Corte di Appello e l’imbarazzane meccanismo della conferma annuale determina uno stato di precarietà destinato solo ed esclusivamente a questo Magistrato, tenuto a definire almeno novanta processi per anno, pena la mancata riconferma. Per i Consiglieri a tempo pieno non si ha  conferma annuale, ma una sorta di parere sulla  professionalità che  per il  Consigliere  di Corte di Appello a tempo pieno  incide  in ordine all’avanzamento per l’aumento dello stipendio;  la conferma annuale – vero inaccettabile capestro- invece, incide sulla continuità dell’esercizio delle funzioni giurisdizionali per il Consigliere Ausiliario e rappresenta un meccanismo di esclusione inaccettabile ed illegittimo  per chi, come per gli altri Consiglieri di Corte di Appello, è stato reclutato a mezzo di pubblico concorso.

5.- La declinazione delle  competenze  del  Giudice Ausiliario di Corte di Appello.

La competenza è la quantità di potere giurisdizionale attribuito ad un Magistrato della Repubblica italiana.

Questa terminologia è diventata ormai luogo comune.

Il punto è che di dovere e non di potere dovrebbe parlarsi tutte le volte che si tratta dell’ordine magistratuale.

Non potere, ma dovere, servizio, realizzazione di un fine pubblico e sociale: il fine giustiziale.

Il potere è  tutto ciò che si può fare o non fare; il dovere è tutto ciò che si deve o non si deve fare.

Magistratura è solo dovere.

E la competenza  andrebbe  definita  come “settore di dovere giustiziale”.

Circa la fattispecie in esame la normativa di  cui  al cd.” decreto del fare”  è estremamente lacunosa sia per quanto concerne il  trattamento  e le funzioni  di questo nuovo Consigliere di  Corte di Appello, sia per quanto concerne le sue attribuzioni.

Difatti  bisogna  attendere  la circolare del Consiglio Superiore della Magistratura[20]  in ordine alle tabelle 2017/2019, per leggere  l’articolo 192  e comprendere  i compiti del Giudice Ausiliare di Corte d’Appello che si evince a contrario ricavandoli, indirettamente ed in modo residuale, attraverso quello che non è oggetto della sua trattazione.

Il Giudice Ausiliario  non tratta: 1) procedimenti di competenza delle sezioni specializzate per legge (sezione agraria, impresa e minorenni); 2) procedimenti in materia di appalti pubblici, di esecuzione immobiliare e fallimentare; 3) procedimenti in materia di impugnazione di lodo arbitrale; 4) procedimenti trattati dalla Corte d’appello in unico grado, fatta eccezione per quelli di cui alla legge 24 marzo 2001, n. 89; 5) procedimenti decisi in primo grado dal tribunale in composizione collegiale ai sensi dell’articolo 50 bis c.p.c.[21]

Il Giudice Ausiliario di Corte di Appello  si occupa ( o si dovrebbe occupare) – in buona sostanza ed in sintesi- di: processi in materia di  tutela  del diritto di credito e di  risarcimento danni; processi  in materia di  protezione internazionale; processi ex lege 24 marzo 2001 n. 89 cd. legge Pinto;  processi in materia di diritti reali, condominio e contratti di diritto privato.

Al momento  sono  queste le attribuzioni  del Giudice Ausiliario di Corte di Appello.

Non può non tacersi che anche per quanto concerne la declinazione dei  compiti del Consigliere Ausiliario sia auspicabile un intervento del legislatore, atteso che  tutti i Magistrati, nessuno escluso, sono sottoposti solo alla legge.

Va detto che la suddivisione o ripartizione delle attribuzioni si spiega in ragione del tempo che il  nuovo Consigliere vive l’ufficio giudiziario.

Il tempo definito giustifica questa attribuzione in quanto il Consigliere a tempo pieno è tenuto a dedicarsi  a  processi  che  accludono  più materie.

Il Consigliere Ausiliario è tenuto ad occuparsi di processi in materie ben delimitate e (forse) meno complicate (non  è un dato oggettivo), al fine di consentire ai Consiglieri a tempo pieno di dedicarsi, senza altri fronzoli, a processi complessi in considerazione della unicità del loro impegno lavorativo e della retribuzione decisamente diversa.

Il concetto di ausiliarietà, pertanto, ha ragione di essere  con stretto riferimento alle competenze del nuovo Giudice che sono diverse da quelle del Consigliere a tempo pieno, proprio perché il nuovo Giudice, in quanto Ausiliario, è a tempo parziale.

Di certo non muta la  difficoltà  o la delicatezza dei compiti, ma  delimitare le materie significa anche creare una specializzazione nella sezione di appartenenza e consentire ad ogni Consigliere di dedicarsi al proprio lavoro con maggior efficienza.

E soprattutto con riferimento alla protezione internazionale ed alla legge Pinto il contenzioso di Corte di Appello è cresciuto in modo esponenziale.

La protezione internazionale involge  migliaia e migliaia di migranti che chiedono asilo politico nel  Paese Italia e la legge  Pinto tutela migliaia di cittadini che vogliono essere risarciti per  i danni derivanti dalle  lungaggini processuali.

Si tratta di attività molto moderne atteso che, sia nel primo che nel secondo caso, ci si trova in presenza di due veri e propri indotti economici: i cosiddetti filoni  utilizzati come fonte di reddito.

Introdotto il correttivo sull’attribuzioni delle competenze, andrebbero valutati con severa attenzione il meccanismo e la quantificazione  retributiva di questo Magistrato che non è compatibile con il suo ruolo, con il rapporto con gli altri magistrati, né con lo studio di processi faticosi e delicati incardinati nel secondo grado di giudizio.

6.- Profili di incostituzionalità del lacunoso quadro normativo.

Il quadro normativo relativo al Giudice Ausiliario di Corte di Appello appare da subito criticabile già per la sua collocazione formale.

Esso è contenuto in una sorta di valigia per lunghi viaggi che il legislatore moderno ha pensato di acquistare per metterci dentro tutto il tuttibile: Legge 9 agosto 2013, n. 98
di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 e Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia(G.U. n. 194 del 20 agosto 2013)   con ben  ottantasei  articoli.

Difatti tra mille disposizioni,  nei più  vari e disparati settori,  a partire dalle  misure per la crescita economica, o misure per il sostegno delle imprese, oppure misure per il potenziamento dell’agenda digitale italiana e misure per il rilancio delle infrastrutture, alle misure per la semplificazione amministrativa e misure per la semplificazione in materia fiscale, fino a  misure in materia di istruzione, università e ricerca e finalmente alle misure per l’efficienza del sistema  giudiziario e la definizione del contenzioso civile, con undici articoli  dedicati  al Giudice Ausiliario di  Corte di Appello.

In altre parole, solo andando a spulciare con attenzione certosina in un ginepraio di disposizioni, all’art. 62 del D.L. 2013, n. 69,  si trova la sezione dedicata alle misure per l’efficienza del sistema  giudiziario e la definizione del contenzioso civile con  gli articoli da 62 a 72 intitolati alla figura del Giudice Ausiliario, vero esperimento moderno la cui legislazione, però, non è immune da  punti di criticità  e da  (amare) riflessioni.

Le poche norme, in realtà, non servono a riempire i molti dubbi ed a chiarire la portata della  originale configurazione; nulla vi è, difatti, sulle  specifiche competenze del magistrato (precisate solo dalle successive tabelle 2017/2019 rese note dal CSM); nulla sui suoi diritti, nulla sul suo inquadramento.

Bisogna  poi  studiare il testo del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (pubblicato nel supplemento ordinario n. 194/L alla Gazzetta Ufficiale 19 ottobre 2012, n. 245), coordinato con la legge di conversione 17 dicembre 2012, n. 221 (in questo stesso supplemento ordinario alla pag. 1), recante: «Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese.». (12A13277) (GU Serie Generale n.294 del 18-12-2012 – Suppl. Ordinario n. 208)  per conoscere (a larghe linee) l’istituzione dell’ufficio del processo.[22]
Il primo profilo di incostituzionalità  di questo farraginoso e dispersivo quadro normativo  è dato  dallo status giuridico del Consigliere Ausiliario che il legislatore frettolosamente (forse per ragioni che vengono opportunamente taciute)  colloca  nel  novero  dei giudici onorari.

Difatti l’art. 72 della legge  9 agosto 2013, n. 98  rubricato “stato giuridico ed indennità” statuisce che  i  giudici ausiliari acquisiscono lo stato giuridico di magistrati onorari. Ai giudici ausiliari è attribuita un’indennità onnicomprensiva, da corrispondere ogni tre mesi, di duecento euro per ogni provvedimento che definisce il processo, anche in parte o nei confronti di alcune delle parti, a norma dell’articolo 68, comma 2.  L’indennità annua complessiva non può superare, in ogni caso, la somma di ventimila euro e sulla stessa non sono dovuti contributi previdenziali[23]

Tale norma è anticostituzionale perché tutti i magistrati reclutati con concorso sono magistrati a pieno titolo della Repubblica Italiana e tutti devono avere lo stesso status e lo stesso trattamento economico e previdenziale.

L’art. 102 della Carta Costituzionale, difatti, prevede il concorso (o per esami o per titoli)  come meccanismo di reclutamento dei magistrati ed il Consigliere Ausiliario ha sostenuto un concorso per titoli, è stato reclutato con un pubblico concorso nazionale.

Ergo il  Consigliere Ausiliario è un Magistrato a pieno titolo e non  può essere considerato un magistrato con carica onoraria, carica  riservata solo a che viene nominato elettivamente.

E non è questo il caso.

Non solo.

Lo stesso legislatore  interviene  ad escluderlo, in altra sede , dal novero dei Magistrati onorari.

La disciplina attualmente prevista e la cd. riforma organica della Magistratura Onoraria, difatti, non include la figura del Consigliere Ausiliario di Corte di Appello.

In nessun articolo è menzionato il Consigliere Ausiliario di Corte di Appello.

Più precisamente la riforma del 29 aprile 2016 n. 57 introduce, sostanzialmente, tra l’altro, quanto segue: uno statuto unico della magistratura onoraria, applicabile ai giudici di pace, ai giudici onorari di tribunale e ai vice procuratori onorari, inserendo i primi due nell’ufficio del giudice di pace; la previsione dell’intrinseca temporaneità dell’incarico; la riorganizzazione dell’ufficio del giudice di pace; la rideterminazione del ruolo e delle funzioni dei giudici onorari e dei vice procuratori onorari; l’individuazione dei compiti e delle attività delegabili dal magistrato professionale al magistrato onorario; la regolamentazione dei compensi, in modo da delineare un quadro omogeneo; l’articolazione di un regime previdenziale, assistenziale e assicurativo adeguato in ragione dell’onorarietà dell’incarico.

Ed in nessun articolo si evoca la nuova figura del Consigliere Ausiliario di Corte di Appello.

Gli interventi previsti per i gdp o per i vpo o per i got non sono estensibili ai Consiglieri Ausiliari per non essere quest’ultimi espressamene contemplati, ad ulteriore conferma della loro particolare situazione.

Questa circostanza altro non è se non una modo di corroborare quanto assunto evidenziando un errore, forse meramente materiale (o politicamente scorretto), in cui è caduto il legislatore del “decreto del fare” evidentemente un pò confuso per i troppi ed eterogenei  settori in cui interviene a mettere mano.

Non può nemmeno tacersi, a parte l’indignitoso trattamento economico, che due aspetti della lacunosa normativa sono a dir poco imbarazzanti e costituiscono palesi criticità: a) quello relativo alla conferma annuale o alla  mancata conferma annuale del Consigliere Ausiliario; b) quello che attribuisce al Presidente della Corte di Appello un vero strapotere.

Nel primo caso  l’art. 71 del  decreto del fare al comma n. 2. statuisce che entro trenta giorni dal compimento di ciascun anno dalla data della nomina, il consiglio giudiziario in composizione integrata verifica che il giudice ausiliario abbia definito il numero minimo di procedimenti di cui all’articolo 68, comma 2, e propone al Consiglio superiore della magistratura la sua conferma o, in mancanza e previo contraddittorio, la dichiarazione di mancata conferma. [24]

Nel secondo caso il citato art. 71 al comma  n. 3 statuisce che  in ogni momento il presidente della corte di appello propone motivatamente al consiglio giudiziario la revoca del giudice ausiliario che non è in grado di svolgere diligentemente e proficuamente il proprio incarico.[25]

Ben venga la revoca immediata per chi non svolge o non sa svolgere il proprio lavoro, ma occorre l’intervento del CSM  come per tutti gli altri magistrati e non l’intervento  o lo strapotere di un singolo.

L’attenzione del legislatore si sofferma su di una sorta di sub processo nel caso in cui non venga raggiunto l’obiettivo annuale di (almeno)  90 processi da definire.[26]

In altri termini quello che conta per il legislatore – del tutto avulso dalla realtà degli uffici giudiziari –  è il raggiungimento di un obiettivo (non scandagliato in concreto, ma valutato in astratto), previsto  solo ed esclusivamente  per  il nuovo Magistrato e non per tutti gli altri, in palese violazione dell’art. 3 della Carta Costituzionale Italiana.[27]

Solo questo Giudice viene sottoposto ogni anno ad un meccanismo, stringente, severo e spesso poco compatibile con la realtà delle stesse assegnazioni, di conferma annuale legata, sostanzialmente, alla produttività relativa alla definizione di  (almeno) 90 processi annui.[28]

Conseguentemente il legislatore prevede un sub procedimento di tipo disciplinare: se non vengono prodotte 90 (almeno) definizioni annuali, il Giudice Ausiliario è sotto “processo”.

Il Consiglio giudiziario in forma integrata, deciderà le sue sorti.

Il legislatore, invece di precisare e dettagliare tutti i compiti e le competenze di questo Giudice consentendogli di lavorare con serenità, si spende nella previsione di un sub-procedimento a suo carico e lo “punisce” prima ancora di metterlo in condizione di lavorare e di retribuirlo giustamente.

In difetto di raggiungimento dell’obiettivo, difatti, il Giudice Ausiliario viene convocato, su istanza del Presidente di Corte di Appello, dal Consiglio Giudiziario in forma integrata, per dare giustificazioni.

Il Consiglio  Giudiziario  manda gli atti al Consiglio Superiore della Magistratura  proponendo  la mancata conferma annuale.

Tale procedimento è stato contemplato in palese dispregio del principio di uguaglianza Costituzionalmente statuito.

Il trattamento riservato, solo ed esclusivamente, al Giudice Ausiliario, in questa sorta di esperimento normativo, è assolutamente discriminante e discriminatorio rispetto a quello riservato agli altri magistrati.

Anzi.

Il magistrato ordinario (o a tempo pieno) proprio per il suo ruolo più integrato con l’ufficio giudiziario dovrebbe essere sottoposto a controlli  di produttività seri e stringenti con obiettivi da realizzare almeno raddoppiati  rispetto a quelli previsti per il Magistrato part-time.[29]

Non solo.

Per definizione costituzionale non vi è (e non deve esserci) nessuna differenza tra i vari  appartenenti all’ordine magistratuale.

Questa previsione, così spinosa e singolare, inficia severamente l’art. 3 della Carta Costituzionale, rendendo necessario un intervento immediato per riequilibrare le posizioni tra tutti i magistrati.

Non va sottaciuto che anche la previsione all’interno del Collegio decidente di un Consigliere Ausiliario e di due Consiglieri ordinari rende ancora più difficile la questione  che sfocia in una schietta, quanto inspiegabile,  posizione di diseguaglianza e di disvalore.

Magistrati reclutati con un pubblico concorso che vivono e godono di posizioni assolutamente ed  ingiustificatamente diverse – con un tangibile pregiudizievole trattamento umano, professionale, economico, previdenziale[30]- non rappresentano un avanzamento ed un progresso per uno Stato di diritto che deve evolvere e non involvere evocando distinzioni  tra magistrati cum selliam curulis  e quelli  cum subsellium: non ci sono e non devono esserci figli di un dio minore  in uffici deputati all’amministrazione della giustizia.

Anche perché  la diversità di trattamento, ma non di funzioni, genera all’interno dello stesso ufficio posizioni asimmetriche e squilibri di potere negoziale contro ogni più pregnante principio Costituzionale.

Come questione oltremodo delicata si appalesa  lo strapotere che esprime la possibilità di revoca, in ogni momento, riconosciuto al  Presidente della Corte di Appello, cum imperium,  su questi  nuovi Magistrati.[31]

7.- Le criticità del quadro normativo e la prospettazione di un immediato intervento legislativo. Considerazioni conclusive.

Le molte ombre dell’enunciato quadro normativo sono incontrovertibilmente insostenibili.

La farraginosità e le lacune dei dati testuali dei referenti normativi mettono a nudo una serie di problemi che chiedono interventi immediati in punto di legislazione.

Ma quello che costringe a profonde riflessioni, come prima evidenziato, è la violazione della legalità costituzionale con la configurazione di un Magistrato che, seppur reclutato con un pubblico concorso nazionale, viene sottoposto ad un trattamento estremamente vessatorio con una netta e marcata discriminazione rispetto agli altri magistrati di Corte di Appello ed, in genere, di tutti coloro che appartengono all’ordine magistratuale.

La legge di uno Stato di diritto deve sostanzialmente servire a far progredire l’intera comunità oggi più che mai non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale; invece con la normativa in esame si è innescato un vero e proprio processo involutivo, un  vero arresto statuale.

Difatti, se da un lato va premiata l’introduzione del concorso per titoli ed il principio della retribuzione correlata all’effettivo svolgimento del lavoro, dall’altra va abiurato l’inaccettabile  sistema discriminatorio introdotto: Consiglieri di Corte di Appello cd. Ausiliari, sottoposti a valutazione del Consiglio Giudiziario ed al potere propositivo di revoca attribuito al Presidente della Corte.[32]

Nulla impedisce che si possano verificare-  in questo discutibile e discusso contesto legislativo volto a favorire tensioni e ostilità-  episodi di vere e proprie resistenze nei confronti di nuovi Magistrati competenti e fortemente produttivi- configurati per combattere radicati impaludamenti- ma che, in ogni caso, non essendo giudici monocratici, non possono comunque agire autonomamente, dovendo attendere  tempi e conferme da parte dell’intero organo giudicante.  [33]

Creare una disparità  drammatica ed inspiegabile significa non solo violare i più sani  principi della Carta Costituzionale Italiana, ma favorire un sistema di polizia  e di vessazione inaccettabile per tutti, a maggior ragione per un Magistrato che rivendica un ruolo, una posizione e una dignità meritata.

Ben venga il concorso per titoli, ben venga la retribuzione (dignitosa) in base ai numeri di processo definiti; ben venga un controllo sull’attività, ma che sia sostenibile e compatibile con la realtà degli uffici giudiziari, la complessità dei processi assegnati e la natura collegiale dell’organo di appartenenza e, soprattutto, che sia un controllo, in termini di principio di effettività e di parità sostanziale,  per tutti.

Gli stessi obiettivi da raggiungere non solo devono essere possibili e sostenibili dall’umana natura, ma devono essere fissati per tutti; a maggior ragione  per chi lavora a tempo pieno e viene retribuito con uno stipendio fisso.

Scandagliare l’attività del solo Giudice Ausiliario  – che guadagna solo se lavora[34] con incidenza pari a zero sulle provviste pubbliche-  e non anche quella di tutti i magistrati, significa creare differenze, disparità, disuguaglianza e conseguente violazione dell’art. 3 della Carta Costituzionale dello Stato Italiano.

Di qui la necessaria abolizione della stesso epiteto “ausiliario” evocativo di una sorta di inammissibile subordinazione,

La prospettiva dell’intervento del legislatore necesse est per consentire al Consigliere Ausiliario di lavorare e produrre in modo dignitoso ed umano, con un inquadramento degno del ruolo e della funzione che ricopre ed esercita, espungendo il termine ” ausiliario” che già denota un discrimen o una deminutio che non rende giustizia a nessuno, ma autorizza ancor di più  asimmetrie negoziali, o attriti con chi opera, in modo stabile, nell’amministrazione giustizia creando due categorie di magistrati:quelli di serie A e quelli di serie B.

Occorre al più presto una riforma dell’ordine giudiziario che tenga conto di queste istanze  e tenga conto, in modo sostanzialistico, di questi principi: parità, uguaglianza, reclutamento con concorso per titoli, retribuzione con un fisso ed una variabile in considerazione del lavoro effettivamente svolto, stessi doveri e stessi diritti per tutti gli appartenenti all’ordine giudiziario.

Retribuzione sostanzialmente  dignitosa e rispettosa non solo del ruolo giurisdizionale ricoperto, ma dello stesso riguardo dei più elementari diritti umani e dello stesso dettame Costituzionale di cui agli art. 3, art. 2, art. 4, art. 35, art. 36.

E allora ben venga la citazione di Cicerone: “Non può essere veramente onesto ciò che non è anche giusto.”

E certamente, nella prospettata declinazione, questa legge non è  giusta  e, quindi, non può essere veramente  onesta.

Senza onestà lo Stato di diritto muore.

[1] Si veda A. GUARINO, Diritto Privato Romano, Napoli 2001, XII ed.;  V. GIUFFRE’, Imputati, avvocati e giudici nella “Pro Cluentio” ciceroniana, Napoli,  1993.
[2] Quando il Re moriva, il suo potere tornava al Senato, il quale sceglieva un Interrex per facilitare l’elezione del nuovo sovrano. Durante il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, l’equilibrio costituzionale del potere venne spostato dal potere esecutivo del Re a quello del Senato.
[3] Le cariche pubbliche erano chiamate comunemente onori (honores), e la legge non prevedeva compensi per coloro che le ricoprivano. Il cittadino doveva aspirare alla carica e contentarsi del prestigio che gliene sarebbe derivato.
[4] La sedia curule era il simbolo di potere delle più alte cariche magistratuali. Vi erano magistrati curuli e non curuli; i primi sedevano sulla sella curulis, poltrona intarsiata di avorio che ricordava il currus o carro reale di cui al tempo della monarchia facevano uso i re; i secondi sedevano su un semplice sgabello (subsellium). I magistrati curuli portavano nei giorni comuni una toga orlata da una striscia di porpora (toga praetexta) che era indossata anche dai bambini, mentre nei giorni festivi indossavano una toga tutta di porpora; gli altri magistrati non portavano nessun distintivo particolare. Si distinguevano, fra i magistrati, due categorie: i magistrati cum imperio, e magistrati sine imperio. Si tratta di un potere di stampo militare che, come denuncia il suffisso -ium, ha natura dinamica e che conferisce al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione e, nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe). Simboli esteriore di questo potere sono i “fasci littori”.
[5] I pochi magistrati rimasti videro assottigliarsi la sfera di potere tradotta in mero ausilio per l’imperatore.

Lo spostamento della sede di governo dell’Impero romano da Roma a tutta una serie di altre sedi imperiali, ultima delle quali fu Costantinopoli, ridusse il Senato romano al limitato ruolo di semplice organo cittadino. Diocleziano aveva anche interrotto la pratica di ottenere una ratifica formale da parte del Senato dei poteri imperiali del nuovo imperatore. E se la riforma tetrarchica portò a privare il Senato di tutti i poteri legislativi, allo stesso tempo le magistrature risultarono sempre più insignificanti.

I magistrati esecutivi erano stati ridotti a poco più di semplici funzionari comunali, già dagli inizi della crisi del III secolo, tanto che la riforma dioclezianea non fece altro che attestare uno stato di fatto. I consoli potevano solo presiedere il Senato, il pretore ed i questori potevano gestire solo i giochi pubblici, anche se il pretore conservò una certa autorità giurisdizionale, seppur limitata. Tutti gli altri magistrati scomparvero. I primi due consoli di ciascun anno (consules ordinarii) venivano nominati dall’Imperatore e rimanevano in carica fino al 21 aprile (giorno della nascita di Roma), tutti gli altri consoli dello stesso anno (consules suffecti) venivano eletti dal Senato. Quest’ultimo eleggeva pretori e questori, ma ogni elezione doveva poi essere ratificata dagli Augusti o Cesari.
[6] L’interpretazione del giudice con rilievo direttamente normativo cadde  definitivamente e ad esso si sostituì il potere legislativo statale. La magistratura rappresentava non un potere, ma un ordine direttamente soggetto al Ministero della giustizia. Il controllo sull’attività del singolo giudice era affidato soprattutto ad altri giudici ed, in particolare, all’organo  più elevato: la Corte di cassazione
[7] Corte di appello di Ancona;Corte di appello di Bari; Corte di appello di Bologna;Corte di appello di Brescia;Corte di appello di Cagliari;Corte di appello di Caltanissetta;Corte di appello di Campobasso;|Corte di appello di Catania;Corte di appello di Catanzaro; Corte di appello di Firenze; Corte di appello di Genova; Corte di appello di L’Aquila; Corte di appello di Lecce; Corte di appello di Messina; Corte di appello di Milano; Corte di appello di Napoli; Corte di appello di Palermo; Corte di appello di Perugia; Corte di appello di Potenza; Corte di appello di Reggio Calabria;Corte di appello di Roma; Corte di appello di Salerno; Corte di appello di Torino; Corte di appello di Trento;Corte di appello di Trieste; Corte di appello di Venezia.
[8] La Francia non conosce l’esperienza del Consigliere Ausiliario di Corte di Appello. En France, la Cour d’Appel de l’ordre judiciaire est une juridiction de droit commun du second degré. Elle examine un litige déjà jugé, par exemple par un tribunal correctionnel ou un tribunal de grande instance. Après un arrêt de la Cour d’Appel, il est possible d’exercer un pourvoi en cassation. S’il est recevable, l’affaire n’est pas jugée une troisième fois mais il est vérifié que les règles du droit ont bien été appliquées. Les magistrats de la Cour d’Appel sont généralement expérimentés, ils ont commencé leur carrière dans une juridiction de premier degré. Chaque Cour d’Appel est présidée par un premier président qui est aussi appelé « chef de cour ». Les autres magistrats du siège sont les présidents de chambre et les conseillers, appellations qui rappellent les parlements d’Ancien Régime. Les cours d’appel comprennent un greffe composé de fonctionnaires de l’État.  Es formations collégiales de jugement sont composées de trois magistrats (le premier président, un président de chambre et un conseiller ou un président de chambre et deux conseillers) en formation normale et de cinq magistrats dans la formation solennelle (notamment dans le cas d’un renvoi après cassation). Dans des cas rares, la cour d’appel se réunit sous forme d’« assemblée des chambres » qui comprend les magistrats de deux chambres (trois pour la cour d’appel de Paris). Dati dettagliati sulla giurisdizione di secondo grado – giustizia civile – sono rinvenibili nella tabella Annuaire statistique de la Justice Édition 2011-2012, p. 29 (http://www.justice.gouv.fr/art_pix/stat_annuaire_2011-2012.pdf).
[9] Il tutto supportato dal parere  espresso  dal  Consiglio   Superiore   della Magistratura (con delibera adottata  nella  seduta  del  18  dicembre 2013), sentiti, ai sensi dell’art. 65 della legge 9 agosto 2013, n.  98, i Consigli degli ordini distrettuali e visto il decreto ministeriale 5  maggio  2014  (registrato  dalla Corte dei conti il 16 giugno 2014) con il quale e’ stata istituita la pianta  organica  dei  giudici  ausiliari,  ad  esaurimento, presso ciascuna Corte di Appello.
[10] Per conseguire la nomina a giudice ausiliario sono necessari i seguenti requisiti: a) essere cittadino italiano;  b) avere l’esercizio dei diritti civili e politici;  c) non aver riportato condanne per delitti non colposi; d) non essere stato sottoposto  a  misure  di  prevenzione  o  di sicurezza; e) avere l’idoneita’ fisica e psichica; f) non avere precedenti disciplinari diversi dalla sanzione  più lieve  prevista  dagli  ordinamenti  delle  amministrazioni  e  delle professioni di provenienza. Non possono essere nominati giudici ausiliari: a) i membri del Parlamento nazionale ed europeo, i deputati ed  i consiglieri regionali, i  membri  del  Governo,  i  presidenti  delle regioni  e  delle  province,  i  membri  delle  giunte  regionali   e provinciali; b) i sindaci, gli assessori comunali, i consiglieri  provinciali, comunali e circoscrizionali; c) gli ecclesiastici ed i ministri di culto;  d) coloro che  ricoprano  incarichi  direttivi  o  esecutivi  nei partiti politici. 6. Gli avvocati, anche se cancellati dall’albo da non piu’ di tre anni al momento di presentazione della domanda,  non  possono  essere nominati giudici  ausiliari  presso  la  Corte  di  appello  nel  cui distretto ha sede il  Consiglio  dell’ordine  cui  sono  iscritti  al momento della nomina ovvero  sono  stati  iscritti  nei  cinque  anni precedenti. 7. Fatto salvo per quanto previsto nei commi 2 e 3,  i  requisiti debbono essere posseduti alla data della deliberazione di  nomina  da parte del Consiglio superiore della magistratura.
[11] Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico. I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari. Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.
[12] I documenti comprovanti il possesso dei titoli  di  preferenzadevono contenere l’esatta indicazione delle date di effettivo  inizio ( presa di possesso, iscrizione  all’albo,  ecc.)  e  di  cessazione dell’esercizio delle relative attivita’ e funzioni. Per le  attivita’ e funzioni in corso deve essere indicata come data finale  quella  di scadenza  del  termine  di  presentazione  della  domanda  di  nomina prevista dal bando di concorso.
[13] Al fine di consentire ai giudici ausiliari di Corte di appello di nuova nomina la necessaria formazione professionale, le  strutture territoriali della formazione decentrata, sentiti i presidenti  delle Corti di appello cureranno che i giudici ausiliari,  subito  dopo  la nomina, effettuino un periodo di tirocinio della durata di  due  mesi prima  dell’assunzione  delle  funzioni   giudiziarie. I Consigli giudiziari, d’intesa  con  le  strutture  di  formazione  decentrata, individueranno un magistrato di riferimento  in  servizio  presso  la Corte di appello nel settore civile o del lavoro. Il tirocinio si svolgerà attraverso lo studio dei  fascicoli, seguendo le indicazioni del giudice titolare e la presenza ad udienze tenute da magistrati professionali. Il  Consiglio  giudiziario,  d’intesa  con  la  struttura  di formazione decentrata,  provvede  alla  periodica  organizzazione  di incontri teorico-pratici in sede di tirocinio dei  giudici  ausiliari di Corte  di  appello,  mediante  l’apporto  di  magistrati  all’uopo designati e di rappresentanti dell’avvocatura.  Al  termine  del  tirocinio,  i  magistrati  di   riferimento esprimono  in  una   relazione   una   valutazione   sulla   qualità ‘ dell’impegno  e  sulla  professionalità  del  magistrato   onorario nell’esame e nello  studio  degli  atti  processuali,  nonché  sulla redazione  delle  minute  dei  provvedimenti   e   sulle   attitudini all’esercizio delle funzioni giurisdizionali. 5. Nell’ipotesi  in  cui  vi  sia   una   valutazione   negativa dell’attività  svolta  dal   magistrato   onorario,   il   Consiglio giudiziario, su proposta del  presidente  della.  Corte  di  appello, valuta se rinnovare il periodo di tirocinio per ulteriori due mesi. Al termine del secondo periodo, ove  l’esito  del  tirocinio  sia ancora negativo, il presidente della Corte di appello redige apposita relazione per l’inizio della procedura  di  revoca  dall’incarico  ai sensi dell’art. 71, comma 3, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98. 6. Il Consiglio giudiziario nella composizione  integrata,  anche su richiesta dell’interessato e previo parere  del  presidente  della Corte di appello,  può  disporre l’esonero  dallo  svolgimento  del tirocinio per il giudice ausiliario appartenente  alle  categorie  di cui alle lettere a) e d) dell’art. 2, comma 3.
[14] Sulla figura i commenti generali di A. DONDI, «Nuova composizione del giudiziario in appello come soluzione dei problemi della giustizia civile», in La Nuova giurisprudenza civile commentata, 2014, n. 5, pp. 229– 231; S. AGRIFOGLIO, «Una mancata mini riforma della giustizia: i giudici ausiliari di appello», in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, 2015, n. 3, pp. 943–951.
[15] Il d.lgs. 31 maggio 2016, n. 92, recante “Disciplina della sezione autonoma dei Consigli giudiziari per i magistrati onorari e disposizioni per la conferma nell’incarico dei giudici di pace, dei giudici onorari di tribunale e dei vice procuratori onorari in servizio”. Non a caso  la  stessa riforma — che, sin dal titolo della legge di delegazione si è voluto definire “organica” — non ha inciso sul ruolo e sulle funzioni dei Giudici ausiliari, la cui disciplina può tuttora rinvenirsi unicamente nel d.l. 69/2013.
[16]Conseguentemente lo stesso trattamento economico, previdenziale e lavorativo deve essere interamente rivisto.
[17] In Germania esiste un’abilitazione unica per tutti i laureati in giurisprudenza. Segue un tirocinio mirato per chi sceglie l’Avvocatura, la Magistratura o il Notariato. I più meritevoli vengono scelti per le tre diverse professioni.
[18] Come noto, a seguito del processo di riforma della magistratura onoraria cui si è dato avvio con la legge

28 aprile 2016, n. 57 (“Delega al Governo per la riforma organica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace”), si è previsto che le figure del GOT e del Giudice di pace siano fuse, con l’istituzione del Giudice onorario di pace. La delega, di durata annuale, può essere esercitata attraverso uno o più decreti legislativi:al dicembre 2016, è stato emanato unicamente il d.lgs. 31 maggio 2016, n. 92, recante “Disciplina della sezione autonoma dei Consigli giudiziari per i magistrati onorari e disposizioni per la conferma nell’incarico dei giudici di pace, dei giudici onorari di tribunale e dei vice procuratori onorari in servizio”. Per quanto attiene all’argomento del presente lavoro, occorre segnalare che la riforma — che, sin dal titolo della legge di delegazione si è voluto definire “organica” — non ha inciso sul ruolo e sulle funzioni dei Giudici ausiliari, la cui disciplina può tuttora rinvenirsi unicamente nel d.l. 69/2013.
[19] F. CIPRIANI, «La chiamata in Cassazione per meriti insigni (appunto per la bicamerale)», in Il Foro Italiano, 1997, n. 2, pp. 57–68
[20] Non è stato rinvenuto un riferimento numerico della citata circolare.
[21] Art. 50 bis cpc:  Il tribunale giudica in composizione collegiale: 1) nelle cause nelle quali è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero, salvo che sia altrimenti disposto (1); 2) nelle cause di opposizione, impugnazione, revocazione e in quelle conseguenti a dichiarazioni tardive di crediti di cui al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, [al decreto legge 30 gennaio 1979, n. 26, convertito con modificazioni dalla legge 3 aprile 1979, n. 95,] e alle altre leggi speciali disciplinanti la liquidazione coatta amministrativa; 3) nelle cause devolute alle sezioni specializzate; 4) nelle cause di omologazione del concordato fallimentare e del concordato preventivo; 5) nelle cause di impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea e del consiglio di amministrazione, nonché nelle cause di responsabilità da chiunque promosse contro gli organi amministrativi e di controllo, i direttori generali e i liquidatori delle società, delle mutue assicuratrici e società cooperative, delle associazioni in partecipazione e dei consorzi (2); 6) nelle cause di impugnazione dei testamenti e di riduzione per lesione di legittima; 7) nelle cause di cui alla legge 13 aprile 1988, n. 117 (3); 7-bis) nelle cause di cui all’articolo 140-bis del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 (4).Il tribunale giudica altresì in composizione collegiale nei procedimenti in camera di consiglio disciplinati dagli articoli 737 e seguenti, salvo che sia altrimenti disposto (5).
[22] Detta normativa  all’art. 19  si sofferma, seppur senza troppa chiarezza applicativa, sull’istituzione dell’ufficio del processo che ad oggi non sembra ancora aver trovato attuazione negli uffici giudiziari.
[23] L’indennità prevista dal presente articolo è cumulabile con i trattamenti pensionistici e di quiescenza comunque denominati.
[24] Art. 71. Decadenza, dimissioni, mancata conferma e revoca1. I giudici ausiliari cessano dall’ufficio quando decadono perché viene meno taluno dei requisiti per la nomina, in caso di revoca e di dimissioni, in caso di mancata conferma annuale ovvero quando sussiste una causa di incompatibilità.  2. Entro trenta giorni dal compimento di ciascun anno dalla data della nomina, il consiglio giudiziario in composizione integrata verifica che il giudice ausiliario abbia definito il numero minimo di procedimenti di cui all’articolo 68, comma 2, e propone al Consiglio superiore della magistratura la sua conferma o, in mancanza e previo contraddittorio, la dichiarazione di mancata conferma. 3. In ogni momento il presidente della corte di appello propone motivatamente al consiglio giudiziario la revoca del giudice ausiliario che non è in grado di svolgere diligentemente e proficuamente il proprio incarico. 4. Nei casi di cui al comma 3 il consiglio giudiziario in composizione integrata, sentito l’interessato e verificata la fondatezza della proposta, la trasmette al Consiglio superiore della magistratura unitamente ad un parere motivato. 5. I provvedimenti di cessazione sono adottati con decreto del Ministro della giustizia su deliberazione del Consiglio superiore della magistratura.
[25] Lo stesso obiettivo di almeno 90 processi definiti all’anno non trova una sua specificità.
[26] Il legislatore non fornisce dettagli sul computo dell’anno. A parte il tipo di processo assegnato e l’assegnazione formale di un ruolo al singolo Magistrato, il computo dell’anno non può ridursi in 12 mesi gregoriani, perché occorre considerare  tempi tecnici (art. 190 cpc), sospensione feriale e tempo di decisione per computare correttamente l’anno utile.
[27] Il Giudice Ausiliario deve raggiungere un obiettivo oggettivamente “difficile”, obiettivo che nella media statistica  non risulta essere  compatibile con quelli raggiunti dai giudici ordinari (o a tempo pieno).
[28] Diversamente per gli altri Consigliere di Corte di Appello. Attualmente gli avanzamenti di carriera in magistratura avvengono in base al positivo superamento di quadriennali valutazioni di professionalità, alcune delle quali (la I, la III dopo un anno, la V e la VII) determinano anche la progressione nelle classi retributive. I parametri utilizzati per verificare la professionalità del magistrato sono l’indipendenza, l’imparzialità e l’equilibrio – cosiddette precondizioni al corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali – e i parametri di capacità, laboriosità, diligenza e impegno. Il procedimento prevede un parere redatto dal Consiglio giudiziario d’appartenenza e un giudizio definitivo ad opera del Consiglio Superiore della Magistratura.
[29] Invece di 90 almeno 180 sentenze annue.
[30] Si ricordi che il Giudice Ausiliario non beneficia di trattamento previdenziale.
[31]Questa revoca non è prevista per gli altri Magistrati.
[32] In ogni momento il presidente della corte di appello propone motivatamente al consiglio giudiziario la revoca del giudice ausiliario che non è in grado di svolgere diligentemente e proficuamente il proprio incarico.
[33] L’attività di pubblicazione delle sentenze di questo nuovo Giudice, strozzato e sottomesso a giogo legislativo, è inserita nei tempi e nelle conferme dell’Organo collegiale.

La natura collegiale dell’organo, difatti, non è di semplice gestione ed il Magistrato ausiliario, pur se operoso, non potrà disporre e gestirsi in modo autonomo, essendo necessaria l’attività congiunta di tutto il collegio.
[34] Il Consigliere Ausiliario di Corte di Appello ha tutto l’interesse a lavorare, perché guadagna se lavora. Ad oggi in molti uffici giudiziari  risultano mancanza di stanze, pc e risorse.

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