Il foro competente per i giudizi di responsabilità verso i giudici della Suprema Corte

Di Alessandro Aniello -

Cass. Sez. Un. , 7 giugno 2018, n. 14482

Con tale provvedimento, la Suprema Corte ha individuato il foro competente in ordine all’azione di responsabilità, per dolo o colpa grave, promossa nei confronti dei giudici di legittimità.

La soluzione al problema è tra le più delicate, dovendosi creare, a tutela dell’imparzialità del giudizio di responsabilità del magistrato, una scissione tra il foro in cui egli esercita le sue funzioni e quello presso il quale lo stesso verrà giudicato.

A tale scopo il legislatore emanava la L. n. 117/1988 che, all’art. 4, predetermina il distretto di Corte di appello competente a giudicare la condotta del magistrato preteso responsabile. Secondo la stessa disposizione, peraltro, legittimato passivo non è il singolo magistrato bensì lo Stato in persona del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Tuttavia, l’applicabilità o meno della legge speciale ai giudici di legittimità risulta dubbia in quanto stabilisce la competenza territoriale del “tribunale del luogo ove ha sede la corte d’appello del distretto più vicino a quello in cui è compreso l’ufficio giudiziario al quale apparteneva il magistrato” mentre la Corte di Cassazione, essendo un organo Supremo e di rilievo nazionale, non sarebbe compresa in alcun distretto di Corte di appello.

Ed invero le Sez. Un., proprio su tale ragione letterale, hanno precisato che: se l’art. 4, legge citata, è applicabile ai giudici di legittimità, lo è limitatamente alla competenza verticale, rimanendo invece escluso il criterio orizzontale. Va evidenziato che tale soluzione, pur essendo condivisibile sul piano letterale, conduce al risultato (non proprio ineccepibile) per cui i giudici di piazza Cavour vengono giudicati nello stesso luogo ove svolgono le proprie funzioni.

Il criterio dell’art. 4 citato, tuttavia, pur non applicandosi sic et simpliciter ai giudici di legittimità, opera comunque nel caso in cui l’attore agisca, in ordine alla stessa vicenda processuale, non solo nei confronti dei giudici della Suprema Corte, ma anche di quelli di merito. In tale ipotesi, infatti,  la Corte ha concluso che l’attore debba necessariamente incardinare un unico giudizio (avente ad oggetto sia la responsabilità dei giudici di merito che di legittimità e come convenuto lo Stato).

Deporrebbe in tal senso (oltre all’onnipresente principio di economia processuale), da un lato, il fatto che unico legittimato passivo è lo Stato e, dall’altro, la circostanza per cui l’eventus damni, ancorché fondato su diverse condotte, sarebbe in realtà unico.

Invero, posto che la legge speciale consente la proposizione dell’azione solo nella misura in cui il preteso danneggiato si sia servito degli ordinari mezzi di impugnazione, deputati anche alla correzione di un eventuale comportamento colposo o doloso dei magistrati “inferiori”, è solo a conclusione dell’iter processuale che “l’errore non è più correggibile e può scattare la conseguenza del giudizio di responsabilità civile contro i magistrati”.

Ne segue che le condotte dolose o gravemente colpose tenute dai magistrati formano una fattispecie dannosa unica, che risiede nell’incapacità dell’ordinamento giudiziario di soddisfare il fine per cui lo stesso è costituito, creando contestualmente un danno al soggetto che ha, di contro, un diritto a veder trattata la sua controversia in maniera corretta.

La fattispecie, quindi, ancorché costruita su una asserita responsabilità civile dei magistrati, si risolve in una responsabilità dello Stato, unico legittimato passivo sia in senso processuale che sostanziale.

La necessità di instaurare un processo unico, però, impone una scelta tra il foro ex art. 4, L.117/1988 e quello di cui all’art. 25 c.p.c.. Ebbene, la Corte, in ragione del suo legame con la materia trattata, ha scelto di privilegiare il primo foro, che quindi, in tale ipotesi, attrae anche il giudizio in ordine alla responsabilità dei giudici della Suprema Corte.

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