IL FORMATO DEGLI ALLEGATI ALLA NOTIFICA: SANATORIA O NON SANATORIA PER GLI ATTI TELEMATICI? LA DECISIONE ALLE SEZIONI UNITE

Va rimessa al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, ritenuta di massima importanza, riguardante gli effetti della violazione delle disposizioni tecniche sulla forma degli atti processuali informatici (o, descrittivamente, nativi informatici) da notificare e, in particolare, sull’estensione del file in cui essi si articolano, ove sia indispensabile per valutare la loro autenticità, dovendosi infatti stabilire se esse prevedano, o meno, una nullità di forma e, quindi, se questa sia poi da qualificarsi indispensabile ai sensi dell’art. 156, comma 2, c.p.c., rendendosi – in caso di risposta affermativa del quesito – necessario altresì definire l’ambito di applicabilità alla fattispecie del principio generale di sanatoria degli atti nulli ex art. 156, comma 3, c.p.c.

Di Alessio Bonafine -

Cass. 31 agosto 2017, n. 20672

In più occasioni, anche in questa stessa sede, si è evidenziata la necessità di approcciare in modo diverso al problema della violazione delle disposizioni di settore dedicate al processo telematico e, in particolare, all’atto digitale, al fine di ammettere la declinabilità anche a tali ipotesi patologiche del generale principio del raggiungimento dello scopo ex art. 156, comma 3, c.p.c.

Ciò sulla base di una immediata considerazione; tutte le norme (anche quelle speciali in materia di giustizia digitale) che incidono sulla formazione dell’atto, sulla sua estrinsecazione e anche sul suo ingresso nel giudizio (quindi pure quelle dettate in punto di deposito) attengono alla sua forma e, conseguentemente, dalla loro violazione derivano vizi soggetti al meccanismo di sanatoria oggettiva.

Che la giurisprudenza (specialmente di merito) abbia però spesso preferito trincerarsi dietro pronunce di nullità non sanabile, di inammissibilità o addirittura di inesistenza – sul presupposto per cui l’atto pensato digitale ma poi formato in violazione della relativa disciplina non potesse neanche essere ricondotto al tipo legale – è tuttavia un dato di fatto, di cui soprattutto gli operatori del settore hanno spesso imparato a prendere atto a loro stesso discapito.

E sebbene la Cassazione abbia già tentato di segnare la strada verso una interpretazione evolutiva utile ad escludere le eccezioni fondate su pretese violazioni di norme di rito quando non negativamente incidenti sul diritto alla difesa delle parti (v. Cass., sez. un., 18 aprile 2016, n. 7665), che il tema sia ancora “sentito” e imponga una ulteriore e ragionata riflessione lo dimostra l’ordinanza interlocutoria qui segnalata, con cui la rimessione degli atti al Primo Presidente in vista all’assegnazione alle Sezioni Unite è giustificata dalla ritenuta massima importanza della questione, cui può qui solo accennarsi con riserva però di ulteriori approfondimenti.

In particolare, nella fattispecie, essa attiene agli effetti della violazione delle disposizioni tecniche sulla forma degli “atti del processo in forma di documento informatico” (o, descrittivamente, nativi informatici) da notificare e, in particolare, sull’estensione (che indica o descrive il tipo) dei file in cui essi si articolano, ove siano indispensabili per valutare la loro autenticità, dovendosi infatti stabilire se esse prevedano o meno una nullità di forma e, quindi, se questa sia poi da qualificarsi indispensabile ai sensi dell’art. 156, comma 2, c.p.c. rendendosi necessario poi – in caso di risposta affermativa al quesito – definire l’ambito ed i limiti dell’applicabilità alla fattispecie del principio generale di sanatoria degli atti nulli in caso di raggiungimento dello scopo previsto dall’art. 156, comma 3, c.p.c.

A tali fini, peraltro, il Collegio sottolinea la possibilità di rimettere la questione direttamente alle Sezioni Unite invece che alla pubblica udienza della sezione ordinaria (ai sensi del nuovo art. 380-bis, u.c., c.p.c.), atteso che <<la problematica della ritualità della notifica di uno o più degli atti di costituzione della parte dinanzi a questa Corte, eseguita con documento nativo informatico a mezzo p.e.c. ma con file – ricorso o controricorso e soprattutto relativa indispensabile procura speciale – con estensione (e quindi forma o struttura informatica) diversa da quella espressamente prescritta, attiene all’ammissibilità o meno dei medesimi e quindi rileva agli effetti dell’applicazione dell’articolo 375 c.p.c., n. 1), materia che è riservata appunto di norma proprio alla cognizione della sesta sezione ai sensi dell’articolo 376, comma 1, primo periodo, nonché articolo 380 bis c.p.c., come novellato>>.

Il caso sottoposto all’attenzione della Corte dà il senso della richiesta, atteso che essa origina sostanzialmente da una questione di ritualità della notifica del controricorso effettuata ai sensi della l. n. 53/1994 e avente quali allegati al messaggio documenti in formato “.pdf” e non “.p7m”, e quindi da ritenersi privi di firma digitale.

Il punto di partenza dell’iter della Corte è offerto dal dato normativo. In questo senso, il riferimento è principalmente all’art. 12 del provvedimento DGSIA 16 aprile 2014 (recante le specifiche tecniche previste dall’art. 34, comma 1, d.m. 21 febbraio 2011, n. 44 e solo parzialmente inciso dal provvedimento del 28 dicembre 2015) che, nel fornire la disciplina della struttura della sottoscrizione del documento elettronico, distingue tra firma PAdES e CAdES. La differenza tecnica si coglie nel dato per cui la prima delle indicate modalità di firma, che può apporsi solo su un documento .pdf, permette al file di conservare la sua originaria estensione, mentre la seconda inserisce il medesimo in un “contenitore” sigillato con una firma digitale, utile a garantirne l’autenticità e l’integrità.

La previsione dell’estensione .p7m, in altri termini, sarebbe espressione della volontà legislativa di richiedere e offrire la massima garanzia possibile sulla conformità del documento non informatico ab origine e quindi, sotto l’aspetto processuale, <<della regolare costituzione nel giudizio di legittimità (per la quale è da sempre stata considerata quale presupposto indispensabile la ritualità della procura speciale)>>. Per queste ragioni, ad avviso del Collegio la diretta ed immediata applicazione del principio generale di sanatoria della nullità dovrebbe trovare ostacolo nella considerazione per cui l’osservanza delle specifiche tecniche sulla formazione dei file informatici dovrebbe poter attenere all’esistenza stessa dell’atto. Così ragionando, prosegue, diviene inutile anche indugiare sul potere di autenticazione riconosciuto all’avvocato notificante, poiché esso riguarda la conformità di atti già ritualmente formati ai loro rispettivi originali, e non è invece riferito anche alla loro intrinseca o strutturale regolarità.

In altri termini, sebbene il quadro normativo offra al notificante la scelta tra le modalità di sottoscrizione dell’atto (PAdES o CAdES), la rimessione tende a sollecitare le Sezioni Unite rispetto al tema della necessità, <<se non altro quando l’atto da notificare comprende anche la procura speciale indispensabile per la ritualità del ricorso o del controricorso in sede di legittimità>>, di ritenere integrata una prescrizione sulla forma dell’atto indispensabile al raggiungimento dello scopo (ex art. 156, comma 2, c.p.c.) e, in caso di positiva ricostruzione, dell’eventuale sanabilità oggettiva della nullità derivante dalla sua violazione.

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