Escluso il ricorso per cassazione avverso il decreto di inammissibilità della procedura di accordo di composizione della crisi da sovrainbitamento

Il decreto emesso in sede di reclamo con il quale il giudice pronuncia l’inammissibilità della proposta di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento, difettando dei requisiti di decisorietà e definitività, non è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111, c.7 Cost.

Di Fabio Valerini -

Cass., 14 marzo 2017, n. 6516

Con l’ordinanza n. 6516 del 2017 la Corte di Cassazione definisce la tematica relativa alla possibilità di proporre ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa dal giudice del reclamo che abbia dichiarato l’inammissibilità della proposta di piano o di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento presentata dal consumatore e/o dall’imprenditore non fallibile.

Più precisamente, con questa ordinanza la Suprema Corte ha precisato che la soluzione, già affermata dalla prima Sezione nel 2016 con riferimento al piano del consumatore deve valere anche per la seconda delle procedure previste dalla legge n. 3 del 2012 in materia di sovraindebitamento e, cioè, l’accordo di composizione della crisi.

Il ragionamento della Cassazione poggia sul consolidato orientamento secondo cui il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 7 Cost. è ammissibile soltanto quando il provvedimento che si intende impugnare possieda i caratteri della decisorietà e della definitività.

Ebbene, nel caso dell’accordo di composizione della crisi la legge n. 3 del 2012 prevede che il giudice del sovraindebitamento provveda ai sensi degli artt. 737 e ss. c.p.c. con decreto reclamabile, sull’ammissibilità della proposta.

Quid juris se il giudice del reclamo pronuncia l’inammissibilità? Per la Cassazione non è possibile il ricorso per cassazione in quanto quel decreto <<non decidendo  nel contraddittorio tra le parti su diritti soggettivi, non è idoneo al giudicato>>.

Inoltre, difetterebbe l’ulteriore requisito della definitività in quanto  l’eventuale esito negativo (come avvenuto nel caso di specie ove il giudice ha dichiarato l’inammissibilità) non <<esclud[e] la reiterabilità della proposta di accordi di composizione della crisi>>.

Ciò posto è, però, opportuno sottolineare un aspetto di non poco momento con riferimento alle procedure di sovraindebitamento in quanto occorre verificare se, effettivamente, la dichiarazione di inammissibilità abbia, o no, un qualche effetto preclusivo rispetto al quale è bene prestare la massima attenzione (specialmente in sede di presentazione della domanda di ammissione delle varie procedure).

Ebbene, il punto delicato è rappresentato dall’art. 7, comma 2 della legge n. 3 del 2012 la cui lett. b) che prevede, per il piano del consumatore e l’accordo di composizione della crisi, come causa di inammissibilità la circostanza che il debitore anche consumatore <<ha fatto ricorso, nei precedenti cinque anni, ai procedimenti di cui al presente capo>> (identica norma vale anche per la procedura di liquidazione dei beni stante il richiamo contenuto nell’art. 14-ter ).

La questione è, quindi, quella di sapere che cosa si deve intendere per <<aver fatto ricorso>>.

Le interpretazioni possibili potrebbero essere due: la prima comporta che il semplice ricorso (e, quindi, il deposito della domanda al Tribunale) determina la successiva inammissibilità per almeno cinque anni di una nuova proposta; la seconda comporta che non può essere il semplice ricorso a determinare una così grave limitazione, ma l’aver fruito degli effetti della legge sul sovraindebitamento.

L’interpretazione più ragionevole della disposizione appare proprio quest’ultima che sembra accolta dalla giurisprudenza di merito prevalente e da quella di legittimità.

Secondo questa interpretazione il limite temporale previsto dal legislatore, mirando <<a fronteggiare un uso ripetuto ed indiscriminato dell’istituto>>, deve essere inteso come facente riferimento all’ipotesi in cui il debitore abbia fatto ricorso ad una delle procedure <<fruendo degli effetti pieni dell’istituto stesso nel quinquennio anteriore>> (la precisazione è contenuta in Cass. Civ., sez. I, 1869/2016 mentre non ve n’è traccia nella sentenza in esame).

Da quanto sopra deriva, peraltro, la constatazione che è ben possibile che il debitore (rectius l’avvocato del debitore essendo la difesa tecnica necessaria in base alle norme processuali trattandosi di una vera e propria domanda giudiziale rispetto alla quale non è prevista – e giustamente, stante la complessità giuridico contabile delle questioni coinvolte anche nelle procedure del consumatore – alcuna deroga) possa proporre in via subordinata le sue varie domande.

Sarà, quindi, possibile per il debitore chiedere, ad esempio, in via principale l’ammissione alla procedura del piano del consumatore, in via subordinata a quella di accordo di composizione e, in via ulteriormente subordinata, alla liquidazione dei beni.

Ma il vero puntucm dolens  è rappesentato dall’individuazione di quali siano gli effetti di cui il debitore deve aver fruito per far scattare la causa di inammissibilità.

Ed infatti, ad una prima lettura della sentenza 1869/2016 potrebbe apparire necessario che il piano o l’accordo siano stati omologati (del resto l’omologazione del piano e la sua efficacia nei confronti dei creditori a prescindere dal loro consenso è  uno degli effetti più importanti previsti dalla legge) o, addirittura eseguiti (del resto la revoca e la cessazione degli effetti dell’accordo rappresentano un’autonoma ipotesi di inammissibilità).

Senonché, è anche vero che la dichiarazione di inammissibilità potrebbe giungere anche dopo che il debitore abbia “profittato” degli effetti protettivi del patrimonio previsti, rispettivamente, dall’art. 10, comma 2 e dall’art. 12 bis, comma 2: in questo caso potrebbe essere anche ragionevole ritenere che il debitore ha comunque “profittato” di effetti importanti (come, per l’appunto, il divieto di azioni esecutive e di disporre sequestri conservativi o di acquistare diritti di prelazione).

Da quanto sopra deriva la necessità di approfondire, in primo luogo, il tema dell’individuazione degli effetti della legge sul sovraindebitamento la cui fruizione è sufficiente, in caso di dichiarazione di inammissibilità, a precludere per cinque anni la presentazione di un nuovo piano o accordo. In secondo luogo, poi – e in relazione anche agli esiti di cui sopra – verificare se quell’inammissibilità, impedendo la ripresentazione, per i cinque anni successivi non si presti ad assumere (quantomeno) il carattere della defintività.

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