DIRITTO DI AFFETTIVITA’ DEI SOGGETTI VULNERABILI

Di Tiziana Amodeo -

La Convenzione di New York (2006) sui diritti delle persone con disabilità, ratificata con legge n.18/2009 all’art. 12 recita: gli Stati devono assicurare che le misure relative all’esercizio della capacità giuridica rispettino i diritti, la volontà e le preferenze della persona, che siano scevre da conflitti di interesse e da ogni influenza indebita e proporzionate alla condizione della persona.

La questione è analizzata non come diritto del disabile alla sessualità ma nel suo esercizio: ovvero come negazione del diritto di sposarsi per l’interdetto (art. 85 c.c.) e quindi coinvolgimento dell’autorità penale, anche per le persone che mercificano la sessualità dell’incapace o attraverso adozione di strumenti di sostegno e monitoraggio (ad opera di servizi sociali e consultori).

Il dibattito sul diritto di affettività e sessualità delle persone con disabilità nasce intorno agli anni ottanta ad opera di un neuropsichiatra (Camillo Valgimigli) che ne parla in un saggio, pubblicato in rivista, argomentando in vario modo sulle diverse problematiche.

E’ già di per sé difficile parlare di affettività e sessualità perché sono temi, intrisi di irrazionalità, che suscitano sensazioni negative di paura, che spesso sono basate su pregiudizi o taboo.

Lo scritto segna una svolta culturale e l’argomento diviene fonte di ricerca e studio!

Nel 1993 l’Assemblea generale dell’ONU approva un documento in cui è riconosciuto a tutti i portatori di handicap “il diritto di fare esperienza della propria sessualità, di vivere all’interno di una relazione, di essere genitori, di essere sostenuti nell’educazione della prole da tutti i servizi che la società prevede per i normodotati, compreso il diritto ad un’adeguata educazione sessuale”.

L’ONU auspica con questo documento che tutti gli Stati si rendano promotori del superamento degli stereotipi culturali che ostacolano il riconoscimento di questi diritti alle persone con disabilità.

L’handicap rappresenta un ostacolo o una difficoltà che la persona incontro nel percorso di realizzazione del Sé.

Eppure i disabili fisici e psichici che vivono un percorso di inclusione sociale e di emancipazione con la famiglia nella società, poco spesso incontrano occasioni di ascolto sul tema dell’affettività e sessualità, e questo loro “bisogno” resta confinato tra i desideri inespressi di un soggetto fragile, cui viene negata tutela, con conseguente senso di frustrazione, cui si associano sentimenti di rabbia ed a volte aggressività.

In Germani e Paesi Bassi è stato istituito un servizio di “assistenza sessuale” gestito da associazioni che consiste nel servizio di prestazioni sessuali o di tenerezza per disabili, per il quale gli operatori vengono formati appositamente e lavorano in modo volontario, offrendo “affettività”: carezze, abbracci parole ed atmosfere calorose.

Questo tipo di servizio, attivo anche in Gran Bretagna, Olanda e Paesi Scandinavi, nasce dalla necessità di rispondere al bisogno del portatore di disabilità di avere intimità propria che migliori la possibilità di relazionarsi con conseguente diminuzione della frustrazione, conseguente alla realizzazione di bisogni primari di vita, tra i quali vi è il “diritto di affettività” inteso anche nel senso di esprimere amore e di riceverlo in cambio.

Il riconoscimento del diritto di affettività, che comprende anche quello alla sessualità, anche per le persone con disabilità è visto come diritto alla qualità della vita inalienabile ed imprescindibile.

E’ impossibile immaginare una vita senza “amore”, inteso anche nel senso di relazione amorosa di coppia, intriso di sentimenti di gioia e benessere psicofisico che lega due individui: nell’ambito di tale relazione la sessualità rappresenta solo un aspetto.

In Italia il tema del bisogno di assistenza sessuale ai disabili è stato oggetto di discussione in ambito clinico ed a livello politico, tale discussione, è sfociata nell’emanazione del DDL n. 1442 “Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità”, presentato in Senato il 27.4.2014.

Il testo di legge ha lo scopo di formare gli assistenti sessuali con l’intento di creare operatori del benessere, che promuovano assistenza all’emotività, affettività e sessualità delle persone con disabilità; fondamentale è la presenza di uno psicologo-sessuologo che governi i sentimenti e le relazioni emotive contenendole nella giusta dimensione di vita.

Altra questione è il diritto alla sessualità dei detenuti, più volte ribadito dalla giurisprudenza[1], riconosciuto come diritto di autodeterminazione del soggetto, che garantisce lo sviluppo della persona in funzione rieducativa della pena, disincentivando l’omosessualità ricercata o imposta.

Di recente la giurisprudenza di legittimità[2] ha suggellato l’importanza del matrimonio come atto di volontà che presuppone la piena consapevolezza del suo significato, che viene a mancare nei casi in cui la sfera volitiva del soggetto sia pregiudicata da cause di qualunque natura, temporanee o permanenti.

Ricorda la Corte che l’azione di annullamento del matrimonio ex art. 127 c.c. può essere solo proseguita dagli eredi, non esistendo sul punto alcun vuoto normativo nell’aver negato l’azione in assenza di impugnazione diretta riconosciuta agli eredi in via autonoma; ed infatti, è frutto di una precisa scelta del legislatore che trova giustificazione nel fatto che il coniuge infermo è legalmente capace, quindi esclusivo titolare del diritto di decidere se impugnare il proprio matrimonio (art. 120 c.c.), a differenza del coniuge interdetto, verso il quale sussiste ad opera del legislatore una tutela rafforzata, in quanto il matrimonio può essere impugnato da chiunque abbia interesse, ed anche dal pubblico ministero (art. 119 c.c.).

E’ evidente che il bilanciamento tra il diritto personalissimo del soggetto di autodeterminarsi in ordine al proprio matrimonio, esprimendo il consenso ovvero promuovendo l’azione impugnatoria, e l’interesse dei terzi-eredi a far valere l’incapacità del medesimo allo scopo di ottenere l’annullamento del matrimonio stesso è rimesso al legislatore che ha espresso favore verso la tutela dell’autodeterminazione del soggetto, nel preminente rispetto della dignità di colui che ha contratto matrimonio.

Ed infatti, il riconoscimento all’erede del diritto di proseguire l’azione di impugnazione già iniziata dal coniuge costituisce strumento di realizzazione dell’interesse del de cuius.

Quale rimedio, dunque, in favore del soggetto che in stato di incapacità (non legale) contragga il matrimonio e muoia prima del recupero delle facoltà mentali che gli consentano di impugnarlo; si pensi sul punto all’amministrazione di sostegno, strumento di assistenza di persone “deboli” meno afflittivo dell’interdizione, nell’ambito del quale non opera di divieto di cui all’art. 85 c.c.

In simili casi la tutela del soggetto debole consiste nell’affiancamento dello stesso ad opera dell’amministratore di sostengo che lo coadiuverà ed assisterà nell’espressione del consenso matrimoniale, quindi anche relativamente al compimento di atti personalissimi, previo intervento del giudice tutelare, che avrà il compito di individuare ed attuare il suo best interest.

Il principio di legittimità espresso dal supremo giudice delle leggi riconosce pieno valore e vigore al diritto fondamentale di autodeterminarsi dell’individuo, che in piena libertà e senza condizionamenti manifesta la volontà di “sposarsi”, espressione del diritto di autodeterminazione del soggetto stesso, che ha natura preminente rispetto alla secondaria tutela del diritto patrimoniale manifestato dagli eredi attraverso l’azione di impugnazione del matrimonio, che a ragione non sono legittimati ad esprimere.

[1] Cassazione penale, sentenza n. 12836 del 2013.

[2] Cassazione civile, sentenza n. 14794 del 2014.

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