In difesa dell’atto di citazione

Di Giuliano Scarselli -

 

 

Sommario: 1. Premessa: l’idea di abolire l’atto di citazione per semplificare il sistema. 2. Le incertezze che fino ad oggi si sono avute tra citazione e ricorso in numerosi procedimenti privi di chiara indicazione da parte della legge. 3. Gli orientamenti di chiusura della giurisprudenza e la soluzione, semplice, con la quale il legislatore potrebbe risolvere il problema, ma che il Governo non ha voluto adottare. 4. Le ragioni nascoste per le quali si vuole l’abolizione dell’atto di citazione. 5. Cenni storici dell’atto di citazione. 6. La necessità di difendere l’atto di citazione quale simbolo e memoria storica di libertà nel processo civile.       

 

 

1.Si sta di questi tempi discutendo di una nuova possibile riforma del processo civile e tra le novità che si vogliono introdurre v’è quella di sopprimere l’atto di citazione e prevedere che tutti i processi si introducano solo e soltanto con ricorso.

Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato in data 5 dicembre 2019 un disegno di legge delega che, all’art. 3, prevede in generale “che l’atto introduttivo abbia la forma del ricorso”, e all’art. 6, specificatamente dedicato al giudizio di appello, prevede altresì che “conformemente alla modifica della disciplina dell’atto introduttivo di primo grado, (sia dato) il ricorso come atto introduttivo del giudizio di appello”.

L’atto di citazione dovrebbe dunque sparire del tutto quale orpello superato dai tempi.

Si è detto, a giustificazione della riforma, che fino ad oggi citazione e ricorso hanno convissuto nel medesimo codice creando confusione e problemi, poiché, se in molti casi è la stessa legge a stabilire quando il processo debba iniziarsi con citazione e quando con ricorso, in altri la legge tace, e in quei casi la parte può legittimamente dubitare sull’atto idoneo all’introduzione del processo.

Dunque, per evitare che errori ed equivoci possano comportare la chiusura in rito di processi di primo grado e soprattutto di impugnazione, il progetto governativo ha ritenuto opportuno ridurre ad un unico atto il modo di introduzione delle varie controversie, e il modello cui riferirsi ha ritenuto essere quello del ricorso, quale atto, si dice, più semplice e più conforme alle nuove tecniche telematiche.

2.Non può essere seriamente messo in discussione che la casistica sia stata, fino ad oggi, piena di dubbi e incertezze su questo tema.

Un primo esempio può concernere l’appello delle ordinanze pronunciate con rito sommario ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c.: qualcuno può pensare che l’appello si faccia con ricorso, visto che con ricorso si introduce il giudizio in primo grado ex art. 702 bis c.p.c., ma altri possono invece ritenere che l’appello si faccia con citazione, poiché quello è l’atto che in generale deve essere utilizzato per impugnare una decisione di primo grado.

Fatto sta che l’art 702 quater niente dice al riguardo, cosicché ogni dubbio sulla forma dell’atto che introduce l’appello avverso quell’ordinanza può essere legittimo, e solo un orientamento giurisprudenziale ci dice che l’appello deve farsi con citazione e non con ricorso[2]

Vi sono altri giudizi che in primo grado si introducono con ricorso, ad esempio il divorzio; lì si dice che l’appello deve farsi con ricorso, e non con citazione, poiché trattasi di giudizio camerale, seppur la questione, dopo la riforma della l. n. 74 del 1987, che modificò la l. n. 898 del 1970, fu oggetto di ampio dibattito e forti dubbi.

Invece, nelle opposizioni alle ordinanze- ingiunzione, l’appello deve farsi con citazione e non con ricorso[3], e le ragioni sono varie e tutte discutibili.

Anche i procedimenti per l’interdizione delle persone incapaci si introducono con ricorso ex art. 712 c.p.c. ma poi l’art. 718 c.p.c. non precisa con quale atto si propone l’appello; la dottrina, così, si è da tempo divisa sul punto, mentre la giurisprudenza ritiene che l’appello debba farsi con citazione[4].

Non sono mancate poi ipotesi ove vi siano stati dei ripensamenti.

Ad esempio, gli appelli avverso le ordinanze ex art. 702 quater c.p.c. aventi ad oggetto il riconoscimento della protezione internazionale si riteneva dovessero esser fatte con citazione, secondo l’orientamento in base al quale tutti gli appelli avverso le ordinanze ex art. 702 quater c.p.c. devono essere fatti con citazione.

Poi però è intervenuto l’art. 19 del d. lgs. n. 150 del 2011, così come modificato dall’art. 27 comma 1 lett. f) del d. lgs. n. 142 del 2015, secondo il quale l’appello ex art. 702 quater c.p.c. su domande di protezione internazionale deve invece essere fatto con ricorso e non con citazione, e l’impostazione è stata condivisa dalle sezioni unite[5], per le quali, appunto, l’appello avverso l’ordinanza pronunciata su domande di protezione internazionale deve farsi con ricorso e non con citazione.

Qualcosa di analogo è successo con riferimento all’impugnazione delle delibere condominiali: l’art. 1137 c.c. recitava che l’opposizione andava fatta con ricorso e che il ricorso non sospendeva l’efficacia della deliberazione; poi sono intervenute le sezioni unite per statuire al contrario che l’opposizione va fatta con citazione[6], e a seguito di ciò è intervenuto il legislatore, che con la l. 11 dicembre 2012 n. 220 ha modificato l’art 1137 c.c. e soppresso ogni riferimento al ricorso quale atto introduttivo di quei giudizi, da introdurre invece con citazione, secondo i principi generali.

E che dire dei casi in cui taluno, errando il rito, introduce con citazione un giudizio ordinario relativamente ad una controversia che viceversa va fatta con rito lavoro, e quindi con ricorso?

L’appello deve mantenere l’errore e continuare a farsi con citazione, oppure l’errore può essere emendato, e almeno l’appello farsi con ricorso?

Misteri del diritto processuale, che tuttavia la giurisprudenza risolve asserendo che l’errore va mantenuto, e che pertanto in questi casi l’appello deve farsi di nuovo con citazione e non con ricorso[7].

3.In questa confusione, in ossequio ad un principio di prevalenza della sostanza sulle forme e di sanatoria degli atti per il raggiungimento dello scopo, o anche solo in forza dell’applicazione analogica dell’art. 4 del d. lgs. 1 settembre 2011 n. 150 sulla semplificazione dei riti, la giurisprudenza avrebbe potuto affermare l’equivalenza del ricorso alla citazione, e disporre che il processo è sempre valido anche nelle ipotesi in cui una parte, per errore, introduca con citazione un giudizio che deve iniziarsi con ricorso o viceversa.

Ma la giurisprudenza non ha fatto questo, e non ha previsto affatto sanatorie e/o salvezze di questo genere.

Con un orientamento fermo e costante la giurisprudenza ha al contrario sempre sostenuto che l’atto errato è valido solo a condizione che nei medesimi tempi siano fatti gli adempimenti dell’atto corretto[8].

Cosicché, se introduco un processo con ricorso anziché con citazione (ciò vale soprattutto per le impugnazioni), il processo può aver corso nel merito se nei termini nei quali io dovevo notificare l’atto di citazione riesco a notificare il ricorso e il decreto che fissa la prima udienza; allo stesso modo, se introduco un processo con citazione anziché con ricorso, il processo può aver corso solo se nei termini in cui dovevo depositare il ricorso io riesco ad iscrivere a ruolo l’atto di citazione[9].

Poiché, però, il rispetto dei termini è praticamente impossibile nel primo caso e molto difficile nel secondo, non sono mancati processi chiusi in rito per l’errore della parte nell’individuazione dell’atto introduttivo del giudizio.

Premesso che il legislatore non può pretendere che la giurisprudenza muti orientamento, qual è la soluzione per evitare tutto questo?

La soluzione, semplice e evidente, è quella di estendere il meccanismo dell’art. 4 del d. lgs. 1 settembre 2011 n. 150 sopra citato a tutti gli atti introduttivi del giudizio, a prescindere dalla circostanza che vi sia poi un diverso rito con il quale trattare il procedimento, e quindi è quella di introdurre una disposizione di legge in base alla quale gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono indifferentemente o dalla notificazione della citazione oppure dal deposito del ricorso, un po’ come si determina la prevenzione della lite ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 39 c.p.c.

Questa riforma consentirebbe di superare i criticabili orientamenti giurisprudenziali sopra ricordati, evitando al tempo stesso di rivoluzionare il sistema con la soppressione dell’atto di citazione.

Il progetto del Governo non ha però pensato di trovare una soluzione del genere bensì ha ritenuto di poter/dover sopprimere l’atto di citazione.

Peraltro, sia consentito aggiungere, che sopprimere l’atto di citazione ha ovviamente una serie numerosa di ripercussioni su tutto il codice di procedura civile.

Se, infatti, si sopprime la citazione, si devono poi riscrivere tutte le norme che fanno riferimento all’atto di citazione, sostituendole con nuove disposizioni coerenti con la scelta di far introdurre i processi con ricorso; se si sopprime l’atto di citazione viene meno in conseguenza la denominazione di attore per la parte che chiede giustizia e di convenuto per la parte che si difende, poiché senza citazione non v’è un soggetto che chiama ne’ altro che viene chiamato, e si devono allora ritoccare tutte le disposizioni che fanno riferimento all’attore e al convenuto; ed ancora, se si sopprime l’atto di citazione viene meno l’art. 164 c.p.c. che regola espressamente la nullità della citazione e che fu norma assai studiata dalla nostra processualistica anteriore alla riforma del ’90.

Gli esempi potrebbero continuare.

Ovviamente a tutte queste conseguenze non ha provveduto il disegno di legge delega, che per questi aspetti ha genericamente rinviato al momento della stesura dei decreti legislativi; tuttavia è chiaro che non si tratta di interventi di poco conto, poiché, avendo rappresentato fino ad oggi la citazione un momento centrale delle dinamiche del processo civile, il suo venir meno comporta la riscrittura e la riequilibratura di una serie assai numerosa di articoli del codice di procedura civile.

4.Dunque, perché il Governo non ha pensato di risolvere il problema semplicemente introducendo una norma con la quale far salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda dalla notificazione della citazione o dal deposito del ricorso?

E’ possibile che il Governo non abbia avuto questa idea e solo per questo abbia previsto la più tranchante soluzione della soppressione dell’atto di citazione?

Oppure v’è dell’altro, e v’è da ritenere che vi siano altre ragioni, nascoste, forse anche inconsce, per le quali si vuole la soppressione dell’atto di citazione?

Io credo che queste ragioni più nascoste vi siano, e che pertanto sia opportuno farle emergere prima di giungere ad una rottura così forte con un istituto che da sempre esiste e che ha avuto un ruolo di primo piano nel nostro sistema e nella stessa storia del diritto processuale.

Si dice, infatti, che la citazione già si trovasse nelle XII Tavole, de in ius vocando; Francesco Ricci, nel suo Commento al vecchio codice di procedura civile, ricordava come per i romani “Citatio principium et fundamentum est iudicii”[10]; e Enrico Caberlotto, nella sua voce contenuta nel Digesto e dedicata all’atto di citazione, scriveva che anche “senza risalire alla pretesa origine divina della citazione, è certo però che questa è antica quanto antico è il giudizio[11].

Possiamo così partire dalle parole di Francesco Carnelutti: “Come è noto, in ordine alla proposizione della domanda, i congegni sono due: il più antico, a cui corrisponde il nome di citazione, fa procedere la notificazione alla proposizione, onde si notifica alla controparte la domanda che si proporrà al giudice; il più recente, a cui si può dare il nome di ricorso, inverte l’ordine di tali atti, onde si notifica alla controparte la domanda al giudice già proposta[12].

Dunque: la citazione, che contiene una vocatio che il ricorso non ha, viene prima notificata alla controparte e poi portata al giudizio, mentre il ricorso viene prima portato al giudizio e poi notificato alla controparte; nella citazione è l’attore che indica la data nella quale le parti si trovano in giudizio, mentre con il ricorso è il giudice che stabilisce quando si debba tenere la prima udienza.

Orbene, questo diverso percorso non costituisce scelta neutra ma ha invece un significato, perché, par evidente, se la parte si rivolge in primo luogo alla controparte invitandola in giudizio ad una data che egli fissa, lì evidentemente il processo è incentrato in senso privatistico sulla volontà delle parti; mentre se la parte per introdurre una lite deve per primo rivolgersi al giudice, ed è questi al contrario che stabilisce quando il processo debba avere inizio e quando la controparte possa avere conoscenza dell’esistenza del giudizio, va da sé che la concezione del processo è in quel diverso caso invece incentrata sul giudice in senso pubblicistico.

A pensarci, dunque, la contrapposizione tra citazione e ricorso ha una sfumatura ideologica che non sempre da tutti è immediatamente percepita.

La citazione, implicitamente, dice questo: se vuoi giustizia devi rivolgerti alla controparte, e sei tu che stabilisci quando insieme vi dovete trovare dinanzi ad un giudice.

Il ricorso invece dice questo: se vuoi giustizia devi rivolgerti allo Stato, ed è lo Stato che stabilisce quando puoi avere questa giustizia e quando è giusto che la controparte venga a conoscenza di questa pendenza.

Messa così, la citazione rappresenta evidentemente un principio di libertà, e sottolinea che il processo civile è soprattutto una lite tra parti; il ricorso, al contrario, esigendo che sia il giudice il primo a conoscere della lite e a stabilire il giorno della prima udienza, rappresenta il principio opposto.

5.La storia del rapporto tra citazione e ricorso conferma questi rilievi.

5.1. Nel diritto romano la citazione era rimessa interamente alla volontà dei privati, che potevano portare l’altra parte in ius senza alcuna autorizzazione del magistrato, e senza neanche precisare le ragioni della domanda, che potevano essere esposte successivamente dinanzi al magistrato stesso.

In caso di rifiuto a comparire l’attore, presi due testimoni, con certe formule, poteva trascinare il convenuto obtorto collo, avanti il magistrato.

Marco Aurelio faceva fare un passo avanti alla disciplina della citazione e, con la litis denunciatio, imponeva che l’atto precisasse l’oggetto del contendere, pur mantenendo la citazione natura di atto privato da comunicare all’altra parte[13].

Caduto l’impero romano non veniva meno la tradizione della citazione, che, si dice, si manteneva anche nel periodo di Teodorico re dei Goti, si manteneva presso i Visigoti, nelle leggi dei Longobardi, nella pratica dei Franchi, e perfino nel diritto canonico, ove si consolidò l’idea che la citazione dovesse essere necessariamente un atto scritto.

L’Ordonnance del 1667 di Luigi XIV sottoponeva la citazione in giudizio alla previa autorizzazione dell’autorità pubblica, in una logica più statuale del processo civile, tuttavia la rivoluzione francese aboliva detta ordinanza e ripristinava la citazione semplicemente come atto privato, di libera iniziativa della parte, con la sola prescrizione che esso doveva essere trasmesso alla controparte a mezzo di un ufficiale pubblico, ovvero l’huissier[14].

L’usciere, in questa logica, diventava il testimone della volontà delle parti, e, quale pubblico ufficiale, semplicemente dichiarava di aver consegnato l’atto di citazione al convenuto, portando così quest’ultimo a conoscenza della lite.

La citazione quale atto privato, senza alcuna necessità di previa autorizzazione del giudice, e solo comunicato da un pubblico ufficiale, lo si trovava nell’ottocento anche in Italia e lo adottavano, infatti, tra i molti, il codice delle Due Sicilie, il Parmense e il regolamento Gregoriano.

Scriveva su ciò Francesco Ricci nel suo Commentario “Col progresso del tempo si è notato che ogni preventivo intervento dell’autorità tornava il più delle volte nocivo od inutile. Giustamente adunque i moderni codici hanno escluso un tale intervento facoltizzando ogni cittadino a convenire in giudizio chiunque si creda avere verso di lui degli obblighi da soddisfare[15].

5.2. Il problema di sostituire alla citazione il ricorso si poneva solo in epoche più recenti, e solo di concerto alla volontà di superare l’idea privatistica del processo civile.

Una discussione di questo genere si apriva infatti durante il fascismo e veniva ben spiegata nel Commentario al codice di procedura civile da Giuseppe Nappi:

Il congegno della citazione non ha per sé che la storia; trascurabile pregio per chi debba costruire un codice moderno; storicamente si spiega, appunto, la citazione, con una concezione del processo affatto opposta a quella che domina oggi ed ispira il progetto (Solmi) del quale si discute; quando si credeva che il processo fosse un affare tra le parti e perciò si riteneva che la domanda al giudice non potesse essere proposta se le due parti non fossero davanti a lui, era naturale che, prima di proporla, l’attore dovesse invitare il convenuto e perfino potesse trascinarlo in giudizio; ma adesso, quando sappiamo che in giudizio le parti non parlano tra loro, sibbene ciascuna di loro parla con il giudice, il principio del meccanismo dev’essere non tanto trasformato, quanto capovolto[16]

Queste, dunque, erano le idee, nel ventennio fascista, della contrapposizione tra citazione e ricorso.

La citazione sottolinea che il processo civile è soprattutto, e in primo luogo, una disputa tra privati, rimessa alla scelta e alla determinazione delle parti, che parlano tra loro dinanzi al giudice; mentre il ricorso ha il significato inverso, e sottolinea che il processo civile è sempre un affare di Stato, ove le parti non parlano più tra loro “sibbene ciascuna di loro parla con il giudice”

Volendo questo capovolgimento della visione del processo civile, durante il fascismo taluni reclamavano il ricorso quale atto introduttivo del giudizio, più consono a questa nuova mentalità.

Tuttavia il progetto Solmi non si distanziava dalla tradizione, e continuava a prevedere che le controversie civili si introducessero con citazione, e ciò tanto nella versione preliminare, quanto nel progetto definitivo (art. 140 – 172).

Su questa base anche il codice del successivo Ministro Grandi manteneva questa posizione, e l’art. 163 c.p.c. infatti recitava che la domanda per l’introduzione del processo di cognizione davanti al tribunale “si propone mediante atto di citazione

Con l’unico limite, forse quale compromesso a favore dei sostenitori del ricorso, che detta citazione non contenesse però l’indicazione del giorno nel quale il convenuto doveva presentarsi dinanzi al giudice in udienza ma solo prevedesse che con la citazione l’attore indicasse al convenuto i termini di sua costituzione, che erano indicati dalla legge nel successivo art. 166, ed erano di 20 giorni se la notificazione andava fatta entro la circoscrizione del medesimo Tribunale, 90 giorni per le province libiche e territori del bacino del mediterraneo soggetti alla sovranità italiana, o centoottanta giorni in altro Stato.

Lo stesso Franco Cipriani, citando Enrico Allorio[17], ricordava come “Quanto al codice italiano del 1940, è il caso di ricordare che esso previde un processo con la prima udienza fissata dal giudice, che la fissava con un ritardo intollerabile[18].

Dopo la guerra si pose il problema del mantenere o meno il codice del ’40, e la soluzione, come è nota, fu quella di mantenerlo, seppur con le integrazioni e correzioni contenute nella legge 14 luglio 1950 n. 581.

La legge n. 581/50, infatti, tra le molte correzioni che pose rispetto alle scelte fatte nel 1940, fece anche quella di ritoccare l’art. 163 c.p.c. e a tal fine reintrodusse la citazione ad udienza fissa della parte attrice.

Lo stesso Virgilio Andrioli nel suo commentario al nuovo codice di procedura civile precisava che: “la citazione ad una udienza la cui data è fissata dall’attore, e non con invito a costituirsi in cancelleria, cui segue la destinazione dell’udienza di prima comparizione ad iniziativa del capo dell’Ufficio giudiziario adito, rappresenta uno dei cardini della riforma del 1950[19].

5.3. La discussione riprese ancora nei primi anni settanta, al fine della riscrittura del processo del lavoro.

Si trattava, per il nuovo processo di lavoro, di scegliere nuovamente tra tre alternative, che erano quelle della citazione ad udienza fissa, quello della citazione senza indicazione della data di prima udienza come nel codice del ’40, o ancora quello del ricorso, già sperimentato per il processo del lavoro e considerato più adatto per quelle liti.

Fu scelto il ricorso per ragioni non dissimili a quelli per le quali taluni esponenti del fascismo volevano già allora l’abolizione dell’atto di citazione in favore del ricorso, ovvero per la ragione che nel processo del lavoro le parti non parlano tra loro bensì ciascuna di loro parla con il giudice.

La conseguenza è che il meccanismo della citazione doveva essere capovolto, e il primo soggetto da investire circa la lite doveva essere il giudice, e non la controparte, ed altresì doveva essere il giudice a fissare la data della prima udienza.

Tutto ciò è ben spiegato nel manuale sul processo del lavoro di Andrioli – Barone – Pezzano – Proto Pisani:

Le ragioni della scelta effettuata nella maggior parte delle proposte, poi confluite nella legge in esame, sono esposte nella relazione Lospinoso Severini letta avanti le commissioni riunite giustizia e lavoro della Camera (sedute del 31 marzo e 18 giugno 1971): “Col sistema adottato, il giudice, fin dal primo momento, deve prendere cognizione dei termini della lite, fissando l’udienza di discussione che sia veramente utile e distribuendo le cause in modo tale da evitare dannosi rinvii, che comprometterebbero la celerità dello svolgimento del processo, la quale costituisce uno dei cardini della riforma

Ed ancora con il ricorso, a differenza della citazione: “Si consente al giudice di valutare immediatamente natura e complessità della controversia al fine di una razionalizzazione del proprio lavoro[20].

6.I termini della questione credo allora siano chiari.

La citazione rappresenta la possibilità per la parte di convenirne  un’altra in giudizio ad una udienza che egli fissa senza alcun previo intervento dell’autorità giudiziaria, e all’interno di una logica secondo la quale chi agisce in giudizio prende il nome di attore, e si rivolge in primis  alla controparte e non allo Stato.

Con piccole sfumature, questo sistema è esistito con continuità fin dai tempi delle XII Tavole ed ha resistito anche al fascismo, nonostante in quegli anni taluni reclamassero il ricorso quale strumento più idoneo alla visione del processo civile di quel periodo.

Il ricorso, al contrario, sottolinea che il processo civile non deve avere queste caratteristiche di autonomia delle parti.

Abolire l’atto di citazione significa dunque abolire l’ultimo simbolo della libertà nel processo civile.

Credo, così, che sia questa la ragione recondita per la quale oggi si vuole, radicalmente, la soppressione dell’atto di citazione.

Non tanto quello di risolvere problemi di convivenza tra citazione e ricorso, problemi che potrebbero benissimo essere risolti in altro modo, quanto quello di rimarcare che il processo civile non è, ne’ deve essere, nella disponibilità delle parti, che l’interno andamento di esso deve essere fissato dal giudice, che è il giudice il primo a dover conoscere della pendenza della lite, e che solo il giudice può disporre in ordine alle sue regole e alla sua organizzazione.

Si vuole, in sostanza, sradicare quella libertà della quale l’atto di citazione è memoria storica, sul presupposto errato che sia questa libertà ad allungare i tempi del processo e a pregiudicarne l’efficienza.

D’altronde, che questo Governo abbia una visione autoritaria del processo civile è circostanza difficilmente discutibile, ed io, ancora una volta, richiamo, a titolo di esempio, la riforma che è stata fatta sulle azioni di classe.

Ho già avuto modo di sottolineare che quella legge, oltre a presentare una tecnica processuale del tutto rudimentale, aderisce a dei principi che sono la negazione degli stessi concetti basilari del processo civile, dove infatti l’azione è subordinata ad un previo giudizio di sua ammissibilità (art. 840 ter c.p.c.); dove la parte deve rimettersi ad un terzo per far valere i suoi diritti, il quale terzo, poi, è pubblico ufficiale e deve a sua volta rimettersi al giudice per agire nell’interesse del rappresentato (art. 840 sexies c.p.c.); dove il diritto alla difesa è disciplinato solo all’art. 840 octies c.p.c. mentre in ben altre sette volte la legge fa riferimento all’area pubblica del portale dei servizi telematici gestito dal Ministero della Giustizia; dove la prova può darsi anche con mezzi del tutto inidonei (art. 804 quinquies c.p.c.); dove l’aderente deve presentare la domanda giudiziale nei limiti di un modulo fissato dal Ministero, ha l’obbligo di giurare la verità, e per quanto riguarda il suo diritto al risarcimento del danno viene considerato dalla legge un “controinteressato” (art. 840 undecies c.p.c.); dove addirittura l’aderente, per stare in giudizio, deve versare “a titolo di fondo spese”, una somma di denaro determinata dal Tribunale (art. 840 sexies lettera h c.p.c.), in contrasto palese, direi, con l’incostituzionalità dell’art. 98 c.p.c. pronunciata nel lontano 1960 da Corte Cost. 29 novembre 1960 n. 67; dove anche le impugnazioni non sono assicurate, poiché l’aderente non può impugnare e il rappresentante comune degli aderenti può impugnare solo se autorizzato dal giudice; e dove, a chiusura di tutto ciò, l’avvocato non esiste, poiché l’aderente non ha bisogno di assistenza legale, e il tutto può avvenire senza difensori[21].

Con tale legge, pertanto, non si è cercato di risolvere i problemi pratici che una azione collettiva ha, ma si è adottato un processo per come evidentemente lo si pensa e lo si vuole, dove vengono meno tutti i concetti processualistici di azione, di parte, di difesa, di contraddittorio, di prova, di diritto ad un giudice terzo, di diritto ad una impugnazione.

Con le dovute differenze, anche in questo caso non si è cercato di risolvere i problemi della convivenza tra citazione e ricorso (che, come detto, potevano benissimo risolversi in altro modo), ma si è fatto una scelta di valori in base ai quali la citazione doveva essere soppressa.

Difendere la citazione, pertanto, significa soprattutto opporsi a questa concezione del processo civile, significa opporsi a questa deriva.

Non vorrei poi che qualcuno, in un contesto del genere, arrivasse a pensare che la citazione è il vecchio mentre il ricorso è il nuovo, che la citazione è la conservazione mentre il ricorso è il progresso.

Magari, qualcuno, ricordando Giorgio Gaber con la sua destra/sinistra (dove la vasca da bagno era di destra mentre la doccia di sinistra, o il culatello era di destra mentre la mortadella di sinistra) potrebbe addirittura dire oggi che la citazione è di destra mentre il ricorso è di sinistra, e che dunque sopprimere la citazione è un passo in avanti, un atto di modernizzazione, qualcosa di assolutamente da fare per essere politicamente corretti.

Io spero, invece, che molti avvocati e magistrati non la pensino in questo modo, e si vogliano tutto al contrario rendere paladini della difesa dell’atto di citazione e di ogni forma di imbrutimento del processo civile.

* Scritto dedicato alla memoria di Franco Cipriani (1939 – 2010), a dieci anni dalla sua prematura scomparsa.

[2] Cass. 18 agosto 2016 n. 17192.

[3] Cass. sez. un. 10 febbraio 2014 n. 2907.

[4] Cass. 30 dicembre 1994 n. 11305.

[5] Cass. sez. un. 8 novembre 2018 n. 28575.

[6] Cass. sez. un. 14 aprile 2011 n. 8491.

[7] Cass. 21 febbraio 2014 n. 4217.

[8] Cass. sez. un. 10 febbraio 2014 n. 2907; Cass. 9 maggio 2017 n. 11331; Cass. 18 agosto 2016 n. 17192.

[9] V. anche, per questo orientamento, Cass. 9 marzo 2018 n. 5809; Cass. 17 maggio 2017 n. 12413; Cass. 5 aprile 2017 n. 8839.

[10] F. RICCI, Commento al codice di procedura civile, Firenze, 1883, I, 231.

[11] CABERLOTTO, Citazione (proc. civ.), voce del Digesto italiano, Torino, 1929, VII, II, 70.

[12] Lo ricorda NAPPI, Commentario al codice di procedura civile, Milano, 1942, II, 44.

[13] CABERLOTTO, Citazione (proc. civ.), voce del Digesto italiano, Torino, 1929, VII, II, 71.

[14] V. ancora CABERLOTTO, Citazione, cit., 72.

[15] F. RICCI, Commento al codice di procedura civile, Firenze, 1883, I, 231.

[16] [16] NAPPI, Commentario al codice di procedura civile, Milano, 1942, II, 46.

[17] ALLORIO, Intervento, in Atti del IX Congresso nazionale (Sorrento, 1971), Milano, 1973, 67.

[18] CIPRIANI, Una lettera di Liebman, Riv. dir. proc. , 2008, 1589.

[19] ANDRIOLI, Commento al codice di procedura civile, Napoli, 1956, II, 2.

[20] PEZZANO, Le controversie in materia di lavoro, Bologna – Roma, 1987, 425.

[21] V. SCARSELLI, La nuova azione di classe, in Judicium, 2019, e in AA.VV., La responsabilità del produttore, a cura di Guido Alpa, Milano, 2019, 663 e ss.

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