Cass. 27 gennaio 2017, n. 2168. De minimis curat praetor: l’interesse ad agire sussiste anche per le controversie di modesta entità

La previsione, nell'ambito delle controversie tra utente e gestore di un servizio, della tutelabilità delle pretese economiche di modesta entità sia attraverso l'azione di classe sia in forma individuale rende palese che l'assenza di limitazioni di valore economico della pretesa non può non operare anche in sede di esercizi di azione individuale sicché la relativa domanda non può essere dichiarata improponibile per difetto di interesse ad agire

Di Fabio Valerini -

Cass. 27 gennaio 2017, n. 2168

Con questa ordinanza la Corte di Cassazione si pronuncia su un tema che ha destato particolare interesse negli ultimi anni e cioè la tematica dell’interesse ad agire e la sua potenziale idoneità a selezionare le controversia meritevoli di essere promosse e quelle no.

Ed infatti, recentemente la Corte di Cassazione aveva avuto modo di escludere, in materia esecutiva, l’interesse ad agire del creditore quando l’entità del credito azionato era <<modesta>>.

Orbene, la Corte di Cassazione oggi, da un lato, sembra esprimere la volontà di prendere le distanze da quel principio (laddove scrive <<in disparte ogni valutazione sulla condivisibilità del detto precedente>>) e, dall’altro, lato, in ogni caso, pur a volerne ammettere la vigenze, ne intende limitare la portata al processo esecutivo.

E così in maniera del tutto chiara la Suprema Corte esclude che la rilevanza economica della pretesa azionata possa essere un criterio di selezione di meritevolezza dell’azione di cognizione in giudizio che possa portare ad una pronuncia di chiusura in rito del processo per carenza di interesse ad agire.

Nel caso di specie la domanda oggetto del processo aveva ad oggetto la restituzione della somma di Euro 0,11 che la Telecom aveva applicato ad un consumatore a titolo di IVA sulle spese postali di spedizione di una fattura relativa al rapporto di utenza inter partes.

Quella domanda era stata accolta in primo grado dal giudice di pace e l’appello proposto dalla Telecom avverso la sentenza era stato dichiarato inammissibile in quanto la pronuncia del giudice di pace era avvenuta in via equitativa (e, quindi, ricorribile soltanto per cassazione).

Avverso il ricorso per cassazione della Telecom (che lamentava, a ragione, l’appellabilità della sentenza di primo grado), la parte resistente (e, cioè, il consumatore) deduce l’inammissibilità del ricorso per cassazione per carenza di interesse stante la esiguità della somma di cui si discute (sic!).

Un argomento – potenzialmente <<suicida>> perché avrebbe portato, se accolto, alla declaratoria di improponibilitlità della domanda e non già della sola impugnazione – che, però, mconsente alla Corte di prendere, comunque, posizione sul delicato tema dell’interesse ad agire.

Sul punto la motivazione osserva che in questa tipologia di controversia tra utente e gestore <<indipendentemente dal rilievo che il “valore” della controversia, quanto al quid disputandum, non potrebbe essere considerato dal solo versante dell’utente, ma andrebbe considerato anche dal gestore d imodo che allora non si tratterebbe di valore infimo (sempre sulla base del criterio di valutazione dell’homo economicus), assumerebbe rilievo comunque ostativo all’estensione del prinicpio di diritto sopra ricordato un dato normativo: l’oggetto della presente controversia è certamente tale da essere riconducibile a quello per cui il legislatore ha previsto la c.d. azione di classe … Ebbene l’azionabilità della pretesa di classe è stata prevista dal legislatore senza alcuna limitazione per il valore del singolo consumatore o utente che vi partecipino, potendo così accadere che singolarmente il valore economico degli identici diritti tutelati sia infimo>>.

Ecco allora che, sulla base della previsione normativa che consente l’azione di classe la Suprema Corte conclude affermando che non essendo l’azione di classe obbligatoria e potendo, quindi, il consumatore agire anche singolarmente <<è palese che l’assenza di limitazioni di valore economico della pretesa non può non operare anche in sede di esercizi di azione individuale>>.

Il ragionamento della Corte e il principio di diritto che se ne ricava è assolutamente condivisibile, non soltanto perchè il diritto di azione non può essere limitato in ragione dell’entità della somma (a meno di non ritenere che non debbano esistere diritti sostanziali inferiori ad un certo limite) e perché l’individuazione del criterio sarebbe rimessa alla discrezionalità del giudice, ma perchè le controversie di modesta entità (come il riferimento alla class action ed anche al Regolamento CE 861/2007 sulle controversie di modesta entità dimostrano) sono espressamente individuate come una tipologia di controversie che necessitano di una normativa ad hoc (comprensiva, oltre che di norme processuali – come quelle prima ricordate – anche di norme che favoriscono la conciliazione di consumo e il legal aid) in quanto strategiche per l’effettività dellordinamento e per l’attuazione della concorrenza.