IL CRITERIO DEL LUOGO DELLO SVOLGIMENTO ABITUALE DELL’ATTIVITÀ LAVORATIVA

Qualora il lavoratore abbia svolto la propria attività lavorativa in esecuzione di più contratti a tempo determinato e in diversi Stati membri, ai fini della determinazione della competenza giurisdizionale ex art. 19, comma 2, Reg. CE n. 44/2001 occorre valutare tali contratti nel loro insieme e tenere conto dell’intero periodo lavorativo, corrispondendo quindi il luogo dello svolgimento abituale dell’attività lavorativa al luogo in cui il lavoratore ha svolto la maggior parte del suo orario di lavoro.

Di Federica Porcelli -

cour de cassation civile chambre sociale 28 septembre 2016

Con la sentenza che si segnala la Chambre sociale (i.e. sezione lavoro) della Corte di cassazione francese è tornata ad affrontare la questione relativa alla specificazione del criterio di collegamento del luogo di svolgimento abituale dell’attività lavorativa di cui all’art. 19, Reg. CE n. 44/2001.

In proposito giova infatti rammentare che la Suprema Corte francese, sulla scia della definizione offerta dalla Corte di Giustizia UE, aveva stabilito che per luogo di svolgimento abituale dell’attività lavorativa occorre intendere il luogo in cui il lavoratore ha trascorso la maggior parte del suo orario di lavoro in relazione all’integralità del periodo lavorativo medesimo e ciò purché dai contratti di lavoro emerga in modo chiaro la volontà delle parti di fissare in detta località il luogo in cui il lavoratore debba esercitare la propria attività in modo stabile e duraturo.

Nel caso di specie un lavoratore di origine portoghese era stato assunto a tempo determinato dalla società di diritto italiano Enviai ed era stato addetto al cantiere di Nizza. Successivamente venivano stipulati tra il datore di lavoratore e il predetto lavoratore più contratti a tempo determinato, alcuni dei quali prevedevano lo svolgimento dell’attività lavorativa sia in Francia che in Italia. Alla rottura del rapporto di lavoro, l’ex-dipendente si rivolgeva al giudice del lavoro francese (i.e. conseil de prud’hommes) per far valere i diritti discendenti da tali contratti, ma sia in primo grado che in secondo grado otteneva pronunce declinatorie della competenza giurisdizionale francese. In particolare, la Corte di appello aveva declinato la giurisdizione, facendo leva sull’argomento secondo cui nei contratti successivi al primo mancava la chiara volontà delle parti di localizzare la prestazione in Francia.

La Corte regolatrice, senza sindacare direttamente la volontà delle parti e dimostrando una certa familiarità nella distinzione tra fatto e diritto in cassazione, ha cassato per difetto di base legale (i.e. vizio di insufficiente motivazione) la pronuncia impugnata, sanzionando la Corte di appello per non aver ricercato se, tenendo conto dell’integralità del periodo lavorativo, la Francia non era il luogo dove il lavoratore aveva svolto la maggior parte della sua attività lavorativa. La Suprema Corte specifica ulteriormente il concetto sottostante il criterio di collegamento dello svolgimento abituale dell’attività lavorativa, imponendo ai fini della sua individuazione la valutazione (nel loro insieme) di tutti contratti di lavoro intercorsi tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore. In quest’ordine di idee il luogo dello svolgimento abituale dell’attività lavorativa corrisponde al luogo in cui il lavoratore ha svolto la maggior parte del suo orario di lavoro e ciò indipendentemente dal fatto che dai contratti di lavoro emerga in modo chiaro la volontà delle parti di fissare in detta località il luogo in cui il lavoratore debba fornire la prestazione.