Corte di appello di Trieste, ord. 30 maggio 2017. L’autenticazione notarile delle sottoscrizioni è requisito essenziale ai fini della trascrizione dell’accordo di negoziazione in materia familiare.

Di Silvia Izzo -

La vicenda

La Corte di Appello di Trieste, in accoglimento del reclamo proposto dal competente ufficio della Direzione provinciale dell’Agenzia delle entrate di Pordenone, con l’ordinanza in commento statuisce nel senso che l’accordo di negoziazione assistita in materia familiare che comporti trasferimenti immobiliari necessita della autenticazione delle sottoscrizioni ad opera di notaio o di altro pubblico ufficiale autorizzato per poter essere trascritto nei registri immobiliari.

Il provvedimento reclamato è costituito dal decreto con il quale Tribunale di Pordenone, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2647 c.c., 113-bis disp. att. c.p.c. e 745 c.p.c., aveva ordinato (sia pur in un irrituale composizione collegiale) la trascrizione nei registri immobiliari di un accordo di separazione personale tra coniugi (che contemplava, tra l’altro, la cessione della quota di proprietà di un immobile da un coniuge all’altro) privo di pubblica autenticazione delle sottoscrizioni, l’autografia delle quali era certificata esclusivamente dagli avvocati che avevano assistito le parti nel procedimento di negoziazione assistita (http://www.judicium.it/trib-pordenone-17-marzo-2017-laccordo-negoziazione-materia-familiare-puo-trascritto-senza-autenticazione-delle-sottoscrizioni/).

Il giudice di prime cure aveva argomentato la soluzione sulla scorta dell’equipollenza disposta dall’art. 6, 3° comma del d.l. n. 132/2014 tra accordi in materia familiare e provvedimenti giudiziari «che definiscono….. i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio» di conseguenza ritenendo i primi sottratti alla formalità della autenticazione delle sottoscrizioni prescritta dall’art. 5 del d.l. n. 132/14 per le negoziazioni con oggetto diverso.

Le argomentazioni della Corte di Appello

La Corte di Appello di Trieste, al contrario, riconduce la disciplina dell’accordo in questione alla quella generale in materia di pubblicità immobiliare e, segnatamente, al disposto dell’art. 2657 c.c. secondo cui «La trascrizione non si può eseguire se non in forza di sentenza, di atto pubblico o di scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente» e dell’art. 2703 c.c. che stabilisce che «l’autenticazione consiste nell’attestazione da parte del pubblico ufficiale che la sottoscrizione è stata apposta in sua presenza». I giudici giungono alla soluzione attraverso una puntuale ricostruzione del quadro normativo delineato dal d.l. n. 132/2014 arricchita da una più generale riflessione sulla funzione dell’autenticazione pubblica nel sistema della pubblicità immobiliare.

Sotto il primo profilo, il giudice del reclamo richiama l’art. 5 del d.l. n. 132, «norma che riguarda, in generale, tutti gli aspetti esecutivi collegati al raggiungimento di un accordo a seguito della negoziazione assistita», con la conseguente piena applicazione anche agli accordi in materia familiare. Il terzo comma di tale disposizione, che specifica come per la pubblicità immobiliare degli accordi e dei contratti conclusi in esito ad una procedura di negoziazione assistita sia necessaria la pubblica autenticazione delle sottoscrizioni, ha, dunque, carattere generale e non risulta derogato sul punto dalle previsioni del successivo art. 6 che, per quanto qui di interesse, equipara quoad effectum, tali negozi ai corrispondenti provvedimenti giudiziari.

La Corte si sofferma, infine, sulla natura della disciplina della trascrizione, posta a «tutela degli interessi pubblicistici e della collettività poiché garantisce la corretta circolazione dei beni e dei diritti reali immobiliari», traendone come corollario la necessità di prevedere un «controllo pubblico» su atti destinati a «trovare ingresso nel complesso sistema delle trascrizioni e delle intavolazioni diretto a garantire la certezza dei diritti». Tale controllo, a giudizio della Corte, non può, dunque, essere affidato – senza che, peraltro, tale limitazione trovi ostacolo nella normativa europea – «a soggetti privati, pur qualificati, ma certamente legati dal rapporto professionale alle parti che assistono e quindi privi del requisito della terzietà». In linea con tali conclusioni è pure la disciplina dell’arbitrato rituale, atteso che il lodo può essere trascritto, pur in assenza di autenticazione soltanto, dopo aver ottenuto l’exequatur giudiziario.

In questo quadro, perciò, la Corte ribadisce come «il potere di autentica degli avvocati resti un potere speciale e non generale» («al fine di autenticare gli atti, è necessario vi sia sempre una norma che conferisca tale facoltà al soggetto autenticante») e pertanto non inferibile da disposizioni dettate ad altri fini. Nel caso specifico degli accordi in materia familiare lo stesso è conferito al solo scopo, indicato dall’art. 6, comma 3, della trasmissione all’ufficiale dello stato civile per le annotazioni di sua competenza.

Profili processuali

Singolare è stato l’intero iter processuale della vicenda decisa dalla Corte d’appello. Il decreto di prime cure è stato pronunciato dal Tribunale di Pordenone in composizione collegiale nonostante l’art. 745 c.p.c., applicabile in ragione dell’art. 113-bis disp. att. c.p.c., disponga che in caso di rifiuto «dei depositari l’istante possa ricorrere […] al presidente del tribunale».

Il reclamo proposto alla Corte d’Appello di Triesto (verosimilmente ex art. 739 c.p.c.) è stato ritenuto ammissibile, nonostante – come ricorda il collegio nel pronunciare il non liquet sulle spese – si tratti di provvedimento conclusivo di «procedimento che ha natura di volontaria giurisdizione non contenziosa, avendo ad oggetto non la risoluzione di un conflitto di interessi, ma il regolamento, secondo la legge, dell’interesse pubblico alla pubblicità immobiliare, cosicché in esso non è ravvisabile una parte vittoriosa o soccombente». Tali considerazioni sulla natura del procedimento hanno, dunque, condotto la giurisprudenza maggioritaria ad escludere sia le forme del reclamo di cui all’art. 739 c.p.c., sia la ricorribilità per cassazione ex art. 111 Cost.

Da ultimo, nel medesimo senso, Cass., ord. 27 marzo 2017, n. 7849 che statuisce nel senso che soltanto nel caso venga assunta pronuncia di condanna alle spese sia ammissibile «il ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., avendo tale pronuncia valenza decisoria» (contra, Cass. civ. Sez. Unite, 20/03/1986, n. 1973, con riferimento ad altra applicazione dell’art. 745, comma 3). In taluni casi è stato ritenuto legittimato il conservatore dei registri immobiliari a proporre reclamo «alla Corte d’appello contro il decreto del tribunale che abbia accolto il ricorso proposto dal richiedente ai sensi dell’art. 2888 c.c., e ciò in quanto tale decreto contiene una implicita affermazione di illegittimità del rifiuto opposto dal conservatore al compimento di un atto del suo ufficio che potrebbe legittimare un’azione per danni» (App. Cagliari, ord., 5 giugno 1995).