Brevi riflessioni in tema di rimessioni in termini in caso di pronuncia della Corte Costituzionale o ius superveniens che dia rilevanza nei giudizi in corso a fatti altrimenti irrilevanti – Il caso di Corte Cost. n. 194.2018

Di Andrea Mengali -

 

1.Premessa. – 2. Rimessione in termini e ius superveniens – 3. Il termine entro il quale esercitare le facoltà processuali risorte a seguito dello ius superveniens. 4. L’esercizio dei poteri officiosi del giudice ai sensi dell’art. 421 c.p.c.

1.L’occasione delle brevi osservazioni che seguono è data dagli effetti della nota pronuncia della Corte Cost. n. 194.2018 sui giudizi ancora pendenti.

Detta sentenza, intervenuta con riferimento alla previsione legislativa di cui al D.lgs n. 23/15 (c.d. legge sulle tutele crescenti) che ancorava la misura del risarcimento del danno spettante al lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato alla (sola) anzianità di servizio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del predetto decreto legislativo, limitatamente alle parole “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio”.

Pertanto il giudice del lavoro dovrà oggi dare rilevanza, al fine della determinazione del risarcimento spettante al lavoratore, anche ad altri elementi, e tra essi certamente rientrano quelli che, nel campo di applicazione della L. 604/1966 (oggi limitata alle aziende di piccole dimensioni relativamente agli assunti prima del 7 marzo 2015), costituivano i criteri per determinare il risarcimento all’interno delle forbici (variabili a seconda dell’anzianità di servizio del lavoratore, inferiore a dieci anni, tra dieci e venti anni o superiore a venti) previste dall’art. 8 della predetta legge[1].

Ci si riferisce in particolare, oltre all’anzianità di servizio, al numero di dipendenti occupati, alle dimensioni dell’impresa, al comportamento e alle condizioni delle parti.

Ora, avendo la predetta pronuncia di incostituzionalità innovato il diritto positivo e trovando essa applicazione anche ai giudizi pendenti[2], si pone il problema dell’allegazione e della prova di quei fatti che, irrilevanti prima della pronuncia in discorso, acquisiscono rilevanza a seguito della rimodulazione della fattispecie di diritto oggetto del contendere.

Le parti possono, ad esempio, onde consentire al giudice di valutare, oltre all’anzianità di servizio, la condizione economica del lavoratore o il numero dei dipendenti occupati dall’azienda, allegare nuove circostanze di fatto, richiedere nuove prove e produrre nuovi documenti a sostegno delle stesse

2. Posto che, come noto, le pronunce di incostituzionalità della Corte Costituzionale innovano il diritto positivo così come le norme di legge, occorre cercare una risposta al più generale problema dell’incidenza dello ius superveniens avente efficacia nei giudizi pendenti con riferimento alle facoltà difensive delle parti, quando la legge sopravvenuta renda rilevanti fatti che in base alla norma precedentemente in vigore non lo erano[3].

Il problema, si ritiene, non può che essere risolto consentendo alle parti di formulare nuove allegazioni, ancorché precluse[4], e nuove richieste istruttorie.

Non si tratta, infatti, di questione analoga a quella del c.d. prospective overrulling, cioè il caso di mutamento di un costante orientamento giurisprudenziale, relativamente ad una regola processuale, in base al quale la parte non aveva speso una difesa che viene ad essere spendibile alla luce della nuova interpretazione[5].

Nel caso esaminato, diversamente da tale ipotesi, abbiamo a che fare con una modifica del diritto positivo, per cui non vi è da ponderare l’affidamento della parte relativamente all’orientamento poi mutato, trattandosi invece di una modifica in corso di causa della fattispecie dedotta in giudizio.

Il problema, almeno nel caso esaminato, si pone in misura minore con riferimento alle nuove domande, e ciò in base al principio dell’unicità della domanda di impugnazione del licenziamento, secondo cui “essa è pur sempre unica e inscindibile, a prescindere dal tipo di tutela che, all’esito del giudizio, il giudice riterrà di accordare”[6].

Pertanto si può ritenere che se anche l’attore avesse chiesto il risarcimento del danno parametrandolo alla sola anzianità di servizio, il giudice potrà comunque accordare la tutela in base alla normativa risultante dalla pronuncia del giudice delle leggi in discorso, senza necessità di una modifica o di un mutamento della domanda e senza che ciò possa costituire violazione del principio di cui all’art. 112 c.p.c.

Rimane da capire in quale modo possano essere recuperate le facoltà processuali altrimenti perdute.

Logico pensare all’istituto della rimessione in termini. Tuttavia, essendo noto, anzi notorio il presupposto fondante la non imputabilità della decadenza, come la più attenta dottrina in materia ha messo in evidenza, si dovrà ritenere che essa operi automaticamente, senza necessità di istanza di parte[7].

Nella sostanza, pertanto, alla luce della nuova normativa risultante dal “ritaglio” operato dalla Corte Costituzionale, le parti potranno liberamente allegare nuovi fatti che siano divenuti rilevanti e formulare nuove richieste istruttorie che questi abbiano ad oggetto.

Quanto alla possibilità di formulare nuove domande, il problema, che come detto si pone in modo marginale nel caso esaminato, può e deve essere risolto diversamente, poiché il divieto di formulare nuove domande nel corso del processo non discende tanto e solo dal sistema delle preclusioni volto a sanzionare il tardivo esercizio dei poteri processuali delle parti (tanto che, al di là del suo superamento attraverso la c.d. “accettazione del contraddittorio”, era presente anche nel regime processuale scevro da preclusioni, tra il 1950 ed il 1995 per il processo ordinario e fino al 1973 per il rito del lavoro), quanto e anche dalla immodificabilità (salvo le recenti aperture in tema di emendatiomutatio libelli dopo le sezioni unite del 2015 – Cass. 15 giugno 2015, n. 12310) dell’oggetto del processo, a garanzia anche del diritto al contraddittorio e, in appello, dalla salvaguardia del doppio grado di giurisdizione.

Ed in ogni caso quella avente ad oggetto il divieto alla proposizione di nuove domande nel corso del processo è una decadenza che “non pregiudica il diritto al contraddittorio”, potendo la domanda essere formulata in un secondo processo[8].

Ciò detto, dovrà ritenersi in ogni caso consentita una modifica della domanda, quando la nuova esigenza difensiva sorta per effetto dello ius superveniens induca la parte ad emendare le proprie conclusioni per il raggiungimento dello stesso bene della vita già oggetto del processo.

In giurisprudenza, a tal proposito, è stata ritenuta consentita una modifica anche in aumento del petitum quando, in conseguenza dello ius superveniens, l’attore richieda qualcosa di diverso o di maggiore sulla base della stessa situazione di fatto allegata a sostegno della domanda originaria[9].

Più incerto il quadro con riferimento alla possibilità di mutare la causa petendi[10]; ad ogni modo, come detto, allorché lo ius superveniens individui un nuovo diritto avente una diversa fattispecie costitutiva rispetto a quello dedotto in giudizio, questo potrà comunque essere fatto valere in un separato processo.

3.Altra questione riguarda il termine entro il quale esercitare le facoltà processuali di allegazione e prova “risorte” a seguito dello ius superveniens.

Si potrebbe essere tentati di sostenere che la nuova attività (che non richiede, secondo la prospettazione suesposta, un’apposita istanza di remissione in termini, risorgendo automaticamente al relativa facoltà) debba essere compiuta nella prima difesa utile successiva alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale.

La soluzione da preferire ci pare invece diversa.

Argomentando dalla necessità che le preclusioni siano espressamente previste dalla legge[11], non essendo il caso esaminato disciplinato dal legislatore processuale, l’unico modo in cui la parte, che ha riacquistato la facoltà processuale già preclusa, possa perderla di nuovo, è per l’operare di una nuova previsione decadenziale prevista dalla legge.

E pertanto, nel processo del lavoro, nel quale le decadenze maturano tutte con gli atti introduttivi, dovranno ritenersi ammissibili nuove allegazioni di fatti così come la richiesta di prova degli stessi per tutto il corso del processo, ciò a maggior ragione considerando che il codice prevede un’unica udienza, l’udienza di discussione, a niente rilevando, pertanto, eventuali rinvii.

Diverso in caso di mancata formulazione delle difese in primo grado, quando durante il corso dello stesso si era riacquistata la facoltà processuale già preclusa: in appello, difatti, dovrà essere applicato l’art. 437 c.p.c. con il noto regime di divieto ai nova (salva l’ammissibilità di nuovi mezzi di prova che siano indispensabili ai fini della risoluzione della controversia). Pertanto, in questo caso, la facoltà processuale, pur riacquistata, sarà nuovamente persa, salvi i ristretti limiti di ammissibilità dei nova, se non fatta valere in primo grado.

Quanto sopra, si ritiene, vale con il limite che in primo grado vi sia stata una sede idonea per esercitare il relativo diritto processuale (cioè che, alla data della pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, vi fosse ancora la possibilità di un contatto con il giudice[12]), ciò che nel rito del lavoro non potrà che essere alla luce della disciplina della fase decisoria che impone al giudice di decidere tramite lettura (almeno) del dispositivo in udienza[13].

Allo stesso tempo, naturalmente, qualora le cause nelle quali deve essere applicato l’art. 3 Dlgs n. 23/15 fossero già in fase di appello alla data della pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale in discorso, le nuove facoltà difensive potranno essere spese nel corso del processo di appello.

Così anche per i giudizi già pendenti di fronte alla Corte di Cassazione (probabilmente un falso problema alla luce della scarsa anzianità della D.lgs 23.15), nei quali, si ritiene, la Suprema Corte dovrà consentire il rinvio al giudice del merito al fine di consentire il completamento dell’istruttoria, salvi i limiti relativi alla stessa operatività in Cassazione dello ius superveniens, tracciati dal giudice di legittimità, secondo il quale non saranno rilevabili né d’ufficio né ad istanza di parte regole di giudizio determinate dalla sopravvenienza di disposizioni, ancorché dotate di efficacia retroattiva, afferenti ad un profilo della norma applicata che non sia stato investito, neppure indirettamente, dai motivi di ricorso (così Cass. 24 luglio 2018, n. 19617; Cass. 8 maggio 2006, n. 10547).

4.Un cenno a parte merita l’impatto sulla questione esaminata dei poteri officiosi attribuiti al giudice.

Come in altra sede chi scrive ha sostenuto, questi non dovrebbero cedere il passo alle preclusioni in cui sono incorse le parti[14].

A maggior ragione, in un caso che vede l’automatica rimessione in termini delle parti, il giudice, naturalmente all’interno del perimetro dei fatti allegati (o comunque risultanti dal materiale di causa) avrà il dovere più che mai stringente di esercitare i propri poteri d’ufficio al fine di tener conto, nella determinazione del risarcimento dal danno spettante al lavoratore, di tutti i criteri consentiti dalla normativa risultante a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale.

[1] Criteri richiamati dalla stessa Corte Costituzionale nella citata pronuncia. Sul punto cfr. C. Cester, Il jobs act sotto la scure della Corte Costituzionale: tutto da rifare? in Lavoro nella Giur., 2019, 2, 153.

[2] Relativamente all’efficacia nei giudizi pendenti delle pronunce di incostituzionalità della Corte Costituzionale cfr. R. Caponi, In tema di ius superveniens sostanziale nel corso del processo civile: orientamenti giurisprudenziali, in Foro it., 1992, I, 131 ss., spec. § 9.

[3] Sulla pronuncia di accoglimento della Corte Costituzionale quale species di ius superveniens cfr. R. Caponi, In tema di ius superveniens sostanziale nel corso del processo civile: orientamenti giurisprudenziali, in Foro it., 1992, I, 131ss.

[4] Salvo ritenere che l’attività di allegazione dei fatti non sia soggetta a preclusioni, per tale tesi si rinvia a A. Mengali, Preclusioni e verità nel processo civile, Torino, 2018, spec. 74 ss.

[5] Con le note condizioni dell’imprevedibile e repentino mutamento rispetto al consolidato orientamento pregresso, cfr. Cass. Sez. Un. 12 febbraio 2019, n. 4135; Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 16/11/2018, n. 29506.

[6] Cfr. da ultimo Cass. civ. Sez. lavoro, 30/09/2016, n. 19557.

[7] Cfr. R. Caponi, La rimessione in termini nel processo civile, Milano, 1996, 423.

[8] Sul punto e per riferimenti cfr. A. Mengali, Preclusioni e verità del processo civile, spec. 88 ss.; C.E: Balbi, La decadenza nel processo di cognizione, Milano, 1983, spec. 221 ss.

[9] Cfr. Cass. 2 marzo 1984, n. 1477, in Foro it., Rep. 1984. Sul punto e per ulteriori riferimenti R. Caponi, In tema di ius superveniens sostanziale nel corso del processo civile: orientamenti giurisprudenziali, cit..

[10] V. per riferimenti R. Caponi, op. loc. ult. cit.

[11] In tema, anche per riferimento cfr. A. Mengali, Preclusioni e verità, cit., spec. 122 ss.

[12] Posto che, quanto all’individuazione del termine ultimo per l’applicazione delle leggi (o delle sentenze della Corte Costituzionale) intervenute nel corso del giudizio di primo grado, esso è da identificare con la pubblicazione della sentenza, cfr. R. Caponi, In tema di ius superveniens, cit., § 11.

[13]Il problema si porrebbe nell’ambito del rito Fornero nel quale si ritiene invece ammesso che il giudice trattenga la causa riservando la decisione, ma, salvo casi eccezionali derivanti dalla possibilità di cumulo delle domande, l’applicabilità del d.lgs 23/15 escluderà quella del rito di cui all’art. 1 commi 47 ss. L. 92/12, che andrà seguito invece qualora sia invocato l’art. 18 St. Lav., quindi, nei casi ivi previsti, per gli assunti prima del 7 marzo 2015. La soluzione sarebbe, in ipotesi, quella di consentire l’esercizio delle relative facoltà in sede di impugnazione, cfr. ancora R. Caponi, loc. ult. cit.

[14] Cfr. A. Mengali, Preclusioni e verità, cit., 161 ss.

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