Brevi osservazioni in tema di remissione del debito e di effetti della cancellazione della società dal registro delle imprese in pendenza di giudizio

L'estinzione di una società conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, ove intervenuta nella pendenza di un giudizio dalla stessa originariamente intrapreso, non determina anche l'estinzione della pretesa azionata, salvo che il creditore abbia manifestato, anche attraverso un comportamento concludente, la volontà di rimettere il debito comunicandola al debitore e sempre che quest'ultimo non abbia dichiarato, in un congruo termine, di non volerne profittare. (In applicazione di tale principio la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che ha ritenuto dovute agli ex soci di una società di capitali, estintasi nel corso della causa, le somme inizialmente pretese dalla medesima).

Di Enrico Damiani -

 

1. L’efficacia estintiva della cancellazione della società di capitali dal Registro delle Imprese e la prosecuzione delle azioni nei confronti dei soci quali “successori”

Il rapporto tra processo e cancellazione della società dal registro delle imprese, dopo che l’articolo 4 del D. Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, a decorrere dal 1 gennaio 2004, ha operato un profondo riordino della disciplina delle società di capitali, rappresenta un tema che ha catturato molto l’attenzione di dottrina e giurisprudenza.

Dall’entrata in vigore di tale riforma la cancellazione della società al registro delle imprese ha assunto una efficacia costitutiva e determina conseguentemente l’estinzione della società, pur in presenza di rapporti giuridici pendenti[1].

Con riferimento alle società di capitali, quindi, la cancellazione della società dal registro delle imprese comporta ex lege l’immediata estinzione del soggetto giuridico[2].

Nel caso in cui siano esistenti rapporti o azioni di cui le stesse società cancellate sono parti, dopo la cancellazione delle stesse, i creditori possono far valere le proprie pretese solo nei confronti dei soci sino alla concorrenza delle somme riscosse in base al bilancio finale di liquidazione (ed in proporzione alla rispettiva quota di riparto) nel caso appunto di società di capitali[3].

Prima della modifica introdotta all’art. 2495 c.c. la giurisprudenza escludeva che la cancellazione della società di capitali o di persone dal registro delle imprese avesse carattere costitutivo e che essa determinasse l’estinzione della società, la quale derivava solo dalla effettiva e completa definizione dei rapporti giuridici pendenti facenti capo alla società stessa e di tutte le controversie giudiziarie in corso con i terzi.

Pertanto nonostante la sopravvenuta cancellazione dal registro delle imprese, la società costituita in giudizio conservava una piena capacità processuale[4]

Dopo la riforma si era pronunciata in senso diametralmente opposto parte della giurisprudenza[5].

Le Sezioni Unite, con due note sentenze del 2013[6], hanno statuito che, qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni situazione giuridica facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale i debiti contratti dalla società non si estinguono ma si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito del bilancio finale di liquidazione. E che parimenti i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, sempre che, però, per la loro inclusione nel sopra detto bilancio sarebbe stato necessario svolgere un’attività ulteriore di tipo giudiziale o extragiudiziale, la cui mancata esecuzione da parte dell’organo della liquidazione avrebbe portato a ritenere che la società vi abbia rinunciato per una più celere conclusione del procedimento estintivo[7].

Nella fattispecie analizzata dalla Suprema Corte si conferma la statuizione della Corte territoriale la quale non aveva ricavato dalla circostanza della avvenuta cancellazione della società dal Registro delle Imprese la conseguenza della inerente estinzione della pretesa azionata dalla società medesima nei confronti dei ricorrenti. Per effetto di ciò, quindi, i soci ex art. 110 c.p.c. sono subentrati legittimamente nel processo quali “successori” della persona giuridica estinta.

2.La remissione del debito nell’ambito delle obbligazioni inesigibili

La remissione del debito, che secondo l’impostazione classica, costituisce uno dei modi non satisfattori di estinzione delle obbligazioni e che secondo un punto di vista più recente[8] rappresenta una vicenda estintiva liberatoria, costituisce un istituto particolarmente problematico.

Il primo riguarda la sua struttura, per alcuni trattandosi di negozio unilaterale, per altri di contratto[9] e questo aspetto, che non costituisce oggetto della presente indagine, è indissolubilmente legato alla funzione in concreto che l’atto è destinato a realizzare[10].

L’altro concerne l’individuazione esatta dell’effetto finale che la remissione produce, tradizionalmente riconosciuto nell’effetto estintivo della obbligazione.

Al riguardo si potrebbe riflettere sul possibile parallelismo tra situazione in cui si trova il debitore a seguito dell’avvenuta prescrizione da lui già eccepita e quella riguardante il soggetto che ha beneficiato della remissione del debito.

L’art. 2934 del codice civile, nell’affermare che ogni diritto si estingue per prescrizione, essendo collocato sistematicamente all’interno del VI libro del codice civile, relativo alla tutela dei diritti, pone l’esigenza di meditare il concetto di diritto soggettivo, della sua relativa tutela e della possibile estinzione per decorso del termine[11].

      In questo contesto ci si interroga decisamente sulla questione riguardante la sorte del diritto soggettivo prescritto: risulta esso definitivamente cancellato dalla sfera del rilevante giuridico[12]?

Il codice del 1942 ha eliminato il nesso che il codice previgente aveva instaurato tra usucapione e prescrizione estintiva, ed ha esteso gli effetti di quest’ultima a quasi tutti i diritti.

La prescrizione ha inoltre una forte attinenza cogli istituti di diritto processuale, in quanto l’eccezione di prescrizione, la irrilevabilità ope iudicis, e la rinuncia portano ad interrogarsi sulla natura sostanziale o processuale di tale istituto[13].

Ciò che preme in questa sede stigmatizzare, però, è il fatto che l’obbligazione prescritta non possa essere ascritta alla categoria dell’irrilevante giuridico in quanto l’art. 2940 c.c. ammette espressamente che essa possa essere spontaneamente adempiuta ancorché in precedenza il debitore abbia debitamente eccepito il decorso del termine prescrizionale.

Come dovremmo allora considerare il debito dopo l’operare della remissione? Il debito rimesso è forse definitivamente cancellato e privo di una qualsiasi rilevanza? Deve essere allocato nell’area della giuridica irrilevanza?

Ed ancora: è quindi esatto che la remissione del debito sia effettivamente un modo di estinzione dell’obbligazione o piuttosto una modalità che di fatto “nova” l’obbligazione civile[14] rendendola del tutto simile alla obbligazione per la quale sono trascorsi i termini di prescrizione e per la quale l’obbligato ha sollevato la relativa eccezione?

3.Brevi osservazioni conclusive

La sentenza che si sta annotando pone l’esigenza di esaminare i rapporti tra il profilo di diritto sostanziale dell’estinzione del credito, per effetto dell’estinzione della società per cancellazione dal registro delle imprese, e la ricostruzione della vicenda estintiva della società nell’ambito dei fenomeni “successori”[15].

Per quanto concerne le obbligazioni passive della società estinta si ritiene unanimemente che la successione operi per tutti i debiti comunque rimasti pendenti. Nelle società di capitali i soci rispondono solidalmente nei limiti di quanto ciascuno di essi ha riscosso in sede di bilancio finale di liquidazione. Non si tratta di una limitazione del debito ma di una limitazione della responsabilità.

Più problematiche sono le situazioni nelle quali in capo alla società estinta fanno capo crediti da esigere.

La giurisprudenza ipotizza alternativamente la soluzione in forza della quale i crediti passano ai soci e la soluzione secondo la quale alcuni crediti si estinguono per effetto dell’estinzione della società e quale conseguenza di una presunta «remissione», con una possibile responsabilità del liquidatore al quale sia imputabile un comportamento colposo.

Con le già richiamate pronunce del 2013 delle Sezioni Unite, n. 6070, 6071, e 6072 è stato estrapolato il principio di diritto in forza del quale qualora all’estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale si trasmettono ai soci in regime di contitolarità o di comunione indivisa, i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, ma non anche le mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, né i diritti di credito ancora incerti o illiquidi la inclusione dei quali in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale) il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato.

Sembra possibile, quindi, secondo le Sezioni Unite, che la scelta della società di cancellarsi dal registro senza tener conto di cause pendenti non ancora definite, aventi per oggetto il riconoscimento di un credito in capo alla società, ma delle quali il liquidatore doveva avere presumibilmente consapevolezza, debba intendersi come una tacita manifestazione di rinunciare alla relativa pretesa[16].

Un orientamento, che potremmo definire dominante in giurisprudenza, si è dunque orientato nel senso di ritenere che nel fatto stesso della cancellazione della società dal Registro delle Imprese, sia ravvisabile automaticamente una remissione del debito[17].

Un diverso indirizzo si è invece mosso nella direzione di dare rilevanza ad ogni fattispecie concreta, stabilendo in un caso che dall’avvenuta cancellazione può al massimo desumersi una presunzione semplice di rinuncia al credito suscettibile di prova contraria[18], in un altro che la prosecuzione del giudizio da parte del liquidatore costituisce un elemento incoerente con l’avvenuta rinuncia al credito[19], ed in un altro ancora che la differenza circa la possibilità o meno di ravvisare nella cancellazione dal Registro delle Imprese una volontà implicita di dar vita ad una vicenda di remissione del debito dipende dalla conoscenza o meno del credito ancora pendente al momento della estinzione della società[20].

Dovendo trarre le fila di queste brevi riflessioni sembra condivisibile l’orientamento della Cassazione che ritiene ammissibile che la remissione del debito possa essere realizzata anche tramite un comportamento concludente del creditore (c.d. remissione tacita). Perché però la rinuncia sia individuabile in un “comportamento non sorretto da scritti o da parole o da altri codici semantici qualificati” occorre “che lo stesso faccia emergere una volontà oggettivamente e propriamente incompatibile con quella di mantenere in essere il diritto”[21].

Nel caso in cui la mancata inclusione del credito litigioso nel bilancio finale di liquidazione, sia effetto non già di ignoranza ma di consapevolezza o di una apposita scelta si potrebbe individuare nell’omessa menzione dello stesso dal bilancio finale di liquidazione solo un comportamento omissivo che non può automaticamente integrare gli estremi di una rinuncia tacita, valida ed efficace, posto che il comportamento omissivo si manifesta, in maniera equivoca e particolarmente ambigua[22].

[1]  Alleca, Iscrizione della cancellazione, estinzione e fallimento, in Riv. Soc., 2010, 720 ss.; Salafia, Sopravvenienza di attività dopo la cancellazione della società dal Registro imprese, in Soc., 2008, 929. Secondo Cass. S. U., 22 febbraio 2010, n. 4060, in Giur. it., 2010, 1607 ss., con nota di Weigmann, la nuova norma di cui all’art. 2495 c.c. ha una portata innovativa rispetto al passato.

[2] Sul tema si veda Tedioli, Riflessi processuali della equiparazione tra la cancellazione della società dal registro delle imprese e la sua estinzione, in Il giusto proc. civ., 201, p. 1227 ss.

[3] Distingue tra “sopravvenienze in senso tecnico”, ossia quegli elementi del passivo e dell’attivo non presenti nel bilancio finale di liquidazione e venuti ad esistenza dopo la cancellazione della società, e “sopravvivenze”, cioè quegli elementi del passivo e dell’attivo non contemplati nel bilancio finale di liquidazione ma già presenti prima della data di cancellazione della società dal Registro delle Imprese, nel patrimonio sociale, Guglielmo, Estinzione della società e sopravvenienze, in Quaderni della Fondazione Italiana del Notariato, in https://elibrary.fondazionenotariato.it/articolo.asp?art=51/5117&mn=3, p. 2.

[4] In giurisprudenza si veda ex multis Cass. 8 luglio 2004 n. 12553, Notariato, 2004, 581; e in dottrina Minervini, La fattispecie estintiva delle società per azioni e il problema delle cc. dd. sopravvenienze, in Riv. trim. dir. proc. civ.,1952, 1040 ss.

[5] Ad esempio v. Cass. 28 giugno 2006, n. 18618, in Fall., 2007, p. 100.

[6] Cass. sez. un. 12 marzo 2013, n. 6070, e 6071 in Il giusto proc. civ., 2013, p. 793, con nota di Tedioli; Trib. Milano 20 maggio 2013, in Soc., 2013, p. 1029.

[7] Sul tema si veda Capobianco, “Morte” della società e sorte dei rapporti attivi e passivi, in  Dir. fam. succ., 2015, p. 5 e ss.

[8] Moscati, I modi di estinzione tra surrogati dell’adempimento e vicende estintive liberatorie, in Tratt. delle obblig., diretto da Garofalo e Talamanca, III, I modi di estinzione, a cura di Burdese e Moscati, Padova, 2008, p. 3 e ss.

[9]     Sul problema della struttura della remissione del debito, si vedano in vario senso: Tilocca, La remissione del debito, Padova, 1955, p. 15 ss.; Id., Remissione del debito, in Noviss. dig. it., XV, Torino, 1968, p. 395 ss.; Rescigno, Recensione a Tilocca, La remissione del debito, in Banca, borsa tit. cred., 1956, I, p. 584 ss.; Matteucci, Recensione a Tilocca, La remissione del debito, in Riv. dir. civ., 1957, I, p. 475 ss.; Cicala, L’adempimento indiretto del debito altrui, cit. p. 190; Criscuoli, Le obbligazioni testamentarie, 2ª ed., Milano, 1980, p. 490 ss.; Benedetti, Struttura della remissione, in Studi in onore di E. Betti, V, Milano, 1962, p. 783 ss.; Giacobbe-Guida, Remissione del debito (dir. vig.), in Enc. dir., XXXIX, Milano, 1988, p. 772 ss.; Capobianco, Contributo allo studio della quietanza, Napoli, 1992, p. 82 ss.

Ritiene, in particolare, che la remissione del debito, funzionalmente e strutturalmente distinguibile dalla rinunzia al credito, per le c.d. obbligazioni potestative ex latere creditoris, abbia natura contrattuale P. Perlingieri, Remissione del debito e rinunzia al credito, Napoli, 1968, spec. p. 102 ss.; Id., Dei modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, Napoli, 2019, p. 168 ss., spec. p. 188 ss.; si vedano anche Stanzione, Situazioni creditorie meramente potestative, Camerino-Napoli, 1982, p. 152 ss., e Busnelli, L’obbligazione soggettivamente complessa. Profili sistematici, Milano, 1974, pp. 98- 99.

[10] Si veda, in giurisprudenza Cass., 14 marzo 1995, n. 2921, in Corr. giur., 1996, p. 320 ss., con nota di Stanzione, Funzione e struttura della remissione nella valutazione dell’interesse concretamente valutato. Di recente cfr.: Cicero, I modi di estinzione delle obbligazioni, in Tratt. di dir. priv. diretto da Bessone, Le obbligazioni, Vol. VIII, Tomo II, Torino, 2013, p. 95 ss. e Romeo, La remissione del debito, in Tratt. di dir. civ. diretto da Sacco, Le obbligazioni, 4, I modi di estinzione delle obbligazioni, Torino, 2012, p. 77 ss.

[11] Pone il problema se la prescrizione caratterizzata dal tempo che scorre è la forma di una tutela estinta o piuttosto di una estinzione tutelata, Travaglino, Le stagioni della prescrizione estintiva, in Quest. Giust., 2017, p. 1 ss.

[12] Così Travaglino, op. loc. cit.

[13] Sulla natura processuale dell’istituto, si vedano Troisi, La prescrizione come procedimento, Camerino, 1980 e Panza, Contributo alla studio della prescrizione, Napoli, 1984.

[14] Sargenti, «Pactum de non petendo» e remissione del debito, nota a Cass., 12 luglio 1958, n. 2539, in Foro pad., 1959, 1, c. 303; sul punto si veda più di recente Gallo, voce “Pactum de non petendo” in Digesto delle discipline civilistiche, Torino, 2020, p. 2 ss. il quale con riferimento alla tesi di chi ritiene concepibile “un accordo per l’appunto finalizzato a consentire la trasformazione di un’obbligazione da civile in naturale” si pone il problema di consentire tale effetto anche alla remissione del debito.

[15] Molto interessanti le osservazioni di Dolmetta, Cancellazione della società e «sopravvenienza» di crediti, in https://blog.ilcaso.it/news_837/08-12-9/Cancellazione_della_societa_e_%C2%ABsopravvenienza%C2%BB_di_crediti

[16]   Per le S.U. la scelta del liquidatore e dei soci di cancellare la società è ispirata dalla volontà di «privilegiare una più rapida conclusione del procedimento estintivo» rispetto all’accertamento e riscossione di presunti crediti litigiosi.

[17] In questo senso si vedano: Cass., 15 novembre 2016, n. 23269, secondo la quale l’avvenuta cancellazione della società «diviene espressione di una volontà di rinuncia tacita ai diritti litigiosi o illiquidi»; Cass. 24 dicembre 2015, n. 25974; Cass. 29 luglio 2016, n. 15782; Cass., 19 luglio 2018, n. 19302; Cass., 19 giugno 2019, n. 16511; Cass. 12 ottobre 2012, n. 17500.

[18] Così Cass., 26 agosto 2014, n. 18250.

[19] In questo senso v. Cass., 25 ottobre 2016, n. 21517.

[20] Così cfr. Cass., 9 ottobre 2018, n. 24788.

[21] Così v. Cass., 3 ottobre 2018, n. 24139.

[22] Cfr. Cass., n. 24139/2018; Cass., n. 2739/2018; Cass., 13 gennaio 2009, n. 460.