Brevi note sulla ordinanza n. 5001/2018. La consistenza del difetto di specificità nel giudizio di Cassazione

Di Giulia Ghiurghi -

Sommario. 1. Declinazioni del difetto di specificità alla luce della ordinanza n. 5001/2018 – 2. La prima pronuncia sul c.d. filtro – 3. Rimeditazione del filtro e legame con il presidio di specificità

1.Declinazioni del difetto di specificità alla luce della ordinanza n. 5001/2018

Con la recente ordinanza n. 5001/2018,[1] la Corte di Cassazione affronta il tema dell’inammissibilità del ricorso sotto l’egida dell’art. 366 n. 4 c.p.c., scandagliando l’ubi consistam del difetto di specificità, non solo qualificato quale presidio di carattere processuale all’approdo nel giudizio di cassazione di atti che non si conformino al rigore critico richiesto per la censura del provvedimento impugnato, ma nella sua più ricca lettura in combinato disposto con l’art. 360 bis n.1 c.p.c.

Particolarmente, la declaratoria di inammissibilità avente ad oggetto il primo e il terzo motivo di ricorso[2] ricostruisce puntualmente l’atteggiarsi a carico del ricorrente dell’onere di formulazione del motivo in sintonia col presidio di specificità, in questi termini valendo a permearne struttura e contenuto.

La denuncia dell’error in procedendo veicolata con ricorso che ambisca a sollecitare l’esame degli atti del giudizio di merito, deve superare preliminarmente il vaglio di ammissibilità; sicché l’approccio critico al provvedimento impugnato non può andare esente dalla individuazione del fatto processuale che è presupposto dell’errore, così come non può mancare di riportare integralmente la statuizione del giudice d’appello che abbia omesso di considerare uno o più motivi di gravame.[3]

Se è vero pertanto che una censura puntuale genererebbe il potere della Corte di essere giudice del fatto processuale, riguardato alla stregua degli atti di causa, è altrettanto vero che tale sollecitazione non importa un dovere di indagine per il Supremo Collegio, che possa compensare eventualmente lacune presenti nel ricorso.

Piuttosto, il ricorso deve essere autosufficiente, consentendo una immediata e compiuta percezione del fatto processuale; sicché, in ipotesi di omessa pronuncia su motivo di gravame, dovrà il ricorrente indicare da quali atti è desumibile l’errore processuale e in quali specifici passaggi, integralmente riprodotti.

Ulteriormente, una formulazione intellegibile e completa del motivo consente di verificare che non si tratti di un tentativo di surrettizia introduzione di novum nel giudizio di cassazione.

Si legge ancora, in un significativo passaggio dell’ordinanza, come la sanzione di inammissibilità ex art. 366, primo comma, n. 4, cristallizzi, emblematicamente, l’arresto patologico che interessa il processo di tensione dell’atto allo scopo; in altre parole, se il motivo è inadeguatamente formulato, sarà certo inidoneo a procurare la cassazione della sentenza impugnata, mal evidenziando il vizio da cui è verosimilmente affetta.

In questi termini, il preliminare vaglio dovrebbe anticipare quello che è un esito già desumibile dall’incapacità dell’atto di raggiungere il suo scopo naturale.

La declaratoria di inammissibilità involge invero anche il secondo motivo[4], tuttavia essendo nel caso di specie argine all’approdo di questioni di puro merito nel giudizio di legittimità; il  tentativo è malcelato nella costruzione di un motivo sub art. 360 n. 5 che confonde il vizio di motivazione col modo di essere dell’apprezzamento in fatto ormai definito (risultando l’ampia motivazione sul punto non apparente né manifestamente illogica).

Alla luce delle argomentazioni svolte nell’ordinanza, in relazione al primo e terzo motivo, si comprende come la sanzione di inammissibilità ex art. 366 n.4 c.p.c delinei un onere processuale e contenutistico a carico di parte, precludendo l’esame nel merito dell’atto che, nel dispiego di tecniche redazionali, non vi si sia conformato.

La denuncia dell’error in procedendo porta con sé la necessità di una puntuale menzione degli elementi di fatto che consentano di verificare la decisività del vizio dedotto, decretando, la sanzione di inammissibilità prevista, la responsabilità del ricorrente per il caso in cui manchi di redigere l’atto introduttivo secondo i dettami anzidetti.

Ancor più di interesse, la lettura del difetto di specificità propugnata in relazione al quarto motivo di ricorso[5], essendo arricchita di una ulteriore componente destinata a riflettersi sulla tecnica redazionale; trattasi di specificità protesa al superamento del duplice vaglio di ammissibilità, giusto il combinato disposto 366 n.4 – 360 bis n.1 c.p.c.

Come si dirà più diffusamente, la valutazione è astretta alla capacità del ricorso di confrontare criticamente il contenuto precettivo dei parametri invocati e verosimilmente violati dal giudice a quo (sostanziali o processuali), attingendo alla ratio decidendi del provvedimento, e, alla luce di un secondo passaggio nella verifica di ammissibilità, la giurisprudenza della Corte, introducendo elementi utili a confermare o mutare certo orientamento.

Prima di soffermarsi sulla dialettica delle due norme e reciproco relazionarsi in vista del giudizio di ammissibilità, sembra tuttavia opportuno ripercorrere le vicende interpretative dell’art. 360 bis n. 1 c.p.c., cui le Sezioni Unite hanno dapprima attribuito la veste di filtro all’approdo di ricorsi manifestamente infondati nel merito, sì da rendere opportuno un rigetto e calibrando il giudizio al tempo del decisum; più di recente, piuttosto, avvalendosi di una lettura conforme al testo normativo, hanno concluso per  l’inammissibilità con accezione “meritale”.

2.La prima pronuncia sul c.d. filtro

Il complesso iter di cristallizzazione del significato precettivo dell’art. 360 bis n.1 c.p.c., passa attraverso i fondamentali snodi rappresentati dalle due pronunce delle Sezioni Unite.

Il primo di essi, si ascrive all’ordinanza n. 19051, del 6 settembre 2010.[6]

L’approdo muove da una lettura forzata dell’art. 360 bis n.1 c.p.c., non fedele al testo, tale da intendere la norma quale atta a sanzionare nei termini di un rigetto per manifesta infondatezza il ricorso che presenti una articolazione inadeguatamente protesa al confronto con norme di diritto, che si assumono violate, e senza che contestualmente sia foriero di un raffronto critico tra la ratio decidendi mutuata dalla sentenza impugnata ed orientamenti di legittimità consolidati.

Procedendo con ordine, è pacifico che la disamina prodromo del rigetto in merito, si attesti su di un piano di confronto tra il “consolidato orientamento” e la formulazione del motivo, scarsamente persuasiva sul piano del necessario superamento del medesimo, tenendosi conto non solo di pronunce delle Sezioni Unite, quanto di una convergenza di linee interpretative tra Sezioni semplici o anche di sentenze ascrivibili alla stessa Sezione.

Notoriamente, la questione problematica attiene al dover essere apprezzato il contrasto geneticamente, ovvero in sede di proposizione del ricorso, soluzione questa che avallerebbe una declaratoria di inammissibilità per carenza di presupposto processuale, assimilandosi la debolezza argomentativa del ricorso a vizio insanabile dell’atto; ovvero, tenendosi conto del possibile mutamento delle linee interpretative di legittimità sino al tempo del decisum, preferire la via del rigetto per manifesta infondatezza, secondo un iter logico che conduce all’apprezzamento, in detta sede, di possibili cause di sopravvenuta ammissibilità.

L’orientamento accolto dalle Sezioni Unite 2010 è nel segno della valutazione dell’idoneità del ricorso ad addurre argomentazioni convincenti e utili ai fini di una rimeditazione degli orientamenti di legittimità, su certa questione controversa, al tempo della decisione.

E’ di tutta evidenza che la trasposizione della valutazione al momento della proposizione del ricorso, ovvero della pronuncia della sentenza impugnata, vizia il giudizio di dirompenza del ricorso rispetto ad approdi acquisti della giurisprudenza, non valorizzando l’elemento della sopravvenienza.

Il mutamento che, concomitante con il decisum, si rivelasse conforme alle argomentazioni veicolate tramite ricorso varrebbe a renderlo, non semplicemente ammissibile, ma manifestamente fondato.[7]

In questi termini, si dovrebbe concludere che il vaglio del ricorso non attinge alla sua validità, né può essere genetico; il ricorrente avrebbe sapientemente anticipato un revirement censurando quell’error in iudicando che si apprezza unicamente al tempo della pronuncia.

Ulteriormente, dovrebbe ritenersi incongrua la censura di inammissibilità testualmente figurante all’art. 360 bis c.p.c., essendo la sanzione generalmente impiegata ai fini dell’accertamento di vizi insanabili del ricorso, quale conseguenza dell’inesistenza o cattivo esercizio del potere di impugnare[8]; detto accertamento, peraltro, si colloca necessariamente in fase genetica, di proposizione, elidendo in radice le considerazioni svolte sull’opportunità di assicurare un dialogo con una, eventuale e ondivaga, giurisprudenza.

Il rigetto del ricorso perché manifestamente infondato, nel caso di specie, si traduce in non emersione del dovere del giudice di pronunciarsi[9] funditus sui motivi del ricorso, in ragione della esistenza di precedenti sui quali riposi il ruolo formante della giurisprudenza; senza tuttavia trascurarne la continua dialettica con i contributi propulsivi di dottrina e provenienti dal merito e sottovalutare l’eventualità che ne sia sollecitato un ripensamento.

Va da sè che, perché il ricorso sia rigettato, la valutazione di manifesta infondatezza debba involgere tutti e soli i motivi di cui consta, rimessi alla parcellizzata disamina della sezione specializzata; sicché ove solo uno di questi fosse meritevole di ingresso nel giudizio di Cassazione, il filtro avrebbe parzialmente assolto la sua funzione.

In disparte è ancora il tema della sentenza impugnata vertente su materia vergine[10] per cui il meccanismo descritto sembra lungi dal poter operare, così come, per converso, dovrebbe certamente dirsi applicabile per l’ipotesi in cui il preteso error in iudicando sia vizio di sentenza che invochi una legge assolutamente chiara (in claris non fit interpretatio).

Quale corollario derivante dall’interpretazione del 360 bis n.1 c.p.c., discenderebbe il difficoltoso inquadramento della questione di applicabilità del 334, 2 comma, c.p.c.

La soluzione nel segno della declaratoria di inammissibilità genera la conseguenza di far dipendere, dalla valutazione del ricorso principale, il travolgimento del ricorso incidentale tardivo, valendo a procurare una soccombenza nei confronti della controparte, peraltro non nel merito, ma in rito;[11]  diversamente, ove si propenda per la manifesta infondatezza scaturente da una valutazione di merito del motivo di ricorso, l’impugnazione incidentale non sarebbe per ciò solo caducata, risultando esaminabile.

Contestualmente, risultando abrogata la disciplina del filtro ex art. 366 bis c.p.c., introdotta con legge 40/2006, afferente l’onere di concludere i motivi di ricorso con formulazione di un apposito quesito, residua in dubbio se la stessa funzione possa essere assegnata all’art. 360 bis n. 1 c.p.c.; in questi termini, la norma sarebbe vocata alla delineazione delle condizioni di rilevanza delle critiche consegnate ai motivi di ricorso.

Si segnala come lo spirito della legge delega[12] fosse nel segno della istituzione a carico del ricorrente di un onere di enunciazione del quesito di diritto in corrispondenza biunivoca con l’enunciazione del principio di diritto, sia in caso di accoglimento, sia in caso di rigetto, (..), prevedendo doveri simmetrici per la parte e per l’ufficio.

Sul punto, le Sezioni Unite 2010 individuano nella norma in commento l’addentellato di legittimazione di un giudizio di manifesta infondatezza ogni qual volta le argomentazioni addotte dal ricorrente non giustifichino che sia ribadito né sconfessato un orientamento granitico, rispetto al quale si apprezzi conformità del dictum della sentenza impugnata.

Giudizio, quest’ultimo, tale da richiedere una parcellizzata disamina dei motivi e, se del caso, una dedicata valutazione di inammissibilità per ciascuno in relazione alle condizioni di cui all’art. 360 bis n1 c.p.c., da intendersi quale presidio al corretto esercizio del potere di impugnativa; per contro, non è sul punto mancato, un minoritario orientamento volto ad intendere la censura alla stregua di un giudizio terminativo sulla inammissibilità.

Invero, se è certo che la valutazione insistente sull’uno dei motivi non possa portare con sé il travolgimento dell’intero ricorso, si ammette talora con difficoltà che la sezione specializzata possa demandarne l’esame alla sezione semplice, nonostante alcuni motivi si prestino ad essere inquadrati sub art. 360 bis n.1 c.p.c[13], con attenuazione della funzione selettiva del filtro.

In particolare, dette condizioni si traducono in dettami sul corretto modo di confezionamento del motivo di ricorso che, non solo deve puntualmente attingere alla ratio decidendi della sentenza impugnata, ma denotare la relazione di congruità o difformità con gli orientamenti della Corte, prospettando l’opportunità di un overruling mediante argomentazioni meritevoli di esame.

Traslato l’apprezzamento del contrasto tra la prospettazione di parte ricorrente e la norma di diritto, intesa nella più pregnante accezione di diritto vivente confortato dagli orientamenti di legittimità, al tempo della decisone, si cristallizza in questa stessa sede il processo logico di valutazione ex art. 360 bis n.1 c.p.c.

Sintetizzandone i passaggi, se oggetto della pronuncia è un motivo di ricorso la cui struttura argomentativa sia divenuta conforme, per sopravvenienza di un mutamento ermeneutico, alla giurisprudenza della Corte, dovrà accogliersi perché manifestamente fondato, a prescindere dall’atteggiarsi di detta relazione in fase genetica.

Per converso, a dispetto della lettera dell’art. 360 bis n.1 c.p.c., il ricorso andrà incontro ad un rigetto, laddove, nello stesso segmento temporale concernente la pronuncia, sia piuttosto verificabile una conformità tra gli orientamenti di merito e di legittimità, e non siano apportati decisivi elementi ai fini di un ripensamento.

Diversa ancora sarebbe l’ipotesi in cui il ricorrente censurasse l’error in iudicando in sintonia con gli orientamenti di legittimità e sopravvenisse piuttosto una difformità al tempo del decisum, dovendosi in tal caso parlare forse di inammissibilità sopravvenuta, ovvero di manifesta infondatezza non apparente in sede di proposizione del ricorso.

Se è vero che la posticipazione dell’accertamento ex art. 360 n. 1 c.p.c. è presidio della non immobilità dell’analisi pretoria, questo è vero quale che sia la direzione che la sopravvenienza assuma e il rapporto che possa ricostruirsi con ricorso e provvedimento impugnato.

Ne deriva, pertanto, che la funzione del filtro si dispieghi sul contenuto/forma del motivo di ricorso che dovrà, rispettivamente, introdurre una questione nuova suscettiva di provocare una frattura in seno alle acquisizioni del Supremo collegio; ovvero riportare quella stessa frattura alla dialettica tra legittimità e merito, ponendosi il motivo del ricorso quale elemento di continuità con la prima.

Concludono le Sezioni Unite, la lettura dell’art.360 bis n.1 c.p.c nel segno del rigetto per manifesta infondatezza non è in contrasto con le norme del codice di rito.

Nell’ambito del sistema normativo, non può dirsi inconferente il riferimento della sanzione ad un motivo di ricorso formulato quale riproposizione di una argomentazione già svolta ed affrontata, non mancando ulteriori esempi in tal senso,[14] per cui la comminatoria viene ad essere astretta a fattori che esulano dal fondamento dell’atto.

Così costruito, il filtro si intende peraltro idoneo ad assicurare un congruo bilanciamento tra interessi costituzionalmente protetti, quali il diritto di ricorrere per Cassazione ex art. 111, comma 7 Cost. e la razionalizzazione dell’accesso al giudizio di legittimità ai fini di una modulazione delle funzioni nomofilattica su questioni meritevoli di esame.

Di qui la sintesi e composizione virtuosa dei due profili della stessa funzione, volta, da un lato, ad innestare il futuro corso degli orientamenti giurisprudenziali su autorevole precedente raggiunto su certa questione controversa; dall’altro, assicurare un meccanismo di stabilità e coerenza interna mediante cassazione di sentenze in contrasto.

Ancora sul piano di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 360 bis n. 1 c.p.c., si è posta la necessità di individuare l’esatta portata della norma e tipizzare i casi di applicazione, in ottica di compatibilità con la garanzia urbi et orbi di ricorso per cassazione[15] ex art. 111, comma 7 Cost., moderata unicamente dalla sollevazione della Corte dall’esame nel merito di ricorsi inammissibili secondo criteri stabiliti dal legislatore ordinario.

Va de sè che un intervento compatibile con la garanzia costituzionale debba tradursi in puntuale enucleazione dei requisiti di forma e contenuto che, laddove patologicamente presentati dal ricorso, generino una declaratoria di inammissibilità (rigetto secondo la prima lettura); al contempo, risultando altrettanto chiaro come avrebbe dovuto atteggiarsi la versione ammissibile avverso la sentenza impugnata.

Anche nella prima interpretazione fornita dalle Sezioni Unite, l’art. 360 bis n.1 c.p.c. si attaglia a tutti i casi in cui, sub art. 360 n. 1, 2, 3, 4 c.p.c., sia censurato certo modo di interpretazione di una quaestio iuris per cui esista giurisprudenza di legittimità, intendendone sollecitare un ripensamento, nonché ai casi di regolamento di competenza ed ogni altro ricorso impugnatorio.

3.Rimeditazione del filtro e legame con il presidio di specificità

E’ evidente come la lettura accolta dalle Sezioni Unite 2010 stridesse con il tenore testuale dell’art. 360 bis n.1 c.p.c., norma volta a qualificare in termini di inammissibilità piuttosto che di rigetto nel merito la censura applicata al ricorso privo di capacità novativa.

Necessariamente, il contrasto avrebbe dovuto esser risolto degradando la lettera alla stregua di vuota formula classificatoria, ovvero declinazione poco rigorosa della pura accezione di inammissibilità.[16]

Sennonché detto modo di argomentare parve a non pochi[17] una indebita forzatura, non essendo certo l’inammissibilità variante semantica del rigetto nel merito.[18]

In maggiore sintonia con l’opzione normativa, si è intravista nell’art. 360bis n.1 c.p.c

l’introduzione di una griglia valutativa per la disamina di ammissibilità, tale da permeare il modo di formulazione del motivo di ricorso.

L’insorgenza del contrasto, occasione di seconda remissione alle Sezioni Unite ai fini della definizione di una corretta lettura dell’art. 360 bis n.1 c.p.c, si ascrive a due pronunce della Sezione I Civile n. 8804/2016 e della Sezione V Tributaria n. 23586/2015.

Entrambe convergono verso la possibile assimilazione della carenza di elementi decisivi apportati dal ricorso alla stregua difetto di nuovo presupposto processuale introdotto ex art. 360 bis n.1 c.p.c (in luogo del vecchio quesito di diritto), tale da generare una inammissibilità genetica che attinge al rito piuttosto che al merito dell’atto.

Risultavano per ciò solo sconfessati i due corollari cardine mutabili dalle Sezioni Unite 19051/2010; il preliminare vaglio di ammissibilità si sarebbe posto in insanabile contrasto con la opportunità di valorizzare l’evenienza di sopravvenienze atte a rendere conformi le argomentazioni dedotte in ricorso; nondimeno, la qualificazione in termini di presupposto processuale del quid novi veicolato con ricorso e sostanziato dai requisiti di cui all’art. 360 bis n. 1 c.p.c. avrebbe inevitabilmente traslato l’attenzione sul rito, anziché sul merito.

Di qui, la necessità di rimessione[19] al massimo organo della nomofilachia.

Prende corpo, nelle maglie dell’ordinanza interlocutoria, la delineazione di una summa divisio di cause di inammissibilità; da un lato, la censura, tradizionalmente intesa, colpisce l’atto in quanto affetto da vizi di validità ovvero suggella una carenza di potere di impugnativa (cd inammissibilità in rito); dall’altro, l’emersione di una nuova categoria concernente il pretestuoso esercizio di facoltà d’impugnazione (cd inammissibilità in merito), si declina nei termini di formulazione inadeguata dei motivi di ricorso sotto l’egida dell’art. 360 bis n.1 c.p.c.[20]

In questa accezione, si sarebbe recuperata una lettura fedele al tenore testale della norma in commento, contestualmente sovvertendo gli approdi della prima pronuncia delle Sezioni unite.

La risolutiva sentenza delle Sezioni Unite n. 7155 del 21 marzo 2017[21] prende definitiva posizione sulla caratterizzazione della sanzioni in termini di inammissibilità di merito.

Particolarmente, il revirement muove dalla confutazione della incompatibilità tra la sanzione di inammissibilità ed un vizio di merito concernente l’atto, prestandosi piuttosto, come anticipato dalla sezione remittente, ad una duplice declinazione.

La correlazione tra la formulazione del motivo di ricorso quale carente sul piano della adduzione di elementi per revisionare un consolidato orientamento giurisprudenziale ed il merito, giusta l’afferenza della sanzione alla sostanza dell’atto, non rappresenta neppure un unicum; ha dato prova piuttosto il legislatore di impiegare la sanzione per filtrare l’approdo di ricorsi che si prestino ad una valutazione prima facie di manifesta infondatezza nel merito.

Si pensi allo strumento offerto dall’art. 348 bis, comma 1, c.p.c., che pure sembra onerare l’interprete, in sede di ponderazione della improbabilità di accoglimento del ricorso, di una funzione esagerata ed impropria [22] – quella della costruzione della fattispecie – e di porre, al tempo stesso, la regola presentata come processuale su di un terreno che non è quello proprio del diritto processuale.

In questi termini, coerentemente, la sanzione di cui all’art. 360 bis n 1 c.p.c., potrebbe ricondursi al naturale alveo di inammissibilità, colorandosi di una accezione che attinge al merito dell’atto.

Al contempo, le Sezioni Unite non sconfessano il precedente riportando l’accertamento comparatistico tra la formulazione del ricorso e la griglia valutativa di ammissibilità non al tempo di proposizione, quanto della decisione, apprezzandosi in detta sede il modo di essere degli orientamenti consolidati.

Pertanto, non potrà escludersi che un ricorso, in limine qualificabile quale inammissibile per incapacità di addurre un confronto critico con la giurisprudenza, divenga ammissibile al tempo del decisum (ammissibilità sopravvenuta), potendo la sopravvenienza operare in senso favorevole al ricorrente.

Se di fatto l’apprezzamento sul modo di essere del ricorso può essere genetico, diverso è il piano della valutazione che, coincidendo con la pronuncia, onera il giudicante di una coerente impostazione del dispositivo rispetto ad una revisione delle linee interpretative.

Da ultimo, l’ordinanza prende posizione sulla questione della possibile comunicazione del giudizio di inammissibilità di uno o più dei motivi all’intero ricorso, laddove ve ne siano di non riconducibili all’alveo dell’art. 360 bis n. 1 c.p.c.[23]

Sul punto, si conferma l’attitudine della valutazione a insistere, frammentariamente, su ciascuno dei motivi, il che risulta in sintonia con la natura del giudizio di cassazione a critica vincolata, che vuole ciascun motivo esposto ad una positiva e previa disamina di ammissibilità.

Recuperando il raffronto con la delibazione pronostica in appello sulle ragionevoli probabilità di accoglimento ex art. 348 bis c.p.c., si sottolinea la distanza tra quella che in secondo grado è una valutazione globale, tale da involgere la struttura dell’atto di impugnazione nel suo complesso, e la meritevolezza di ingresso nel giudizio di cassazione   di cui è destinatario ciascun motivo.

Il che pare coerente, se non con la lettera della legge che fa riferimento al ricorso, con la natura del giudizio, da cui l’opportunità di traslazione dell’atto alla sezione competente quand’anche vi fosse un solo motivo ammissibile; contestualmente, neutralizzandosi teorie di possibile estensione della patologia dal motivo all’atto, risulta attenuata la funzione del filtro, argine all’approdo dei ricorsi in giudizio per la sola ipotesi di inammissibilità globale.

In altri termini, si previene la trasmissione alla sezione competente di ricorsi totalmente inconsistenti, per cui la valutazione ex art. 360bis n. 1 c.p.c. ben si attaglia a ciascuna delle critiche vincolate ovvero ricorsi articolati in unico motivo, per cui parimenti sia valido l’argomento di inammissibilità nel merito.[24]

In sintesi, alla luce della nuova pronuncia delle Sezioni Unite, la inidoneità del ricorso a porsi criticamente in contrasto con gli orientamenti di legittimità è sussumibile sub art. 360 bis n. 1 c.p.c. e qualificabile quale inammissibilità di merito, che attinge alla sostanza dell’atto secondo una declinazione che guarda ai singolari motivi di cui consta; l’apprezzamento è circoscrivibile al tempo della decisione, al fine di tener conto di adeguamenti ad eventuali sopravvenienze; la declaratoria che involga l’intero atto, assolvendo autenticamente la funzione di filtro, preclude la trasmissione alla sezione di competenza[25].

Di contro, ove il ricorso superi il preliminare vaglio di ammissibilità, rifluirà in pubblica udienza, quand’anche non presenti quel grado di complessità necessario a derogare la attuale regola del rito camerale, da cui la prospettata opportunità, de iure condendo, di una diretta assegnazione a sezione semplice.[26]

Ulteriormente, se è vero che l’art. 360 bis n. 1 c.p.c. permea il modo di formulazione del motivo perché possa aver ingresso nel giudizio di legittimità, ne discende che il ricorrente sia gravato di un vero e proprio onere argomentativo che non può esaurirsi in indicazione di precedenti della Corte non uniformi.

La forza persuasiva degli elementi apportati ai fini della provocazione del revirement, presenta intersezioni con l’onere di specificità del motivo, meglio affrontato nella sentenza d’incipit.

Sembrano, da ultimo, le Sezioni unite risolvere la controversa questione dell’applicazione dell’art. 334, 2 comma, c.p.c. al ricorso incidentale tardivo, in senso affermativo, posto che l’esito riflesso della declaratoria di inammissibilità è nel segno del travolgimento dell’incidentale, procurando una soccombenza in rito.

Svolta tale doverosa digressione, sulla scia delle Sezioni Unite 7155/2017, si collocano le argomentazioni della ordinanza da cui si è preso le mosse a suffragio della declaratoria di inammissibilità del quarto motivo di ricorso.

Facendo impiego della categoria dell’inammissibilità meritale introdotta dall’art 360 bis n. 1 c.p.c., secondo la più recente lettura, si interroga il collegio sui termini di conciliazione di detta formula afferente un ricorso privo di capacità critica per la revisione di un consolidato orientamento, che finisce col tratteggiare il corretto modo di strutturare il motivo, con l’onere di specificità, ex art. 366 n. 4 c.p.c.

Si tratta anzitutto di superare l’apparente contrasto tra la rilettura della prima norma menzionata che conia una nuova accezione di inammissibilità sostanziale, di merito, con la seconda che attenendo il modo di esercizio del potere di impugnazione, si colora di una accezione di rito.

Con particolare riferimento all’art. 366, n. 4 c.p.c., sconfina anch’esso nella definizione del modo di formulazione del motivo di ricorso che, pretendendo di denunciare certo vizio del capo impugnato della sentenza deve necessariamente attingere alla ratio decidendi, evidenziandone le criticità con compiutezza e specificità, in coerenza con lo scopo cui è protesa, ovvero la cassazione del provvedimento.

Nel caso di specie, l’inammissibilità, con accezione rituale, anticipa l’inidoneità dell’atto a raggiungere lo scopo per come, strutturalmente, si presentano congegnati i motivi di cui consta (risolvendosi in un non motivo[27]).

In questi termini, si legge, tra le argomentazioni della ordinanza in commento, della possibilità di assimilare l’onere di argomentazione critica ex art. 360 bis n. 1 c.p.c. con l’onere di specificità ex art. 366 n. 4 c.p.c. sul piano della tendenza dell’atto allo scopo, posto che anche nel caso della prima delle norme citate, la relazione è viziata da un patologico arresto nel processo di tensione, per incapacità di critica persuasiva del ricorso avverso certa giurisprudenza consolidata.

Coniugando le due previsioni, ne discende che una formulazione inesaustiva, aspecifica, non intellegibile che non riesca a rendere la Corte edotta delle ragioni per cui sia opportuno revisionare certa linea interpretativa, sia anzitutto censurabile sul piano dell’art. 366 n. 4 c.p.c.; la norma, tuttavia, va letta in combinato disposto con l’art. 360 bis n1 c.pc., rimeditato, colorando di una declinazione rituale quest’ultima norma, che altrimenti ne sarebbe priva.

L’onere argomentativo deve allora essere assolto mediante una sintesi delle due matrici, essendo la risultante della commistione di specificità e capacità critica.

Pertanto, il ricorso che ambisca a censurare la sentenza impugnata sotto il profilo della violazione e falsa applicazione di norma di legge, la quale peraltro si presume sintonica rispetto ad orientamenti di legittimità, deve contestualmente offrire argomenti decisivi per irrompere e fratturare in maniera convincente la rispondenza tra sentenza impugnata e orientamenti di legittimità.

Da un lato sta invero il contenuto percettivo dell’art. 366 n. 4 c.p.c., il quale fa sì che al ricorrente sia preclusa la mera elencazione di norme che si assumono violate sub art. 360 n.1, 2, 3, 4 c.p.c., nonché la possibilità di introdurre surrettiziamente una censura in fatto ove pretenda erronea la ricostruzione del giudice di merito, mascherandola quale violazione di legge (n. 3); dovendo piuttosto, puntualmente, individuare il contenuto percettivo del parametro invocato[28], riuscendo a denotare l’incongruità con il capo della sentenza impugnato.

Dall’altro, dovendo il motivo di ricorso dirsi ulteriormente conforme all’art. 360bis n1 c.p.c. ai fini della ammissibilità, dovrà prospettare il raffronto tra la regola iuris invocata e il dictum della sentenza in chiave critica, ovvero aprendo una convincente frattura in seno agli orientamenti di legittimità.

Qualora difettasse dell’apporto di un contributo decisivo ex art. 360 bis n. 1 c.p.c., dovrebbe dirsi inammissibile in rito, per capacità attrattiva del presidio di cui all’art. 366 n.4, che colora eccezionalmente in termini processuali la carenza e la rende valutabile in sede di proposizione del ricorso.

Insomma, l’ordinanza delinea chiaramente l’atteggiarsi dell’onere argomentativo posto a carico del ricorrente che ambisca ad accedere al giudizio di legittimità; in sede di ricostruzione del preteso errore del giudice di merito, andrà incontro ad una sanzione di inammissibilità vuoi per l’ipotesi di carenze di formulazione quanto alla denuncia di violazioni di legge processuale o sostanziale da parte del provvedimento impugnato; vuoi quanto all’arte retorica spesa per rendere meritevole di ingresso nella giurisprudenza di legittimità certo orientamento.

In ogni caso, la sanzione che, riguardata esclusivamente sul piano dell’art. 366 n. 4 c.p.c. ha carattere processuale[29], laddove debba essere calata nel contesto di specificità del motivo, teleologicamente rivolto ad ottenere la cassazione della sentenza gravata per essere conforme ad orientamento da superarsi, esercita una forza attrattiva sul regime di cui all’ art. 360 bis n.1 c.p.c

Se questo è vero, il combinato disposto, generando una valutazione di inammissibilità processuale, importa che il tempo di apprezzamento sia anticipato dalla decisione alla proposizione, in sintonia con il regime applicabile a vizi insanabili dell’atto introduttivo.

Ne discende peraltro l’impossibilità di sanatoria successiva all’introduzione del giudizio per il tramite di memoria depositata ex art. 378 o 380 bis c.p.c.

Nel caso sottoposto a disamina, la valutazione trae scaturigine dall’incuria del ricorrente nel descrivere doviziosamente le ragioni di opportunità di un revirement, giusto l’adeguamento della sentenza d’appello ai principi della Suprema Corte, in materia di insindacabilità nel merito dell’esercizio del potere giudiziale di liquidazione del danno ex art. 1226 c.c.

[1] Sezione Sesta Civile, Sottosezione 2, Pres. F. Manna, Rel. L.G. Lombardo.

[2] Con il primo motivo, pretende parte ricorrente di censurare la violazione degli artt. 112 e 342 c.p.c., in ragione della omissione d’esame, da parte della Corte d’Appello, del motivo di gravame vertente su denuncia di ultrapetizione; con il terzo motivo, parimenti, la violazione delle medesime norme per omissione d’esame del motivo legato alla quantificazione erronea del danno in CTU.

[3] Cass. Sez.1, n. 20405, 20 settembre 2006; Cass., Sez. 5, n. 22880/ 29 settembre 2017.

[4] Il ricorrente pretende di censurare la violazione degli artt. 871, 872, 2697 c.c., per avere la Corte d’Appello ritenuto provato il pregiudizio sofferto da controparte.

[5] Dedotta violazione degli artt. 871, 872, 2697, 2043, 1226 c.c., quanto alla liquidazione equitativa del danno da parte della Corte territoriale.

[6] Presidente Carbone V., Relatore Vittoria P.

[7] F. Luiso, La prima pronuncia della Cassazione sul cd. Filtro (art. 360 bis c.p.c.), in Giusto proc. civ., 2010, p. 1131 ss.

[8] G. Fabbrini, L’opposizione del terzo nel sistema dei mezzi di impugnazione, Milano, 1968, p. 272 ss.

[9] P. Vittoria, “Il filtro in Cassazione”, Intervento a Convegno di Studi, Roma 28 ottobre 2009, in http://www.cortedicassazione.it/cassazione-resources/resources/cms/documents/20091028_Report.pdf

[10] A. Briguglio, Il filtro in Cassazione”, Intervento a Convegno di Studi, Roma 28 ottobre 2009, cit.

[11] In senso affermativo, F. Luiso, op. cit.; in senso contrario, R. Poli, Il cd Filtro di ammissibilità del ricorso per cassazione, in Riv. dir. proc., 2010, p. 367.

[12] F. Luiso, op.cit.

[13] M. Fornaciari, L’inammissibilità del ricorso per Cassazione ex art. 360bis n.1 c.p.c, in Riv. Trim. Dir. e Proc. Civ., 2013, II, p. 645

[14] Si esemplifica menzionando il difetto di conformità del motivo ad uno di quelli previsti al 360; la formulazione del motivo diretto contro punti non riproposti o non sottoposti al giudice di merito; la insufficiente intelligibilità del discorso critico addotto tramite ricorso; fattori in ogni caso esterni al giudizio sul fondamento del motivo.

[15] A. Briguglio, Ecco il “Filtro”! (l’ultima riforma del giudizio di Cassazione), in Riv. dir. proc. 2009, p. 1286, ID, in Commentario alle riforme del processo civile, a cura di A. Briguglio e B. Capponi, III, 1, Padova 2009, p. 61 ss.

[16] A. Carratta, Il “filtro” al ricorso in Cassazione fra dubbi di costituzionalità e salvaguardia del controllo di legittimità, in La giustizia civile tra nuovissime riforme e diritto vivente, a cura di Chiarloni, in Giur. It., 2009, VI, p. 1563; G. Costantino, La riforma del giudizio di legittimità: la cassazione con filtro, ibidem, p. 1560

[17] A. Carratta, op. cit.; G. Monteleone, Il punto sul nuovo art. 360bis n.1 c.p.c (sull’inammissibilità del ricorso alla Cassazione civile), in Giusto Proc. Civ., 2010, IV, p. 967.

[18] D. Castagno, L’inammissibilità del ricorso per Cassazione – Le Sezioni Unite (re)interpretano l’art. 360bis n.1 c.p.c, in Giur. It., 2017, p. 1583

[19] Cass. Sez. VI, sottosez. 2, 26 luglio 2016, n. 15513; Cass. Sez. VI, sottosez. 2, 11 ottobre 2016, n. 20466 (con nota di Bertollini, Il “filtro” con funzione nomofilattica ex art. 360 bis n. 1 c.p.c. tra “inammissibilità” e “manifesta infondatezza” del ricorso, in Corr. Giur., 2017, I, p. 85)

[20] Secondo la tesi dell’organo remittente, l’art. 360bis sarebbe riconducibile all’art. 375 n. 1 e non al n. 5, per cui il provvedimento che si attaglia alla declaratoria di inammissibilità del ricorso principale ed eventualmente incidentale, è l’ordinanza, pronunciata in camera di consiglio, atta a rilevare la mancanza dei motivi di cui all’art. 360 (inammissibilità in rito).

[21] Presidente R. Rordorf, Relatore A. Didone.

[22] B. Capponi, Il diritto processuale civile “non sostenibile”, in Riv. Trim. Dir. e Proc. civ., 2013, p. 877

[23] Nel segno della parcellizzazione del giudizio ai singoli motivi, R. Rordorf, Nuove norme in tema di motivazione delle sentenze e di ricorso per cassazione, in Riv. Dir. Proc., 2010, I, p. 134

[24] Nello specifico, la sentenza dichiara inammissibile il ricorso articolato in unico motivo, volto a censurare la violazione degli artt. 1140-1141 c.c. per avere la Corte d’Appello qualificato in termini di detenzione, anziché possesso utile ai fini dell’usucapione, la situazione di relazione con il fondo promesso in vendita, del promissario acquirente, fondata sul collegamento tra preliminare e comodato; contestualmente, alcuna persuasiva argomentazione è adotta dal ricorrente perché possa rimeritassi detto consolidato orientamento.

[25] A. Carratta, Il “filtro” al ricorso in Cassazione fra dubbi di costituzionalità e salvaguardia del controllo di legittimità, il La giustizia civile tra nuovissime riforme e diritto vivente, a cura di Chiarloni, in Giur. It., 2009, VI, p. 1563; l’autore parla di effetto perverso contrario al principio della ragionevole durata, posto che, a seguito della trasmissione del ricorso dalla sezione specializzata alla sezione semplice, dovrà quest’ultima ripetere l’esame sull’ammissibilità.

[26] Con applicazione del rito camerale, in tal senso M. Fornaciari, op. loc. cit.

[27] Cass., Sez. 3, n. 17330, 31 agosto 2015; Cass., Sez. 5 n. 11984, 31 maggio 2011

[28] Si legge nella ordinanza in commento, Ovvio che il contenuto percettivo della norma di cui si denunzia la violazione deve essere individuato in coerenza col diritto vivente, ossia col significato riconosciuto alla norma dalla giurisprudenza della Suprema Corte.

[29] Quando nel ricorso per Cassazione è denunziata violazione o falsa applicazione di norme di diritto, n. 3 c.p.c., deve essere dedotto, a pena di inammissibilità ai sensi dell’art. 366 n. 4 c.p.c., non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni, intese motivatamente a dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto, contenute nella sentenza gravata, debbono ritenersi in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla dottrina e dalla prevalente giurisprudenza di legittimità. (Cass., Sez. 3, n. 828, 2007)

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