ATTRIBUZIONE E TRASMISSIONE DEL COGNOME. QUALE INTERESSE PER IL MINORE?

Di Tiziana Amodeo -

Il nome diritto fondamentale dell’individuo.

Il nome è il principale segno distintivo della persona e come tale si inserisce nella schiera dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti (art. 2 e 22 Cost.)[1].

Da tempo la dottrina indulge verso una lettura del sistema alla luce dei valori costituzionali e della centralità della persona umana e delle situazioni giuridiche personali rispetto a quelle di natura patrimoniale[2].

Ciascun individuo si distingue attraverso il prenome dagli altri componenti della propria famiglia, e attraverso il cognome da coloro che appartengono ad altri consorzi familiari.

Da qui il riconoscimento al cognome di una valenza sociale, e dunque di una funzione pubblicistica, connessa all’interesse dell’intera società ad identificare i propri componenti.

Del resto, speculare alla valenza pubblicistica è l’interesse personale ad essere identificato ed ascritto ad una determinata cerchia familiare, situazione che rappresenta un’esigenza personale e sociale al tempo stesso riconducibile alla tutela della persona ed al rispetto della sua personalità (art. 2 Cost.).

La garanzia della persona è scandita dai principi dell’eguaglianza e della pari dignità; tuttavia l’imposizione del cognome paterno, che tradizionalmente si trasmette di generazione in generazione, si riconduce, in mancanza espressa previsione normativa, da un lato alla forza della tradizione, dall’altro alla necessità di ancorare la garanzia costituzionale all’unità della famiglia (art. 29 Cost.), ovvero all’unicità del cognome atto ad individuare e distinguere l’individuo all’esterno sia come singolo sia come componente di una determinata famiglia, dunque, idoneo a designare al contempo l’intero gruppo familiare di appartenenza.

L’opzione per il cognome paterno si riconduce infatti ad una regola non scritta, cioè a carattere consuetudinario, tipica dell’identità culturale di una determinata civiltà[3].

In una simile prospettiva, l’interesse ad aggiungere o sostituire, per ragioni di natura morale, affettiva o familiare, il cognome materno a quello paterno, è frutto di una diversa proiezione sociale dell’individuo, che è da considerarsi eccezionale ovvero legata a specifiche circostanze che qualificano la situazione, e rendono quel interesse meritevole di tutela.

In giurisprudenza, tra le innumerevoli pronunce, merita rilievo una non recente sentenza del Consiglio di Stato (25.1.1999 n. 63), nella quale il g.a. ha annullato il provvedimento di diniego dell’aggiunta del cognome materno a quello paterno, richiesta per ragioni affettive dal figlio di quindici anni, con il consenso del padre, da tempo separato dalla moglie.

Del resto, la dottrina ha accolto favorevolmente il giudicato in quanto riesce a contemperare  due opposti interessi: da un lato quello di  adeguato rilievo all’esigenza, di natura generale, di stabilità nel tempo del cognome, sì da assumere funzione di identificazione della persona, e dall’altro quello di garantire l’interesse personale, sia esso di natura morale, religiosa o anche solo affettiva di mutamento dello stesso. I giudici distinguono tra aggiunta e sostituzione del cognome materno a quello paterno, attribuendo alla prima una valenza positiva o accrescitiva, in quanto introduce un ulteriore elemento identificativo della persona, mentre la seconda ha accezione negativa, poiché diretta ad eliminare un segno distintivo.

In questo contesto di norme e principi assume rilievo l’interesse della madre a veder identificato il proprio figlio anche con il proprio cognome, insieme a quello paterno.

Finora questa esigenza è emersa solo nell’ipotesi di cambiamento di stato (adozione o legittimazione, riconoscimento del padre successivo a quello della madre nella filiazione naturale), tanto da aver previsto il mutamento del cognome solo in quanto corrispondente al diritto del soggetto di conservare il vecchio cognome come segno distintivo della propria identità.

In questo senso, la Corte Cost.- 11 maggio 2001 n. 120- che dichiara costituzionalmente illegittimo l’art. 299 per contrasto con l’art. 2 Cost. nella parte in cui non prevede che l’adottato maggiorenne possa aggiungere al cognome dell’adottante anche quello originariamente attribuitogli dall’ufficiale di stato civile.

Ma già la Consulta nel 1996, incidendo sull’art. 262 cc, dichiara illegittima la norma laddove non prevede che il soggetto dichiarato alla nascita figlio di ignoti, e successivamente riconosciuto da uno dei genitori, possa mantenere, anteponendolo o aggiungendolo, il cognome precedentemente assunto con atto formale dell’ufficiale di stato civile, ove tale cognome sia divenuto segno distintivo della sua identità personale[4].

E’ evidente che la giurisprudenza pone in discussione la tendenza del costume italiano di tramandare unicamente ed automaticamente il patronimico, tanto che siffatto sistema non scaturisce da alcuna norma scritta, essendo basato unicamente sulla consuetudine[5].

Sebbene la questione di legittimità sia stata più volte sollevata in riferimento all’assetto normativo vigente in riferimento agli artt. 2, 3, 29 e 30 Cost., d’altro canto, solo di recente la Consulta sembra dar ascolto a coloro che perorano la causa di abbandono dell’attribuzione automatica del cognome paterno[6].

La costituzionalizzazione della famiglia, intesa non come ente a sé stante, ma come valore da tutelare, in funzione dello sviluppo della personalità dei singoli componenti, ha condotto ad un fenomeno di privatizzazione del diritto familiare, nel senso dell’emersione di interessi dei singoli messi a confronto con quelli del gruppo, che impone una ricerca di nuovo equilibrio tra esigenze individuali e bisogni della collettività.

Del resto, all’attenzione del giurista contemporaneo si impongono nuovi modelli familiari[7] e  nuove relazioni “familiari” che richiedono al giurista un continuo confronto tra profili giuridici e risvolti sociali.

In un’epoca di grandi “trasformazioni” il diritto assume il compito di garantire le diverse situazioni esistenziali nell’ambito dei gruppi sociali in cui l’individuo svolge la propria esistenza ed attua la propria personalità.

Esiste la consapevolezza che nel confronto tra pari dignità ed unità familiare, la seconda non possa travolgere le diverse identità dei singoli componenti del gruppo[8].

D’altro canto, il medesimo rispetto dell’identità prescrive, con riguardo ai figli comuni, che siano riconoscibili come appartenenti ad un gruppo comune ovvero ad una stessa famiglia, da ciò derivando l’esigenza di un cognome che conservi al figlio quelli di entrambi i genitori e che sia eguale per i figli comuni.

La regola generale dell’accordo su cui si basa la conduzione familiare impone che siano i genitori a decidere sul cognome da trasmettere ai figli, tranne nell’ipotesi di prevalenza dell’interesse del figlio, dotato di discernimento, che manifesta la volontà di mantenere l’identità precedente, di cui l’identificazione legata all’uso del cognome, rappresenta elemento essenziale.

Numerose sono state le proposte di legge presentate finora, tuttavia forti sono state le resistenze che hanno frenato il cambiamento, tra queste il timore di dover gestire la conseguente pressione sugli uffici e dunque il disordine nelle registrazioni dell’anagrafe.

Dunque, l’unico strumento utile a tramandare il cognome materno è quello previsto dall’art. 84 DPR 396/2000, ed anche quello previsto dall’art. 262 c.c. in caso di figlio naturale riconosciuto prima dalla madre[9].

In questo contesto giuridico- normativo gran parte degli ordinamenti europei, ad eccezione di Spagna e Portogallo, hanno sconvolto l’assetto precedente, seguendo l’impulso emotivo di garantire esigenze antidiscriminatorie, nel rispetto delle Convenzioni internazionali e dei principi comunitari.

Il riferimento principale è alla Convenzione di New York del 1979 (ratificata con legge italiana del 1985 n. 132) che assicura gli stessi diritti personali al marito ed alla moglie, compresa la scelta del cognome.

Nell’ambito del diritto comunitario spiccano la risoluzione del Consiglio di Europa n. 37 del 1978 e le raccomandazioni del Parlamento europeo n. 1271 del 1995 e n. 1362 del 1998, in cui si afferma che il mantenimento di previsioni discriminatorie tra uomo e donna riguardo alla scelta del cognome viola il principio di eguaglianza.

Dunque, gli ordinamenti dell’Europa adempiono già a partire dalla fine degli anni ottanta, secondo due modelli: l’uno che attribuisce al figlio un cognome familiare a scelta tra quelli dei genitori, l’altro invece assegna ai figli entrambi i cognomi[10].

In Germania il diritto impone ai coniugi di scegliere tra di loro il nome familiare comune; solo in mancanza di accordo è prevista la prevalenza del cognome paterno per i figli comuni, fatta salva la facoltà dei coniugi di aggiungere o posporre al cognome comune quello proprio di nascita.

In Spagna la disciplina vigente stabilisce che i genitori possono decidere, di comune accordo, l’ordine dei cognomi dei figli in assoluta equiparazione tra di essi; in mancanza di esercizio di tale facoltà è prevista la precedenza del cognome paterno su quello materno ed è fatta salva la facoltà del figlio divenuto maggiorenne di modificare l’ordine dei cognomi.

In questo complesso scenario in Italia il ricorso al doppio cognome si rinviene in casi sempre più frequenti e numerosi rispetto al passato.

Tutto nasce dal Caso Avello portato all’attenzione della Corte di giustizia europea nel 2003 di un cittadino spagnolo, sposatosi in Belgio, che aveva richiesto per i suoi due figli, aventi doppia nazionalità ma registrati alla nascita secondo la legge belga, solo con il cognome paterno, l’attribuzione del doppio cognome così come previsto dalla legge spagnola. Le autorità belghe rigettano la domanda ma la Corte europea, sollecitata in via pregiudiziale, ritenendo che le norme che disciplinano l’utilizzo del cognome delle persone rientrano nella competenza degli Stati membri, questi devono rispettare il diritto comunitario; su tale presupposto riconosce il diritto dei figli a non subire discriminazioni in ragione della propria cittadinanza, anche in relazione alla trasmissione del nome di famiglia.

A giudizio della Corte il diniego di modifica del cognome in senso conforme alle norme di uno Stato membro di cui si possegga cittadinanza non tien conto che la vastità dei flussi migratori all’interno dell’unione ha comportato la coesistenza di diversi sistemi nazionali di attribuzione del cognome, dunque, la decisione dell’autorità amministrativa di uno Stato membro di respingere la domanda di mutamento del cognome per figli minori residenti in detto Stato ed aventi doppia cittadinanza contrasta con i principi di diritto comunitario. Da qui l’esigenza di una rilettura dei criteri di attribuzione del cognome, finora basati sulla tradizione che non appare in linea con i principi di rango costituzionale di eguaglianza e di parità tra i coniugi. All’indomani della sentenza Avello il Tribunale di Bologna stabilisce che la doppia cittadinanza dei minori legittima la richiesta di attribuzione del cognome assunto in Spagna ovvero di rispetto del diritto e tradizione spagnola[11]

Di grande rilevanza è la pronuncia della Corte Costituzionale sul cognome n. 286 del 2016 che dichiara illegittima l’attribuzione automatica del cognome paterno e lascia ai genitori il potere di scegliere.

Si legge nel testo della nota sentenza: il processo di valorizzazione del diritto all’identità personale è culminato nella recente affermazione del diritto del figlio di conoscere le proprie origini ed accedere alla propria storia parentale, quale elemento significativo nel sistema costituzionale di tutela della persona (sent. N. 278 del 2013). In questa cornice la giurisprudenza della Corte europea CEDU che riconduce il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. In particolare nella sentenza Cusan Fazzo c. Italia del 2014- la Corte di Strasburgo ha affermato che l’impossibilità dei genitori di attribuire alla nascita il cognome materno integra violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione) in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), da ciò deriva una lacuna nel sistema italiano che dovrebbe essere superata solo attraverso l’adozione di riforme legislative. La Corte ribadisce come il rispetto di detto diritto non sarebbe compensato dal successivo riconoscimento in via amministrativa della possibilità di modificare il cognome dei figli materni con l’aggiunta del cognome materno, in quanto la realizzazione del diritto deve avvenire in prima battuta unitamente al riconoscimento di entrambe le figure genitoriali nel processo di identità personale del soggetto, che impone di essere identificato sin dalla nascita attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori. La violazione del principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi mortifica la garanzia dell’unità familiare. La dichiarazione di illegittimità si estende alle norme degli artt. 262 e 299 c.c. nella parte in cui non consentono l’attribuzione del cognome materno in caso di riconoscimento di figlio naturale e di adozione compiuta da entrambi i coniugi.

A questo punto siamo arrivati dopo le raccomandazioni del Consiglio di Europa, e l’intervento della Corte CEDU che ha condannato l’Italia per la violazione del principio di eguaglianza tra coniugi.

Sul punto è opportuno rievocare qualche riflessione psicologica: l’importanza del nome come elemento costitutivo dell’identità dell’individuo, e non solo, mentre per la madre il riconoscimento avviene in chiave naturale, in quanto il figlio nasce dal proprio ventre, secondo un rapporto che nessuno mai potrà disconoscere (mater semper certa) per il padre l’attribuzione del cognome proprio equivale a farlo nascere simbolicamente, a presentarlo alla società dandogli un’identificazione sociale.

Attribuzione del cognome: espressione del diritto del minore all’identità personale.

Con ordinanza n. 17139 del 2017 la Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un padre che aveva riconosciuto il figlio minore di età- nato fuori dal matrimonio- in un momento successivo alla nascita e dunque rispetto al riconoscimento della madre e chiedeva l’attribuzione del cognome paterno allo stesso.

La S.C. ha ripreso i criteri di individuazione del cognome del minore riconosciuto in tempi diversi dai genitori, che hanno la funzione di tutelare il diritto del minore alla identità personale, intesa come proiezione della sua personalità sociale nell’ambiente in cui è cresciuto e si è affermato come individuo.

La scelta del giudice, dunque, è discrezionale e non sono ammessi automatismi; il giudizio non può essere condizionato né dal favor per il patronimico né per un prevalente rilievo della prima attribuzione[12].

La ratio sottesa alla norma in esame (art. 262 c.c.) è quella di garantire l’interesse del figlio a preservare il cognome originario, qualora sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale, e la scelta del giudice deve essere funzionale alla tutela degli interessi del minore. Infatti il diritto al nome costituisce un diritto fondamentale della persona tutelato dalla Costituzione (art. 22 Cost.) in quanto strumento identificativo di ogni individuo che prevale anche sul diritto di eguaglianza morale e giuridica dei genitori (artt. 3, 29, 2 Cost.).

Su tali presupposti specifici la Corte ha rigettato il ricorso e confermato l’impugnato decreto, negando l’attribuzione del patronimico e confermando la necessità di tutelare gli interessi del minore, con particolare riguardo alla sua identità personale, soprattutto all’esito dell’ascolto del minore, che aveva compiuto dodici anni, da cui risultava che lo stesso non volesse sostituire né aggiungere il cognome paterno a quello della madre, attraverso il quale si era contraddistinto nella società fino a quel momento ed aveva assunto un’identità propria, tanto che una decisione in senso contrario avrebbe arrecato turbamenti al minore, con il rischio di creare ulteriore distacco ed astio verso il padre.

Invero, il tema del cognome è già da tempo oggetto di numerose questioni sottoposte all’attenzione della giurisprudenza ed in particolare della Corte: si pensi a titolo esemplificativo alla disciplina del cognome nell’unione civile[13].

Sul punto si segnala che con D.lgs. n. 5 del 2017 il governo ha dato attuazione alla delega contenuta nella legge sull’unione civile da qui innescando una serie di problematiche interpretative in ordine al mantenimento o meno del cognome di origine della parte dell’unione.

Va detto che di recente il Tribunale di Roma è intervenuto sul riconoscimento in Italia del rapporto di filiazione sorto all’estero in ambito omogenitoriale.

Infatti, con decreto del 11.5.2018 il Tribunale di Roma ha ordinato all’Ufficiale di Stato civile del Comune di Roma di rettificare gli atti di nascita di due minori (gemelli) nati negli Stati uniti a seguito di GPA (gestazione per altri) indicando quali genitori entrambi i padri, cittadini italiani uniti in matrimonio negli USA nel 2014 e successivamente uniti civilmente in Italia nel 2016 mediante trascrizione del matrimonio[14].

Già in passato la Cassazione, con la pronuncia n. 13298 del 2004, ha ricordato come: l’automatismo censurato non integra gli estremi di una consuetudine, ma si evince da diverse eterogenee previsioni vigenti nell’ordinamento, dalle quali si desume l’immanenza di una norma che non ha trovato corpo in una disposizione espressa, ma che è pur presente nel sistema.

Secondo gli interpreti una norma esiste ed è desumibile dalla lettura delle disposizioni che implicitamente la presuppongono, la cui legittimazione deriva proprio dall’essere presupposta dalle norme contenute nel codice civile e nella legge dello stato civile.

L’art. 237 c.c. ad esempio ha ad oggetto i fatti costituivi del possesso di stato, ovvero il godimento effettivo della posizione di figlio, che consistono nel trattamento da parte del genitore come figlio, provvedendo al suo mantenimento, educazione e collocamento nella famiglia; sul punto è da notare come non vi è più riferimento né alla figura paterna né a quella materna, diversamente da come avveniva prima del 2013 quando si accennava al padre come figura di riferimento.

Ed ancora, l’art. 262 c.c. recita “il figlio assume il cognome del genitore che lo ha riconosciuto per primo”, dunque secondo un criterio temporale e non di favor del cognome paterno.

E’ evidente che dalla lettura di tali norme l’attribuzione del cognome paterno al figlio non si basa su norme scritte; dunque, la ratio della permanenza della previsione nel sistema secondo la Corte va ricercata nella sua forza interpretativa, tale da assumere la portata di una previsione precettiva.

Secondo la Corte l’attribuzione automatica del cognome paterno è frutto di un retaggio storico, e la mancanza di scelta, per i coniugi, del cognome al proprio figlio costituisce una violazione delle norme costituzionali, poiché violando la piena parità tra i coniugi, che ormai fa parte della nostra cultura giuridica, non rispetta le previsioni di rango costituzionale e sovranazionale.

La Corte[15] individua, in primo luogo, nel principio di automatica attribuzione del cognome paterno, una lesione del diritto all’identità personale e dunque una violazione dell’art. 2 Cost.

L’identità della persona è una qualità intrinseca del soggetto, che nasce dall’esigenza di affermare la sua individualità nella vita di relazione, costituendo un diritto personalissimo e quindi inviolabile.

L’attribuzione del cognome come forma di specificazione dell’identificazione del soggetto muove da una concezione storica fondata sul favor per il cognome paterno, in quanto la famiglia ruotava attorno alla figura del pater familias, ad una concezione diversa secondo cui l’individuo va tutelato nelle formazioni sociali in cui esplica la propria personalità, tra queste in primo luogo la famiglia, intesa come formazione primaria.

Va detto inoltre che il minore da oggetto di norme di diritto è divenuto titolare dello status filiationis ovvero tutelato in quanto persona; conseguentemente il diritto al nome è segno dell’identità personale ovvero segno distintivo dello status di figlio.

Il secondo profilo di legittimità, richiamato dalla Corte, risiede nell’art. 3 e 29 Cost., in quanto la mancanza di scelta per i genitori viola il principio di uguaglianza e penalizza l’unità familiare.

Ciò costituisce una discriminazione tra i genitori che viola il principio di parità tra essi ed integra una lesione del diritto del figlio alla bigenitorialità, ovvero pari responsabilità dei genitori nei confronti del figlio.

Il progressivo fenomeno di “privatizzazione” della famiglia, segnato dal passaggio da una concezione istituzionale della famiglia ad una concezione “costituzionale”, intesa come emersione degli interessi dei singoli rispetto a quelli del gruppo richiede un giusto contemperamento degli interessi in gioco, tra quelli individuali dei singoli e quelli comuni del gruppo- famiglia esaminata nella sua dimensione associativa.

E’ evidente che lo scenario si complica a seguito del divenire di diversi modelli familiari: convivenze stabili, figli nati fuori dal matrimonio, ed ancora le unioni stabili tra coppie omosessuali; conseguentemente si assiste al travolgimento della teoria tradizionale degli status.

Da qui la nuova condizione dell’uomo in termini di identità, dunque, la garanzia dell’identità personale rappresenta un’esigenza della tutela della persona  e della personalità.

Il collegamento tra gli artt. 29 e 2 Cost. comporta che nel confronto tra pari dignità e unità familiare, quest’ultima non può travolgere l’identità di ciascun coniuge, sia nella componente ampia e sia in quella ristretta dell’identificazione[16].

Del resto, riguardo ai figli, intesi come componenti del gruppo familiare, si avverte l’esigenza di un cognome che conservi al figlio quelli di entrambi i genitori e che sia eguale per i figli comuni, secondo le scelte comuni dei genitori stessi, che meritano di essere sacrificate solo in vista dell’attuazione del superiore interesse del minore, che dotato di discernimento, esprima la volontà alla conservazione di una identità precedente in cui l’identificazione, legata al cognome, sia elemento essenziale.

[1] Ha radici antiche nel tempo la consapevolezza dell’importanza del nome nella vita di un individuo; partendo da considerazioni arcaiche, intrise di superstizione, che ritengono che rappresenti una predestinazione legata al suo possessore da cui il noto brocardo: nomen  est omen che indica appunto come il nome sia un augurio per chi lo porta. Ve ne sono tracce anche nelle sacre scritture- Luca 1,13- ove si legge che l’angelo indica a Zaccaria non temere avrai un figlio e lo chiamerai Giovanni che letteralmente indica Jahvè è favorevole.

[2] STANZIONE: Capacità e minore età nella problematica della persona umana- Napoli 1975.

[3] PACINI: Una consuetudine secolare da rivedere, Giur. Di merito, 1985.

[4] La Corte precedentemente con la sentenza n. 13 del 3.2.1994 aveva dichiarato illegittimo l’art. 165 RD 9.7.1939 per violazione dell’art. 2 Cost. nella parte in cui non prevede che, in caso di rettifica degli atti dello stato civile che comporti un mutamento del cognome, il soggetto possa ottenere il riconoscimento ad diritto a mantenere il cognome originariamente assunto ove sia da ritenersi acquisito come autonomo segno distintivo della sua identità personale.

[5] Cassazione civile ord. N. 13298 del 17 luglio 2004: “non esiste nel nostro ordinamento una disposizione diretta ad attribuire ai figli legittimi il cognome paterno”.

[6][6] Nella pronuncia del 2006 n. 61 la Consulta, pur dichiarando inammissibile la quesitone di legittimità sollevata degli artt. 33 e 34 DPR 396/2000 che prevedono l’attribuzione automatica del cognome paterno al figlio, anche in presenza di diversa volontà dei coniugi, segnala l’evidenza che l’attuale sistema di attribuzione del cognome paterno sia frutto di una concezione patriarcale della famiglia, di romanistica memoria e frutto di un’ormai tramontata potestà maritale non più coerente con i principi dell’ordinamento ed i valori espressi nella costituzione di eguaglianza e parità tra uomo e donna.

[7] MESSINETTI: Diritti della famiglia e identità personale della persona, Riv. Dir. civ. 2005, 2, pag. 138.

[8] Da qui la regola di conservare il cognome proprio anche dopo il matrimonio, ovvero l’interesse del figlio di aggiungere al cognome proprio anche quello della madre, Finocchiaro in Giust. Civ. 1985.

[9] Cassazione 2006 n. 12641: al giudice non è consentito autorizzare l’uso del patronimico non solo quando possa derivare danno al minore, ma anche quando il cognome materno sia radicato nel contesto sociale in cui il minore vive, ed il precludergli di mantenerlo rappresenterebbe un’ingiustificata privazione di un elemento della personalità.

[10]Nel sistema tedesco vige la regola di scelta congiunta del cognome familiare, in quello spagnolo vi è la regola del doppio cognome, mentre nel sistema francese una legge del 1985 ha introdotto la facoltà e non l’obbligo di aggiungere ,al patronimico anche il cognome materno, senza alterare i meccanismi di attribuzione del nome legale. Il legislatore francese nel 2002 e successivamente nel 2003 consente ai genitori l’uso del cognome paterno e materno ed in caso di disaccordo il figlio assume il cognome del genitore nei cui riguardi la filiazione sia stata stabilita per prima ed il cognome di entrambi se sia stata stabilita simultaneamente.

[11]Tribunale di Roma 2004: coppia di coniugi di cui uno cittadino spagnolo e donna italiana, fanno opposizione avverso la correzione effettuata dall’ufficiale di stato civile di Roma sull’iscrizione dei due cognomi della figlia; il tribunale accoglie l’opposizione sul presupposto del riconoscimento dei principi dettati dalla sentenza Avello e cioè dell’illegittimità di norme che precludono il cambiamento del cognome; del pari, si veda Tribunale di Roma 2005  che riconosce l’utilizzo del doppio cognome in conseguenza della doppia cittadinanza del minore, il tutto come riconoscimento ed applicazione dell’art. 17 del trattato CE il cui fondamento è il riconoscimento dello status di cittadino europeo.

[12] Cassazione civile, ex multis n. 12640/2015 e 2644/2011.

[13] Secondo il modello tedesco la decisione del cognome è rimessa alla piena autonomia delle parti, infatti secondo la normativa l. n. 76 del 2016 l’art. 1 recita: le parti possono stabilire di assumere, per la durata dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, un cognome comune scegliendo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendo dichiarazione all’ufficiale di Stato civile. La legge prevede che le parti facciano una duplice dichiarazione: la prima, comune, di scelta del cognome dell’unione civile che diviene cognome di entrambe le parti, e la seconda, individuale, con cui la parte che porta il cognome che non è stato scelto, dichiara, se vuole continuare a mantenere il proprio cognome accanto a quello della coppia.

[14] I minori che hanno doppia cittadinanza, all’arrivo in Italia sono stati registrati all’anagrafe di Roma con indicazione di un solo padre, pur con i cognomi di entrambi come risultava nei certificati americani. Essendo intervenuta medio tempore la legge sulle unioni civili la coppia ha chiesto la rettifica dell’atto di nascita onde veder parificata la situazione italiana a quella statunitense (con due padri). Il Tribunale di Roma ha ordinato la rettifica dell’atto di nascita facendo inserire il nominativo dell’altro genitore.

[15] Nella sentenza in commento la Corte precisa: il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale ai sensi dell’art. 2 Cost.

[16] E’ sufficiente considerare la regola che consente di conservare il proprio cognome anche dopo al matrimonio.

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