Ancora autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione. Ma non era iniziata l’era della sinteticità degli atti?

Di Silvia Rusciano -

Cass., 9 maggio 2017, n. 11232

Con l’ordinanza n. 11232, depositata il 9 maggio 2017, la Suprema Corte di Cassazione dichiara, tra l’altro, l’inammissibilità del motivo del ricorso, richiamando il principio di autosufficienza della censura nella sua versione più rigida: “in relazione alle domande risarcitorie aventi ad oggetto dichiarazioni allegate come diffamatorie a mezzo stampa, la parte che muove critiche alla valutazione compiuta dal giudice di merito circa la natura diffamatoria dello scritto … è tenuta, in ossequio al principio di autosufficienza, ad individuare – se del caso riproducendolo direttamente, ove necessario in relazione all’oggetto della critica di cui al motivo, ed eventualmente indirettamente, ove l’apprezzamento della critica lo consenta – il contenuto dell’articolo nella parte in cui la critica si riferisce, specificando anche dove la Corte possa esaminarlo per verificare la conformità del contenuto riprodotto rispetto a quello effettivo”.

La vicenda ha tratto origine dalla impugnazione in cassazione di una sentenza della Corte d’Appello di Roma, che aveva confermato la pronuncia del Tribunale di condanna del direttore di un quotidiano e della giornalista al risarcimento dei danni derivanti dalla pubblicazione di un articolo ritenuto lesivo della reputazione personale e professionale di alcuni giudici. In particolare, nell’articolo si prospettava una mancata confisca, e conseguente restituzione, di un immobile oggetto di sequestro, a causa di una “distrazione” dei giudicanti.

Il collegio della terza sezione della Corte di legittimità, chiamato a valutare l’ammissibilità e fondatezza di una prospettata violazione degli artt. 21 Cost., 51, 59 e 595 c.p., perché trattandosi di intervista al difensore della parte richiedente la restituzione dell’immobile, dell’eventuale lesività doveva rispondere il dichiarante (non il giornalista), richiama il principio di autosufficienza, sulla scia di una giurisprudenza che – ormai – pareva superata.

Da un lato, infatti, l’art. 366 c.p.c. pare non imporre al ricorrente l’onere di trascrizione integrale dell’atto o documento al quale si riferisce la censura ma, al più, quello diverso di localizzazione); dall’atro, come chiarito con il Protocollo d’intesa tra la Corte di Cassazione e il Consiglio Nazionale Forense in merito alle regole redazionali dei motivi di ricorso in materia civile e tributaria (17.12.2015) “il rispetto del principio di autosufficienza non comporta un onere di trascrizione integrale nel ricorso e nel controricorso di atti o documenti ai quali negli stessi venga fatto riferimento”.

Oggi più di ieri, il principio di autosufficienza della censura (che, inevitabilmente, comporta un atto obeso) pare essere stato definitivamente superato da altro e più attuale criterio che deve informare la tecnica di redazione degli atti giudiziari: il principio di sinteticità, che ha già trovato espresso riconoscimento normativo nell’ambito del processo amministrativo (decreto del Presidente del Consiglio di Stato del 22.12.2016 – ai sensi dell’art 13-ter disp. att. c.p.a., così come novellato dal d.l. n. 168/2016, convertito in legge n. 197/2016) e – seppure in termini di semplice esortazione – in quello telematico (ex art. 16 bis, co. 9 octies, d.l. 179/2012), si accinge in tempi brevi a rappresentare il canone di riferimento per gli atti del processo civile.

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