Ancora sull’utilizzabilità in giudizio dei documenti ottenuti o prodotti in violazione della privacy.

1. Introduzione. 2. Gli spunti offerti dal Regolamento UE 2016/679 e dal nuovo Codice della privacy (d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196, così come modificato dal d. lgs. n. 10 agosto 2018, n.101). 3. L’esame delle «pertinenti disposizioni processuali nella materia civile» (art. 160-bis nuovo Codice privacy). 4. Gli orientamenti giurisprudenziali in tema di utilizzabilità di prove illecite per violazione della privacy. 5. Breve resoconto delle differenti posizioni dottrinali sull’argomento, in particolare della tesi del divieto di utilizzo delle prove illecite per violazione della Costituzione. 6. Il bilanciamento “mobile” tra diritto alla prova e diritto alla riservatezza. 7. Il criterio-guida della “necessità”, da requisito per l’ordine di esibizione istruttoria ex art. 210 c.p.c. ad attuale limite per l’utilizzabilità della prova illecita per violazione della privacy.

Di Paola Chiara Ruggieri -

1.Proseguendo una riflessione avviata dieci anni orsono[1], ci si occuperà qui nuovamente della questione dell’(in)utilizzabilità dei documenti ottenuti o prodotti violando la privacy[2] della parte contro la quale la prova è fatta valere, alla luce delle recenti modifiche normative e dell’osservazione delle odierne tendenze giurisprudenziali[3].

Nel processo civile l’utilizzabilità delle prove illecitamente acquisite rappresenta un tema tradizionalmente dibattuto, stante il difetto di una disciplina positiva[4]. Invero, mentre l’articolo 191, comma 1, c.p.p., fissa il principio dell’inutilizzabilità delle prove assunte «in violazione dei divieti stabiliti dalla legge», per il processo civile non è dettata alcuna analoga regola né nel codice di rito, né altrove.

Quanto alle prove precostituite, si può distinguere l’ipotesi in cui le stesse siano ottenute mediante furto o attraverso una illegittima formazione del documento[5] da quella relativa ai documenti, il cui reperimento non è frutto di una condotta illecita, ma la cui produzione in giudizio avvenga in violazione del diritto alla privacy altrui[6].

Ciò non esclude che una prova precostituita possa essere “doppiamente” illecita, nel senso che non soltanto è procurata grazie ad un furto, ad un’intercettazione non autorizzata, ma inoltre determina, con la sua produzione in giudizio, una lesione alla privacy, in virtù del particolare contenuto riservato del documento[7].

2.L’art. 2-decies del d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (c.d. Codice privacy), così come modificato dal d. lgs. 10 agosto 2018, n. 101, di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679, in vigore dal 19 settembre 2018, dispone che “I dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati, salvo quanto previsto dall’articolo 160-bis”.

A sua volta, l’art. 160-bis (anch’esso introdotto nella disciplina nazionale in materia di protezione dei dati personali dal d. lgs. n. 101/2018, cit.) prescrive che “La validità, l’efficacia e l’utilizzabilità nel procedimento giudiziario di atti, documenti e provvedimenti basati sul trattamento di dati personali non conforme a disposizioni di legge o di Regolamento restano disciplinate dalle pertinenti disposizioni processuali”.

Senonché, nulla di nuovo appare sul fronte normativo interno: il divieto di utilizzabilità dei “dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali” risale (con formulazione pressoché identica a quella del vigente art. 2-decies summenzionato) all’art. 11, comma 2, del “vecchio” Codice privacy[8], così come l’art. 160, comma 6, previgente, riservava alle pertinenti disposizioni processuali nella materia civile e penale la disciplina della validità, dell’efficacia e dell’utilizzabilità “di atti, documenti e provvedimenti nel procedimento giudiziario basati sul trattamento di dati personali non conforme a disposizioni di legge o di regolamento”[9].

In sostanza, non arricchisce il quadro positivo neppure il Regolamento, che al considerando n. 52 si limita a suggerire che una «deroga al divieto di trattare categorie particolari di dati personali dovrebbe essere consentita […] se necessario per accertare, esercitare o difendere un diritto, che sia in sede giudiziale, amministrativa o stragiudiziale».

Il legislatore delegato, senza soluzione di continuità rispetto al Codice privacy previgente, non ha dunque inteso spingersi a tracciare le conseguenze sul piano processuale della non utilizzabilità dei dati a livello sostanziale[10].

Sono state invece mantenute nel Codice riformato, in conformità peraltro con le previsioni del Regolamento[11], le norme norme-guida per chi debba far valere in giudizio un proprio diritto: ai sensi dell’art. 2-sexies, comma 2, lett. q), è rilevante l’interesse pubblico relativo a trattamenti di dati personali di cui all’art. 9, par. 1, del Regolamento (i.e., dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché i dati genetici, i dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, i dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona), effettuati da soggetti che svolgono compiti di interesse pubblico o connessi all’esercizio di pubblici poteri nell’ambito di «attività sanzionatorie e di tutela in sede amministrativa o giudiziaria»; l’art. 2-undecies, comma 1, lett. e), ammette limitazioni ai diritti dell’interessato (di cui agli artt. da 15 a 22 del Regolamento) qualora dal loro esercizio «possa derivare un pregiudizio effettivo e concreto […] allo svolgimento delle investigazioni difensive o all’esercizio di un diritto in sede giudiziaria».

L’art. 92, comma 2, lett. a), consente alle strutture, pubbliche e private, che erogano prestazioni sanitarie e socio-sanitarie di accogliere eventuali «richieste di presa visione o di rilascio di copia della cartella e dell’acclusa scheda di dimissione ospedaliera da parte di soggetti diversi dall’interessato», solo se la richiesta è giustificata dalla documentata necessità di «esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 2, lettera f), del Regolamento, di rango pari a quello dell’interessato, ovvero consistente in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale»[12].

La normativa disegna (ma sarebbe meglio dire, conserva) dei modelli di bilanciamento tra i divergenti interessi sottesi alle posizioni di chi pretende il rispetto della propria privacy e di chi, per agire o difendersi in giudizio, ha bisogno di trattare i dati personali (o sensibili, o supersensibili) di altre parti o di terzi[13].

L’esposto regime derogatorio (oggi come prima) pertiene però al solo trattamento dei dati, nell’accezione vincolata di cui all’articolo 4, par. 1, n. 2)[14], e non gli può essere riconosciuta una valenza processuale di cui resta privo.

L’operatività della disciplina che emerge dal quadro normativo ora delineato si colloca dunque in un momento anteriore all’esercizio del diritto di difesa in giudizio, cioè quando il dato, utile per agire o difendersi, è ottenuto e trattato conformemente a legge.

Né queste conclusioni possono dirsi superate dall’art. 2-decies Codice privacy, non solo perché esso, nel vietare l’utilizzo dei dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali, fa (oggi) espressamente salvo quanto previsto dall’art. 160-bis (a differenza dell’art. 11, comma 2, abrogato, che non rinviava all’art. 160 previgente), ma anche e soprattutto perché l’art. 160-bis nel riservare alle «pertinenti disposizioni processuali» la disciplina della validità, dell’efficacia e dell’utilizzabilità nel procedimento giudiziario di atti, documenti e provvedimenti basati sul trattamento di dati personali non conforme a disposizioni di legge o di Regolamento, si pone quale norma speciale e prevalente rispetto a quella contenuta nell’art. 2-decies[15].

3.Non è rinvenibile dunque nel nostro ordinamento, neppure in seguito alla riforma del Codice apportata dal d. lgs. n. 101/2018, un divieto di utilizzo di prove formate o assunte in spregio del diritto alla privacy[16]. Il cono di luce per la composizione del problema dell’utilizzabilità in giudizio delle prove illecite per violazione della privacy investe ancora le «pertinenti disposizioni processuali».

Senonché, come si è ricordato supra (§ 1.), il processo civile è sfornito di qualsiasi indicazione positiva in merito all’ammissibilità di documenti ottenuti o formati in violazione di norme di diritto sostanziale, come quelle a protezione della privacy[17].

A rigore, non ha senso neppure discorrere di “prova illecita”, se non si individua il meccanismo in virtù del quale la violazione sul piano sostanziale della normativa a tutela della privacy che ha consentito o favorito la formazione del documento assuma rilevanza anche nel processo[18].

4.Partendo dall’esame della (rara) giurisprudenza più risalente nel tempo in tema di prove precostituite illecite per lesione della privacy[19], si individua una generale tendenza per la soluzione della inammissibilità, o comunque inutilizzabilità, delle prove illecite[20].

Risalendo all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, quando il diritto alla protezione dei dati personali era un concetto riservato a pochi illuminati visionari[21] e nella nozione di riservatezza erano fatti confluire i più disparati diritti della personalità[22], l’intercettazione di comunicazioni telefoniche intercorse tra altre persone, compiuta dalla parte a loro insaputa, era ritenuta inutilizzabile in giudizio, poiché la libertà e la segretezza della corrispondenza e di altre forme di comunicazione, consacrate nell’art. 15 Cost., dovevano considerarsi tutelate «nell’ambito di un diritto più vasto: il “diritto alla riservatezza” […] con il quale si tutela la sfera più intima della persona da ogni estranea, illegittima ingerenza e che si pone, per il suo contenuto, tra i fondamentali diritti della personalità»[23]. Sulla scorta di questa premessa, si concludeva che il giudice che avesse ammesso il mezzo di prova ottenuto violando la Costituzione, avrebbe convalidato un atto illecito[24].

In altre parole, secondo questo tipo di ragionamento, l’ordinanza ammissiva della prova contra jus sostanzierebbe una inammissibile convalida di atto illecito, in applicazione del principio male captum, bene retentum, in base al quale un atto conforme a legge si sostituisce a quello vietato[25].

Ebbene, nel caso di produzione di un documento (normalmente) manca un provvedimento processuale di ammissione ed assunzione[26], che possa far ritenere la prova precostituita “impermeabilizzata” dalle attività materiali precedenti la sua produzione[27].

Ma, a monte, il criterio male captum, bene retentum è del tutto inoperante nel processo civile[28] perché, anche ove sia emanato un espresso provvedimento di ammissione del documento male captum, o sia comunque configurabile un provvedimento implicito, esso non potrebbe comunque troncare il nesso tra la condotta illecita della parte e la disposizione della prova nel processo[29], operando queste su piani differenti, non direttamente interagenti.

Ciò che il giudice può e deve fare è valutare l’ammissibilità e la rilevanza del mezzo di prova (ex art. 183, comma 7, c.p.c.): se il documento è ammissibile (ad esempio, e in mancanza di un divieto espresso, in quanto prodotto tempestivamente e regolarmente), e rilevante, l’eventuale provvedimento positivo del giudice, da un lato, non sana alcuna illiceità extra-processuale, inidoneo com’è a proiettare i propri effetti al di là della dimensione spazio-temporale del processo; dall’altro lato, non è inficiato da alcuna illiceità (rectius, illegittimità), né originaria né derivata[30], essendosi limitato ad accertare i due requisiti (ammissibilità e rilevanza) richiesti dalla legge per l’assunzione della prova in giudizio.

Se il documento è male captum, tale resta nonostante il giudice lo dichiari ammissibile e rilevante[31].

Si rinvengono poi, nel medesimo periodo, pronunce che − con minore astrazione rispetto al dato positivo[32] − hanno ritenuto le registrazioni di conversazioni telefoniche, effettuate senza il consenso degli interlocutori, in contrasto (non già con l’art. 15, bensì) con l’art. 13 Cost., che assoggetta ad un provvedimento autorizzativo giudiziale qualsiasi restrizione della libertà personale.

Mancando l’autorizzazione, si sarebbe dovuta escludere l’utilizzabilità in giudizio dei mezzi di prova così acquisiti[33].

Ciò perché il fatto che nel processo civile non sia esplicitamente previsto un provvedimento di tal genere, non comporterebbe che le intercettazioni telefoniche possano eseguirsi liberamente, né che il giudice possa convalidarle con atto successivo ammissivo della prova, dato che «il vizio sostanziale tocca in radice la legittimità stessa del comportamento del privato, ed il momento antecedente al processo, in cui il mezzo di prova viene acquisito nella disponibilità della parte»[34].

Muovendosi lungo questa direzione, risulterebbe de jure condendo utile l’introduzione nel processo civile del principio − già operante nel processo penale[35] − secondo cui inutilizzabili sono i risultati delle intercettazioni compiute da terzi estranei al colloquio, mentre il riconoscimento di efficacia delle registrazioni realizzate e prodotte da chi ha partecipato alla conversazione resta assoggettato all’apprezzamento giudiziale.

Il difficile compito (che sarebbe così affidato al giudice civile del merito) di determinare quando la conversazione captata da uno degli interlocutori sia utilizzabile si sostanzia in un equo e ragionevole bilanciamento tra il diritto alla privacy di colui che non ha prestato il consenso alla registrazione e il diritto che i fatti così illecitamente provati tendono a costituire, modificare o estinguere: diritto quest’ultimo che potrebbe non rivestire un’importanza pari o superiore a quella del diritto alla privacy[36].

Il rischio insito nell’affidare alla (sola) sensibilità del decidente la comparazione tra diritto alla prova e diritto alla privacy si concretizza ove sia ritenuta insussistente la lesione di quest’ultimo dalla produzione in giudizio di fotografie di una terza persona, volta al fine di provare circostanze rilevanti per la decisione del giudizio di separazione personale[37].

L’esclusione del vulnus alla privacy è stata giustificata in considerazione del limitato numero di persone (parti, difensori, giudice, p.m., cancellieri) ammesse alla visione delle fotografie in questione, delle quali comunque sarebbe stato fatto un uso non divulgativo, ma strettamente processuale.

Ebbene, la violazione della privacy non si può escludere, in via astratta e generale, in virtù di una sorta di immunità probatoria concessa alla parte in ragione della pendenza di una lite e della stretta strumentalità processuale del fatto lesivo. Si tratta di riconoscere, quando si verifica, la violazione del diritto alla privacy, e di compararla con l’eventuale lesione del diritto di azione o di difesa, correlato alla concreta situazione giuridica dedotta in giudizio.

Si può discutere sull’(in)utilizzabilità del mezzo di prova, nel caso specifico, ma la legittimazione postuma della condotta illecita non si giustifica con la rilevanza della prova frutto di quella condotta.

Una simile sovrapposizione dei piani (l’automatica irrilevanza in fase probatoria di una condotta indubbiamente illecita sul piano sostanziale) si rinviene anche nell’ambito di quell’orientamento che ammette l’utilizzazione in sede giudiziaria di un diario personale (tra l’altro, illecitamente sottratto alla proprietaria), ponendosi la divulgazione del suo contenuto e il pregiudizio alla privacy dell’autrice come «una inevitabile conseguenza delle necessità istruttorie», e dovendo soccombere i diritti della personalità «all’esigenza di accertare la verità su determinati fatti e circostanze»[38].

Questa ipotesi è affine a quella della produzione in giudizio di corrispondenza epistolare o di epistolari altrui, per la quale è disponibile una disciplina positiva: l’art. 93, comma 1, l. 22 aprile 1941, n. 633, stabilisce che «Le corrispondenze epistolari, gli epistolari, le memorie familiari e personali e gli altri scritti della medesima natura, allorché abbiano carattere confidenziale o si riferiscano alla intimità della vita privata, non possono essere pubblicati, riprodotti od in qualunque modo portati alla conoscenza del pubblico senza il consenso dell’autore, e trattandosi di corrispondenze epistolari e di epistolari, anche del destinatario»; il successivo art. 94 deroga alla necessità del suddetto consenso «quando la conoscenza dello scritto è richiesta ai fini di un giudizio civile o penale o per esigenza di difesa dell’onore o della reputazione personale o familiare».

In un’occasione la giurisprudenza (ancora negli anni Settanta del Novecento) ha interpretato estensivamente la portata di questa eccezione, parificando la posizione dei terzi che abbiano legittimamente conseguito la disponibilità della lettera a quella di coloro ai quali, a diverso titolo, è riconosciuto il potere di disporre della divulgazione della corrispondenza[39]. Viceversa, l’acquisizione del possesso di tali documenti con mezzi illeciti «urterebbe contro il divieto delle c.d. prove illecite», e «trasgredirebbe il principio generale del nostro ordinamento per il quale nemo ex delicto condicionem suam meliorem facere potest»[40].

Tornando alla produzione in giudizio di documenti la cui formazione e/o produzione violi la privacy delle parti o dei terzi, (in tempi meno risalenti) è stata ritenuta utilizzabile in un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la documentazione clinica attestante lo stato di salute sessuale di una delle parti, sottrattale illecitamente dalla controparte: ancora una volta la decisione si fonda sull’apodittico argomento secondo cui, diversamente opinando, si sarebbe vanificato il diritto di provare i fatti dedotti in giudizio[41].

Il processo del lavoro, poi, ha costituito terreno fertile per lo studio di peculiari sfumature dell’illiceità della prova, in specie a causa della violazione del segreto aziendale e dell’obbligo di fedeltà (figure vicine, per alcuni versi sovrapponibili, alla privacy[42]), cui è astretto il lavoratore.

Ebbene, la Corte di cassazione in diverse occasioni ha dichiarato l’inutilizzabilità di documenti riservati di proprietà del datore di lavoro che il lavoratore abbia fotocopiato a sua insaputa e prodotto in giudizio; la compatibilità tra il diritto di difesa e il dovere di segretezza è un obiettivo raggiungibile grazie all’intermediazione giudiziale: la divulgazione del contenuto dei documenti riservati può essere disposta dal giudice, tramite un ordine di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c., ed eventualmente accompagnata da cautele come l’omissione dei nomi di terzi ivi indicati[43]. Il datore di lavoro potrà pure sottrarsi al comando giudiziale di esibizione, ma tale comportamento inciderà sulla decisione finale[44], e comunque il conflitto tra la posizione del datore, titolare del diritto alla riservatezza aziendale, e quella del lavoratore, titolare del diritto alla prova, non può essere risolto in via unilaterale da quest’ultimo, che in osservanza del dovere di lealtà non deve far uso di mezzi illeciti o abusare di mezzi leciti[45].

Allo stesso modo la Corte di cassazione ha ritenuto inammissibile la produzione di un fotogramma ottenuto dal datore di lavoro valendosi di una telecamera a circuito chiuso illecitamente installata (ai sensi del comb. disp. ex artt. 4 e 38 St. lav.) per controllare a distanza i dipendenti[46].

L’andamento della giurisprudenza lavoristica in tema di utilizzabilità delle prove illecite per violazione dell’art. 4 St. lav. ha presentato in passato significative anomalie[47], ma non minori oscillazioni si registrano circa la liceità delle condotte perpetrate (non dal datore, bensì) dal lavoratore, anch’esse potenzialmente lesive della privacy e dirette alla precostituzione di una prova per la tutela giurisdizionale di diritti.

Oscillazioni che sono espressione, il più delle volte, dell’applicazione del c.d. “criterio di gerarchia mobile”, per il quale il giudice deve procedere di volta in volta, in considerazione dello specifico thema decidendum, «all’individuazione dell’interesse da privilegiare a seguito di un’equilibrata comparazione tra diritti in gioco, volta ad evitare che la piena tutela di un interesse finisca per tradursi in una limitazione di quello contrapposto, capace di vanificarne o ridurne il valore contenutistico»[48].

5.In passato, la dottrina si è divisa tra chi disconosceva a tali prove qualsivoglia efficacia[49], e chi tendeva a ritenerle utilizzabili ed efficaci, sempre che fossero regolarmente acquisite agli atti del processo[50].

A fondamento della prima tesi si invocavano diversi argomenti: da quello per il quale l’inefficacia dell’atto costituirebbe la regola generale in ordine al valore da riconoscere ai documenti illecitamente acquisiti, annullando così gli effetti dell’iniuria[51]; a quello per cui la produzione di un documento sottratto o detenuto contra ius si inquadrerebbe nel caso dell’inammissibilità dell’atto processuale di produzione[52], sì che il provvedimento – anche implicito – con cui il giudice dichiari ammissibile la produzione del documento raccolto contro il divieto di legge, rientrerebbe nella categoria generale dell’atto giuridico con oggetto non consentito, di cui agli articoli 1346-1349 c.c.[53].

La tesi opposta invece si fondava, talora, sulla differenza tra l’eventualità in cui l’illecito sia posto in essere da un organo della pubblica autorità o da un privato, e limita l’inutilizzabilità della prova così ottenuta alla prima ipotesi[54]; talaltra, sulla considerazione che l’inutilizzabilità della prova discenda soltanto da una legge processuale che ne impedisca la produzione a pena di nullità[55]; talaltra ancora, sull’idea che, collocandosi il mezzo tramite il quale la parte si sia impossessata del documento in un momento pre-processuale, estraneo al giudizio, non si possa far dipendere l’efficacia o meno della prova dalla dimostrazione che questa fosse stata sottratta o acquisita illegittimamente[56].

Di fronte alla oggettiva difficoltà di dedurre l’inammissibilità delle prove illecite «da limiti intrinseci al processo, sia pure non esplicitamente previsti ma ricostruibili in sede interpretativa»[57], parte della dottrina ha tentato di approcciare il tema muovendo dalle norme costituzionali[58], e su queste relativamente nuove basi se ne è fatto derivare talora il divieto assoluto di utilizzabilità delle prove formate «in violazione dei fondamentali diritti di libertà dei cittadini»[59].

Questa conclusione senz’altro varrebbe a porre un freno all’adozione di soluzioni giurisprudenziali inopportunamente disinvolte e permissive, sul fronte della utilizzabilità di prove illecite[60].

Tuttavia, prima di poter evincere con certezza l’operatività di un simile divieto, occorre superare l’obiezione in forza della quale s’incorrerebbe in un salto logico nel postulare la processuale irrilevanza di ogni mezzo di prova acquisito grazie a comportamenti contrastanti con i precetti costituzionali, i quali «rappresentano altrettanti paradigmi della normazione attuata in sede legislativa»[61]. Così ragionando, cioè, la categoria delle prove incostituzionali sarebbe il frutto di un errore di metodo. Anzitutto va stabilito «in base ad un’interpretazione sistematica delle norme processuali»[62] se la prova illecita sia ammissibile, e solo a quel punto sarebbe possibile testare la compatibilità di tale disciplina con la Costituzione[63].

Obiezione sulla quale sembra riposare anche il convincimento per il quale «nel nostro ordinamento, il divario tecnico fra virtualità delle nullità sostanziali e tassatività di quelle processuali»[64] impedisce di colmare lo scarto esistente tra l’illecito conseguimento della prova e il legittimo (o regolare) atto di acquisizione della stessa; neppure la categoria della contrarietà alla Costituzione sarebbe in grado di vincere la distanza tra le differenti qualifiche dell’illiceità “sostanziale” e dell’inammissibilità “processuale” della prova[65].

Secondo parte della dottrina, l’impiccio (logico e giuridico) sarebbe però superabile grazie all’articolo 24 Cost., che riassume nei concetti di azione e di difesa un’amplissima varietà di attività processuali, capaci di influire sulla decisione giudiziale, sì che qualsiasi istituto, indifferentemente sostanziale o processuale, che abbia l’attitudine di pregiudicare l’esercizio dei poteri processuali garantiti e quindi di impedire alle parti di influire sugli esiti decisori del giudice, dovrebbe ritenersi incostituzionale[66].

Distinguendo poi tra limiti esterni (che riguardano la tutela di interessi estranei alla funzionalità degli strumenti processuali) e limiti interni all’azione (che si giustificano proprio per consentire il perseguimento dei fini del processo), l’illegittimità dei primi, causata dalla sproporzione tra le finalità da essi perseguite e la forza con cui comprimono i poteri processuali delle parti, sarà il frutto di una valutazione lato sensu politica con cui si graduano, in un determinato periodo storico, le priorità sottese a quei differenti fini.

L’accento si pone sulle insidie che nascono dal compito di distinguere i limiti interni, legittimi, da quelli esterni, illegittimi: la produzione in giudizio, infatti, di una prova acquisita aliunde, ad esempio mediante perquisizioni eseguite in violazione del diritto di libertà domiciliare della parte nei cui confronti la pretesa è fatta valere, contrasta con l’art. 14 Cost., e questo divieto probatorio assoluto ostacola il diritto di azione ex art. 24 Cost. Il divieto però si spiegherebbe in virtù dell’inviolabilità di quella fondamentale libertà individuale, che non è estranea al processo poiché la funzione giurisdizionale deve assolvere alla suprema esigenza del rispetto della persona[67].

Che nella Costituzione si dovesse e potesse riconoscere l’addentellato normativo sul quale innestare l’inammissibilità e l’inefficacia delle prove illecite, è stato peraltro presto affermato dalla medesima Corte costituzionale: tra i suoi primi, significativi interventi diretti a negare efficacia (anche questa volta, con riferimento al processo penale) alle prove assunte illegittimamente, con compressione del diritto alla riservatezza[68], si distingue la sentenza n. 34 del 6 aprile 1973, con cui la Consulta conia il principio che le «attività compiute in dispregio dei fondamentali diritti del cittadino non possono essere assunte di per sé a giustificazione ed a fondamento di atti processuali a carico di chi quelle attività costituzionalmente illegittime abbia subito»[69]. Non solo il Giudice delle leggi fa discendere dall’art. 15 Cost. uno specifico divieto probatorio, ma si spinge poi a suggerire l’inutilizzabilità processuale di tutte le prove acquisite violando disposizioni costituzionali concernenti diritti fondamentali ed inviolabili della persona.

Come è stato posto in rilievo da quella dottrina che si è occupata, sotto diversi profili, dello studio dei limiti probatori esistenti nel nostro ordinamento, con la nascita del concetto di diritto alla prova, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ad opera della giurisprudenza costituzionale, la tendenza è stata quella di restringere il campo dei limiti normativi all’acquisizione e alla valutazione delle prove, per ampliare l’ambito del libero convincimento del giudice[70].

Il problema delle prove illecite, rectius, incostituzionali, per violazione della privacy affonda le radici in un terreno simile, sebbene non uguale, a quello su cui si discusse della compatibilità costituzionale degli articoli 246, 247 e 248 c.p.c.[71]. Come in sede di vaglio di costituzionalità dei limiti soggettivi della prova testimoniale ci si interrogò, infatti, circa il coordinamento tra gli articoli 24 e 3 Cost. e le regole di esclusione dei mezzi di prova[72], anche in questo caso, infatti, è necessario domandarsi come il diritto alla prova si concilî con il giusto processo, di cui all’art. 111 Cost., 1° comma, Cost.[73].

Ebbene, se la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, ex art. 111, 1° comma, Cost., l’ipotesi che la mancanza di una disciplina specifica in punto di utilizzabilità di prove illecite comprometta la “giustezza” del processo è senz’altro da valutare con attenzione[74].

L’esercizio del potere giudiziale di ritenere inutilizzabile un mezzo di prova è suscettibile di incidere sulle regole del processo e sul contenuto della decisione. Il legislatore, dunque, deve prestabilire le condizioni e il contenuto di un simile potere; e ove una pertinente legge regolatrice non esista, allora la realizzazione del giusto processo impone di adottare un’ermeneutica conformatrice, che ricolleghi sistematicamente l’esercizio e il contenuto di questi poteri a presupposti rigidi[75].

Il processo giusto, come è stato efficacemente osservato da autorevole dottrina, non è solo quello formalmente regolare, ma è quello che «si svolge nel rispetto dei parametri fissati dalle norme costituzionali e dei valori condivisi della collettività»[76].

L’inutilizzabilità dei mezzi di prova conseguiti illecitamente, pertanto, potrebbe provenire dalla regola virtuale, o implicita, di rango costituzionale, in virtù della quale sarebbero vietate le prove formate, acquisite o assunte in violazione di diritti individuali costituzionalmente protetti[77]; si è detto però che, se si intende suddetto divieto probatorio in un’accezione relativa, si deve consentire al giudice di temperare la regola di esclusione tramite una valutazione comparativa degli interessi in conflitto, sulla scorta dei principî costituzionali di ragionevolezza, proporzionalità ed adeguatezza[78].

Nel caso, poi, in cui le prove siano illecite per contrasto con norme ordinarie prive di copertura costituzionale, il legislatore dovrebbe inserire nell’ordinamento un «diaframma processuale», con l’esatta ed espressa formulazione del divieto probatorio[79].

Poiché il riconoscimento della copertura costituzionale del diritto alla privacy è coinciso con il riconoscimento stesso del diritto in parola[80], la mancanza di uno specifico «diaframma processuale» del genere testé illustrato non creerebbe, in questo frangente, particolari problemi[81].

Che il diritto alla privacy sia un diritto fondamentale della persona, infatti, è una premessa non revocabile in dubbio; ciò che preme chiarire è se e quanto sia sacrificabile a fronte dei primari bisogni del processo, racchiusi nella formula di cui all’art. 24 Cost.

L’interesse preminente, ancora una volta, non può essere determinato a priori, in base ad un giudizio astratto, ma solo a seguito di un bilanciamento operato in un’ottica relativistica e fattuale.

6.Il diritto costituzionale alla prova non ha, nel nostro ordinamento, un carattere di assolutezza, ma anzi, come si è già avuta occasione di ricordare, sia la Corte costituzionale, sia la dottrina maggioritaria non escludono ma anzi ammettono la necessità di una comparazione tra le esigenze, estranee al processo, che dettano limiti all’utilizzabilità di alcuni mezzi di prova[82].

La relatività del diritto alla prova impone, dunque, di risolvere l’eventuale conflitto con altri diritti riconosciuti dalla Costituzione non in virtù «di composizione aprioristica, ma unicamente di un balance of interests eminentemente discrezionale»[83].

La particolare natura dell’art. 24 Cost., norma che è insieme immediatamente precettiva e di principio, rende necessario che la sua concretizzazione si realizzi tramite «una attività di composizione tra principi potenzialmente confliggenti»[84]; a sua volta, il diritto alla privacy richiede un elevato standard di protezione in forza della sua appartenenza alla categoria dei diritti della personalità.

Con riguardo alla contesa tra diritto alla prova e diritto alla privacy, si può tentare non già di fissare un’aprioristica gerarchia tra l’uno e l’altro, che si tradurrebbe in un’inutile petizione di principio, ma di collocare entrambi, alternativamente, sui gradini di una scala mobile, soggetta nel tempo alle spinte e ai mutamenti derivanti dalle opzioni politiche insite negli interventi legislativi, auspicabilmente in linea con il tracciato costituzionale[85].

Ogniqualvolta nel diritto alla privacy si realizzi la dignità riconosciuta dall’art. 2 Cost. a ciascuno, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, allora il diritto alla prova, che sia in conflitto con questa realizzazione, dovrebbe retrocedere. Proprio la dignità, infatti, descrive «il nucleo dell’inviolabilità capace di orientare l’evoluzione giuridica, attraverso la realtà conflittuale dei diritti»[86]. Il rispetto della persona umana impone dei limiti che sono inviolabili dalla legge, e a fortiori dal giudice, che vi è soggetto (artt. 32, 2° comma, e 101, 2° comma, Cost.).

Ebbene, il diritto alla privacy ha un ambito più ristretto e limitato rispetto al diritto alla integrità fisica e morale: ciò che conduce il giudice a sacrificare il diritto alla prova di una parte per tutelare la privacy dell’altra parte non è la astratta e opinabile prevalenza della seconda rispetto al primo, ma le concrete modalità di acquisizione ed assunzione della prova, che nel caso di specie siano idonee a compromettere la dignità e la sacralità della persona[87]. In ipotesi del genere delineato, la violazione della privacy è senz’altro aspetto secondario: determinante, ai fini della valutazione di inammissibilità della prova, è la attività lesiva della dignità sociale dell’uomo, che è ritenuta un vulnus intollerabile e sufficiente a giustificare la rinuncia alla tutela di altri diritti costituzionalmente garantiti.

Al di fuori di questi casi-limite, per poter acquisire al processo un mezzo di prova idoneo a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale della parte, il diritto fatto valere in giudizio dal producente dovrebbe essere di rango pari a quello dell’interessato, ovvero consistente in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile (arg. ex artt. 2-undecies, comma 1, lett. e), 60, 92, comma 2, lett. a), Codice privacy; considerando n. 52 e art. 6, par. 1, lett. f), Regolamento; ma v. già Garante privacy, “Dati sanitari. Provvedimento generale sui diritti di ‘pari rango’”, 9 luglio 2003, doc. web n. 29832[88]).

È lecito immaginare che i processi in cui un simile conflitto può concretarsi abbiano ad oggetto diritti indisponibili, sì che il criterio di razionalità cui è astretto il giudice, ai sensi dell’art. 3 Cost., nella valutazione dell’ammissibilità del mezzo di prova, è fortemente condizionato (analogamente a quanto accade nel processo penale) dalla esigenza di accertamento della verità materiale dei fatti[89].

Laddove il mezzo di prova consista in corrispondenza epistolare o in epistolari a carattere confidenziale o che si riferiscano alla intimità della vita privata, si è visto dinanzi come l’art. 94, l. 22 aprile 1941, n. 633, deroghi alla necessità del consenso dell’autore e del destinatario per la pubblicazione, la riproduzione o comunque per la divulgazione al pubblico «quando la conoscenza dello scritto è richiesta ai fini di un giudizio civile o penale o per esigenza di difesa dell’onore o della reputazione personale o familiare».

Dalla lettera della disposizione si evince che la difesa dell’onore o della reputazione personale o familiare non debba essere necessariamente oggetto del giudizio civile, per poter esonerare il producente dal consenso dell’autore e del destinatario dello scritto riservato.

Non essendo richiesta dalla legge, in questo specifico ambito, l’equiordinazione di tale ultimo diritto con il diritto alla privacy dell’altra parte, leso dalla produzione documentale, al fine di rendere dispensabile il consenso dell’interessato, il giudice potrebbe ritenere utilizzabile la corrispondenza o l’epistolario, se pure la situazione giuridica soggettiva riconducibile in capo al producente avesse un contenuto prettamente patrimoniale, o fosse comunque di “grado” inferiore rispetto alla privacy dell’autore e del destinatario dello scritto riservato[90]. Un’evenienza del genere imporrebbe però al giudice di assolvere l’obbligo di motivazione del provvedimento ammissivo del mezzo di prova con particolare rigore sotto il profilo della ragionevolezza[91], per sottrarre all’accusa di incostituzionalità l’attività di produzione della parte, e alla censura di nullità la sentenza di merito che definisse il giudizio sulla base delle relative risultanze probatorie.

Per quanto concerne, infine, la produzione in giudizio di documenti idonei a violare il diritto al segreto, nei vari ambiti in cui l’ordinamento gli conferisce rilevanza (si pensi al segreto professionale, di ufficio o di Stato, ex artt. 200-202 c.p.p., oppure al segreto bancario[92], o aziendale), vale la pena ricordare che esso è considerato una fattispecie autonoma e distinta rispetto al diritto alla privacy, ed è talora espressamente posto dalla legge come limite al diritto alla prova (v., ad esempio, artt. 118, comma 1, 210, comma 1, 249 c.p.c.).

7.Esigenze di completezza suggeriscono di verificare, traendo spunto dal parere di chi ritiene che «la diagnosi d’ammissibilità delle prove trova il proprio criterio esclusivo nelle regole del processo»[93], se tali regole non impediscano (concretamente, sul piano dell’effettività della tutela giurisdizionale) al giudice di acquisire documenti che sono già allegati agli atti in virtù di condotte non processuali illecite (o la cui allegazione comporta una violazione della privacy di alcuna delle parti o di terzi)[94].

Si fa qui notare incidentalmente che «verificare se esista il mezzo per procurare invito domino l’acquisizione della prova, di cui la parte si è illecitamente impadronita»[95], può in astratto avere un senso laddove l’illiceità riguardi il modo in cui il producente si è procurato il documento (ad esempio, grazie ad un furto, ad una rapina, ad un’appropriazione comunque indebita), ma non quando l’illiceità si traduca nella violazione della privacy nella fase di formazione della prova (per ipotesi, tramite intercettazioni o registrazioni non autorizzate di conversazioni): in questo secondo caso, infatti, il risultato ottenuto dalla parte non può mai coincidere con quello realizzabile ope judicis, non essendo contemplato, nel processo civile, il potere giudiziale di autorizzare la captazione di corrispondenza o l’intercettazione di conversazioni altrui.

Ebbene, è stato posto in luce il rilievo costituzionale del dispositivo esibitorio di cui all’art. 210 c.p.c.[96], ai sensi del quale il giudice, su istanza di parte, emana l’ordine di esibizione di documenti o altre cose nei confronti dell’altra parte o di un terzo quando ne ritenga necessaria l’acquisizione al processo. Inoltre, come si è già ricordato dinanzi, il diritto alla prova, inteso come una delle estrinsecazioni del diritto di azione e di difesa ex art. 24 Cost., ha un valore relativo e condizionato perché suscettibile di entrare in conflitto con altri principi di rango costituzionale[97].

L’impossibilità di ricorrere all’esibizione si giustifica, perciò, di fronte al pericolo di lesione di altri diritti e garanzie fondamentali della persona, a seguito di un necessario bilanciamento tra valori equiordinati e confliggenti[98]. Sicché è stata esclusa l’ammissibilità dell’esibizione quando la parte abbia dato incarico a un terzo di impossessarsi illecitamente di un documento, allo scopo di chiedere l’emanazione dell’ordine di esibizione nei suoi confronti, per il motivo che «sarebbe irrazionale ammetterla sapendo già ex ante che ha ad oggetto una prova inutilizzabile»[99].

Al di fuori di questa ipotesi, in cui la condotta illecita è precedente o comunque esterna al processo, può darsi che la lesione della privacy dell’esibente integri gli estremi di un danno grave, sì da escludere l’opportunità di emanare l’ordine o di perseverare nel darvi attuazione. Qualora infatti la parte o il terzo dovessero, rispettivamente tramite un’eccezione o l’opposizione di cui al secondo comma dell’art. 211 c.p.c.[100], lamentare che il documento oggetto dell’ordine contenga notizie, dati o comunque riferimenti intimi e riservati, al giudice spetterebbe valutare se la divulgazione di tali informazioni comporti o meno un danno grave, ostativo all’esibizione[101]. Gli elementi sulla scorta dei quali un simile giudizio andrebbe varato sono plurimi: in primis, se oggetto dell’esame istruttorio è proprio l’accertamento del fatto riservato, si è giustamente ritenuto che qualora il grave danno finisca col coincidere con la soccombenza di colui che deve esibire, l’ordine ex art. 210 c.p.c. potrebbe essere legittimamente emanato, non essendo in questo frangente la lesione che può derivare alla privacy dalla prova del fatto controverso, riconducibile al limite positivo segnato dal legislatore nella seconda parte del comma 1 dell’art. 118 c.p.c. e richiamato dal comma 1 dell’art. 210 c.p.c.[102].

Semmai, in una simile ipotesi si deve riflettere sul requisito della necessità[103] dell’esibizione di cui discorre l’ultima disposizione citata. Se la parte istante può procurarsi altra prova equivalente o lo stesso documento anche se in copia o per estratto, allora l’esibizione non è necessaria, e il problema dell’eventuale danno causato dalla violazione della privacy è trasferito in altra sede, non meno complessa. In ogni caso, la circostanza che il documento sia decisivo per risolvere la controversia non è sufficiente a dotare l’esibizione della necessarietà, ma occorre che non vi siano altre prove disponibili[104], che non si colmino lacune probatorie addebitabili alla parte e che non sia sovvertita l’applicazione delle regole legali sulla ripartizione degli oneri probatori[105].

L’angustia dei poteri istruttori del giudice civile, quindi, se gli consente a determinate condizioni di ordinare l’esibizione del documento, non gli permette mai di concederne l’esecuzione coattiva[106]. Al giudice non è consentito ottenere jure più di quanto le parti hanno conseguito non jure[107].

Proprio il parametro della necessità, appena menzionato con riguardo ai limiti dell’esibizione, può più in generale fungere da bussola per orientarsi nel difficile compito del bilanciamento degli interessi contrapposti. Invero, la limitazione ai diritti dell’interessato, nell’esercizio di un diritto in sede giudiziaria, per essere legittima deve essere (oltre che proporzionata, anche) necessaria (v. artt. 2-undecies, comma 3; 2-duodecies, comma 2, Codice privacy)[108].

Il principio di minimizzazione dell’acquisizione e del trattamento dei dati (v. art. 5, par. 1, lett. c), Regolamento), a sua volta espressione del summenzionato principio di necessità, permea di sé vari settori dell’ordinamento comunitario e interno (v. art. 2-septies, comma 5, Codice privacy, con riguardo al trattamento dei dati genetici, biometrici e relativi alla salute), ed è impiegato dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea[109], ma anche dalla più recente giurisprudenza di legittimità interna[110], come limite per il trattamento dei dati per rilevanti obiettivi di interesse pubblico.

In uno scenario attualmente privo di divieti espliciti (e, forse, anche di divieti impliciti[111]) in tema di utilizzabilità di prove illecite per violazione della privacy, esso dunque potrebbe plausibilmente rappresentare un argine all’impiego indiscriminato di qualsiasi mezzo probatorio nel processo civile, non parametrato alla sensibilità del dato illecitamente trattato né al “rango” del diritto tutelando.

[1]Ruggieri, L’istruzione probatoria e il diritto alla riservatezza: il problema dell’efficacia dei documenti ottenuti o prodotti in violazione della privacy, in Dir. e giur., 2010, pp. 365 ss.

[2]Dove per privacy si intende, con uno sforzo di reductio ad unum reso arduo dalla pletora di norme regolanti la materia, il diritto al controllo sui dati personali o comunque alla protezione degli stessi. Sulla difficoltà definitoria del diritto alla privacy v. da ultimo Cuffaro, Il diritto europeo sul trattamento dei dati personali, in Contr e impr., 2018, pp. 1098 ss., spec. § 1 (l’indicazione del paragrafo in luogo della pagina di riferimento è dovuta alla consultazione del contributo tramite la banca dati online Wolters Kluwers “Pluris”). Al diritto alla riservatezza, in passato variamente definito, talora come «diritto alla illesa intimità privata» (Ferrara Santamaria, Il diritto alla illesa intimità privata, in Riv. dir. civ., 1937, I, p. 168), talaltra come «diritto alle vicende personali» (LIGI, Il diritto alle vicende e la sfera della personalità, in Foro it., 1955, I, c. 386) o come «diritto alla vita privata» (Carnelutti, Diritto alla vita privata, in Riv. trim. dir. pubbl., 1955, p. 3), si è nel tempo inarrestabilmente affiancata l’esigenza di tutelare altre situazioni soggettive, solo indirettamente riconducibili ad «una qualità o modo di essere di una persona, che consiste nella esclusione dalla altrui conoscenza di quanto abbia riferimento alla persona medesima» (Trib. Roma, 23 febbraio 1955, in Foro it., 1955, I, c. 927), sì che ne è via via risultata impedita l’unificazione semantica con l’originaria figura di “riservatezza”. Mentre a tutt’oggi, con la locuzione “diritto alla riservatezza” si evoca un potere di esclusione, di oscuramento di ciò che attiene alla sfera privata dell’individuo, con l’espressione “privacy” invece si tende a ricoprire un campo parzialmente differente, più elastico del primo, comprendente anche il diritto al «controllo procedimentalizzato sulle proprie informazioni» (Bilotta, L’emersione del diritto alla privacy, in Privacy, a cura di Clemente, Padova, 1999, p. 61). Già un trentennio fa Rodotà (Privacy e costruzione della sfera privata. Ipotesi e prospettive, in Pol. dir., 1991, p. 535), definì la privacy come il «diritto di mantenere il controllo sulle proprie informazioni e di determinare le modalità di costruzione della propria sfera privata». La divaricazione tra i concetti di riservatezza e privacy può dirsi ad oggi completata con il varo del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla “protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati)” (d’ora innanzi, Regolamento). Mentre la originaria disciplina interna sulla privacy, ovvero la l. 31 dicembre 1996, n. 675, “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali” (che proprio dalla direttiva da ultimo menzionata traeva origine), con il suo art. 1, comma 1, intendeva garantire che il trattamento dei dati personali si svolgesse «nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla riservatezza e all’identità personale», l’articolo 2, comma 1, del d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196, (c.d. Codice della privacy, intervenuto a sostituire la succitata legge del 1996) ante modifica ex d. lgs. 10 agosto 2018, n. 101, garantiva che il trattamento dei dati personali si svolgesse «nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali»: l’aggiunta del riferimento al diritto alla protezione dei dati personali si dovette al riconoscimento dello stesso da parte della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 (art. 8). L’art. 1 dell’attuale Codice privacy (i.e. del d. lgs. n. 196/2003 così come modificato dal d. lgs. n. 101/2018, in recepimento del Regolamento), abdicando a qualsiasi aspirazione definitoria, proclama che il trattamento dei dati personali avviene secondo le norme del Regolamento e del Codice stesso, «nel rispetto della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali della persona». Scompare dunque qualsiasi riferimento espresso alla “riservatezza”. Da parte sua, il Regolamento «stabilisce norme relative alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché norme relative alla libera circolazione di tali dati» e «protegge i diritti e le libertà fondamentali delle persone fisiche, in particolare il diritto alla protezione dei dati personali» (art. 1, par. 1 e 2).

[3]Com’è noto, in tempi recenti il tema delle prove illecite nel processo civile è stato (finalmente) oggetto di un’opera monografica (Passanante, La prova illecita nel processo civile, Torino, 2017), mentre in precedenza gli studi dottrinali si erano rivolti alle ipotesi di testimonianza dell’incapace ex articolo 246 c.p.c. (Dittrich, I limiti soggettivi della prova testimoniale, Milano, 2000), o non preceduta da giuramento (Allorio, Efficacia giuridica di prove ammesse ed esperite in contrasto con un divieto di legge?, in Giur. it., 1960, I, 2, c. 869; Cappelletti, Efficacia di prove illegittimamente ammesse e comportamento della parte, in Riv. dir. civ., 1961, I, 564; G. F. Ricci, Le prove illecite nel processo civile, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1987, pp. 64-68). Quanto al processo penale, è noto il pensiero di Cordero, Tre studi sulle prove penali, Milano, 1963, p. 165, a mente del quale «deve reputarsi processualmente ammissibile la rivelazione di ciò che il testimonio ha appreso violando l’altrui corrispondenza, ovvero mediante la fraudolenta captazione d’un dialogo telefonico o d’una comunicazione telegrafica. Che la fonte dell’esperienza conoscitiva nel processo consista in un comportamento contra jus, è circostanza il cui interesse si esaurisce sul piano delle qualifiche formulate in base alla norma sostanziale».

[4]Comoglio, Le prove civili, Torino, 2004, p. 59, distingue le prove illecite dalle prove illegittime: «la qualificazione di illiceità è pur sempre comprensiva dell’illegittimità, ma non ogni prova illegittima è necessariamente anche illecita». L’illegittimità in sé della prova celerebbe, infatti, la violazione di un divieto probatorio (come, ad esempio, proprio quello di cui all’art. 191 c.p.p.), anche se non sanzionato, mentre l’illiceità deriverebbe, ad esempio, dalla trasgressione di precetti penali sostanziali o dalla violazione di diritti costituzionali della persona. Il problema si presta ad essere esaminato sotto due profili. Il primo è relativo alle prove precostituite, e a sua volta necessita di essere distinto secondo che la fonte di prova sia stata prodotta regolarmente, ma l’illiceità interessi il modo in cui la parte l’abbia ottenuta, ovvero sia irregolare la produzione stessa del mezzo di prova. Il secondo aspetto concerne le prove costituende, assunte nonostante ne sia prescritta ex positivo jure l’inammissibilità, oppure, pur essendo ammissibili, irregolarmente esperite. V., per quest’impostazione, Allorio, Efficacia giuridica di prove ammesse ed esperite in contrasto con un divieto di legge?, cit., cc. 868-869; Cappelletti, Efficacia di prove illegittimamente ammesse e comportamento della parte, cit., p. 557, che però non pone in risalto la distinzione prova costituenda – prova precostituita, preferendo analizzare singolarmente le singole fonti di prova; G. F. Ricci, Le prove illecite nel processo civile, cit., 1987, p. 35 (l’A. in realtà scinde il fenomeno dell’illiceità della prova in tre profili, con riferimento alle prove costituende, precostituite, e ad entrambe nell’ipotesi in cui l’irregolarità infici la formazione della prova). In ordine all’utilizzabilità in altro processo, arbitrale o statale, di prove acquisite nel giudizio arbitrale, Laudisa, Arbitrato e riservatezza, in Riv. arb., 2007, pp. 32-34, distingue tra prove costituende e precostituite, escludendo che le seconde acquistino innanzi agli arbitri un privilegio di riservatezza, mentre l’inutilizzabilità aliunde affliggerebbe le prove formate all’interno e ai fini del procedimento (a meno che, secondo l’A., non sia impossibile provare con altri mezzi il fatto controverso); da ultimo Passanante, La prova illecita nel processo civile, cit., pp. 155, 172 ss.; Id., Prova e privacy nell’era di internet e dei social network, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2018, pp. 535 ss., § 1. (l’indicazione del paragrafo in luogo della pagina di riferimento è dovuta alla consultazione del contributo tramite la banca dati online Dejure: Giuffré), distingue le prove illecite, che sono acquisite o formate in violazione di precetti sostanziali, dalle prove illegittime, ovvero assunte in violazione di disposizioni processuali.

[5]Illecita per violazione della privacy è la formazione della prova documentale quando, ad esempio, si intercettino o registrino conversazioni private, quando si captino immagini all’insaputa o contro la volontà degli intercettati/video-foto ripresi, quando si archivino, senza l’altrui consenso, chat private svoltesi sui social networks ecc.

[6]Nelle due fattispecie sono i diversi momenti in cui il fatto illecito è compiuto (pre-processuale nel primo ordine di ipotesi, processuale nel secondo). Graziosi, Usi e abusi di prove illecite e prove atipiche nel processo civile, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2011, pp. 693 ss., § 3. (l’indicazione del paragrafo in luogo della pagina di riferimento è dovuta alla consultazione del contributo tramite la banca dati online Dejure: Giuffré), definisce la prova illecita come «quella che: o entra in possesso della parte in modo illegale, o per qualsiasi ragione si forma illegittimamente fuori dal processo», quindi (pare) trascurando la eventuale rilevanza del secondo momento.

[7]Com’è evidente, l’illecita sottrazione o captazione di documenti è spesso motivata dalla segretezza/riservatezza dei fatti in essi rappresentati.

[8]Resta, Privacy e processo civile: il problema della litigation «anonima», in Dir. inf., 2005, p. 689, qualificava l’art. 11, comma 2, menzionato nel testo come «una nuova tecnica rimediale per l’ipotesi di trattamento scorretto o illegittimo».

[9]Ancora, così come l’art. 11 previgente non era menzionato dal comma 1, lett. a), dell’(ora abrogato) art. 47, motivo per il quale non si poteva ritenere applicabile in caso di trattamento di dati personali per ragioni di giustizia, ugualmente l’art. 2-decies citato nel testo non è richiamato dall’art. 2-duodecies Codice vigente.

[10]In relazione al regime di cui alla l. n. 679/1996, v. Graziosi, L’esibizione istruttoria nel processo civile italiano, Milano, 2003, p. 134, nt. 55, che rilevava la mancanza di un riferimento positivo con riguardo all’istituto della esibizione.

[11]V. considerando n. 65; artt. 9, par. 2, lett. f); 17, par. 3, lett. e); 18, par. 2; 21, par. 1; 49, par. 1, lett. e).

[12]Così pure in relazione al diritto di accesso ai documenti amministrativi: v. artt. 60, 92, comma 2, lett. b).

[13]Nel regime previgente, in modo analogo, il trattamento dei dati personali, ammesso di norma in presenza del consenso dell’interessato, poteva essere effettuato senza che a questi fosse data l’informativa di cui all’abrogato art. 13, comma 1, e anche in assenza di consenso (abrogato art. 24, 1° comma, lett. f)), se fosse stato volto a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere le investigazioni difensive previste dalla l. 7 dicembre 2000, n. 397, sempre che i dati fossero trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento (abrogato art. 13, comma 5, lett. b); il trattamento dei dati sensibili che richiedeva il consenso scritto dell’interessato e l’autorizzazione del Garante (abrogato art. 26, 1° comma), se eseguito ai fini dello svolgimento delle investigazioni difensive di cui sopra, o comunque, per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, avrebbe potuto prescindere dal consenso (abrogato art. 26, comma 4, lett. c)), così come, infine, se i dati trattati fossero stati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale (cd. dati “supersensibili”), ma in tal caso il diritto sarebbe dovuto essere di rango pari a quello dell’interessato ovvero consistere in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile (abrogato art. 26, comma 4, lett. c), seconda parte). Analoghe disposizioni si rintracciavano nella l. n. 675/1996 (cfr. artt. 10, comma 4, 12, comma 1, lett. h), 20, comma 1, lett. g), 22, comma 4, lett. c)). La preferenza espressa dalla legge delegata del 2003, dunque, è la regola dell’inutilizzabilità “flessibile”, vagliata da un sindacato giudiziale di bilanciamento in concreto degli interessi coinvolti, proprio perché la disciplina della privacy ha «uno spiccato carattere multidimensionale» (Resta, Privacy e processo civile: il problema della litigation «anonima», cit., p. 692) che esige una continua scomposizione di dati, trattamenti e soggetti interessati per assicurare il giusto standard di tutela al diritto.

[14]Ossia «qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione».

[15]Nel regime del Codice previgente, vi era chi sosteneva la prevalenza dell’art. 11, comma 2 rispetto all’art. 160, comma 6, sul fatto che l’art. 48 abrogato precisava che l’acquisizione di dati, informazioni, atti e documenti da parte dell’autorità giudiziaria dovesse avvenire nel rispetto dei principî (di cui agli abrogati artt. 3 ed 11, e cioè) di necessità, correttezza, pertinenza, non eccedenza nel trattamento (Maietta, in Il codice dei dati personali, Temi e problemi, a cura di Cardarelli–Sica–Zeno Zencovich, Milano, 2004, pp. 175-177). Questa posizione, già minoritaria e comunque non seguita in giurisprudenza (v. ad as., Trib. Torino, 8 maggio 2013) è superata, come si è detto nel testo, anche perché il legislatore delegato del 2018 ha accolto il suggerimento del Garante, il quale in sede di audizione ha rilevato che fosse «opportuno assicurare un corretto coordinamento con la disciplina sulla valutazione, in sede giudiziaria, della validità, efficacia e utilizzabilità di atti, documenti e provvedimenti basati sul trattamento di dati personali non conforme a norme legislative o regolamentari […] introducendo un apposito art. l60-bis, al quale l’art. 2-novies [poi divenuto 2-decies, n.d.r.] faccia rinvio con una clausola di salvaguardia gli argomenti sistematico e letterale dai quali è avvantaggiata la preminenza dell’articolo 160, comma» (Servizio Studi della Camera dei deputati – Dossier n. 18/1: L’adeguamento della disciplina sulla protezione dei dati personali al Regolamento (UE) 2016/679 – Le posizioni espresse dagli auditi – A.G. 22, p. 35). Ma ad ogni modo, gli argomenti testuale e sistematico già convergevano sulla prevalenza dell’art. 160, comma 6, rispetto all’art. 11, Codice previgente.

[16]Ed anzi, vi è chi con certezza interpreta la disciplina in materia di protezione dei dati personali come attributiva di una (tendenziale) prevalenza del diritto alla prova rispetto al diritto alla privacy (così Gradi, Diritto alla prova e tutela della privacy nel processo civile, in Riv. dir. proc., 2019, § 3. (l’indicazione del paragrafo in luogo della pagina di riferimento è dovuta alla consultazione del contributo tramite la banca dati online Wolters Kluwers “Pluris”)).

[17]Un punto relativamente fermo consiste nell’esclusione, dal novero delle prove documentali – eventualmente – inutilizzabili per violazione della riservatezza delle parti o di terzi, degli atti pubblici o delle sentenze o degli altri provvedimenti suscettibili di divulgazione (salvi i limiti conseguenti all’annotazione ex articolo 52, Codice), e ciò non perché il loro intrinseco carattere di pubblicità ne precluda ogni potenzialità offensiva della sfera privata di soggetti, ché un testamento pubblico o una sentenza che dichiari la separazione giudiziale dei coniugi con addebito a carico di uno di essi ai sensi dell’art. 151, comma 2, c.c., racchiudono un’enorme carica lesiva della riservatezza, bensì perché si tratterebbe in ogni caso di un’offesa autorizzata a monte, necessitata dal ricorso a strumenti pubblici per prescrizione di legge al fine di disporre dei propri beni con atto di ultima volontà (e di succedere, a parte heredis) o di sospendere gli effetti del vincolo matrimoniale. Ad avviso di Panetta, Il processo civile, in Privacy, a cura di Clemente, Padova, 1999, p. 481, «non si pone alcun problema di violazione della privacy in relazione alle scritture pubbliche»: l’A. però non ne spiega la ragione.

[18]Quello dell’utilizzabilità delle prove illecite, appariva a Cordero, Tre studi sulle prove penali, cit., p. 149, come un falso problema, poiché «per quanto la si cerchi, riuscirà impossibile rintracciare nel nostro codice una norma che imponga d’escludere, e in ogni caso d’ignorare, le prove ottenute con un’azione illecita: le qualifiche d’ammissibilità e rilevanza appaiono formulate in base a criteri autonomi, endoprocessuali, fuori d’ogni riferimento ai paradigmi del diritto sostanziale».

[19]Per approfondimenti, v. Angeloni, Le prove illecite, Padova, 1992, passim, che conduce un’accurata verifica dei precedenti giurisprudenziali sulle prove illecite nel processo civile, dal 1884 a tutti gli anni ’80 del secolo scorso; Comoglio, Le prove civili, cit., p. 61, nt. 168.

[20]A questa conclusione perviene anche Comoglio, op. cit., p. 60.

[21]Rodotà, Elaboratori elettronici e controllo sociale, Bologna, 1973, passim, spec. p. 130.

[22]Nella seconda metà del secolo scorso, i termini del dibattito sul diritto alla riservatezza si sostanziavano, da un lato, nella chiara definizione dell’interesse tutelato e nella sua differenziazione da interessi limitrofi (quali l’interesse al segreto, alla tranquillità, all’immagine, alla reputazione ecc.) e, dall’altro, nella individuazione delle fonti positive su cui fondare il diritto medesimo. Cfr. T. A. Auletta, Riservatezza e tutela della personalità, Milano, 1978, pp. 26-28; Alpa – Markesinis, Il diritto alla privacy nell’esperienza di common law e nell’esperienza italiana, in Riv trim. dir. e proc. civ., 1997, p. 440.

[23]App. Milano, 9 luglio 1971, in Foro pad., 1972, c. 195.

[24]Ivi, c. 194. Si noti però che la Corte meneghina giustificava il sacrificio del diritto alla riservatezza della moglie allorquando, in un giudizio di separazione personale, il marito producesse intercettazioni di comunicazioni telefoniche intercorse tra lei e terzi: l’esercizio della potestà maritale, infatti, implicava (all’epoca in cui veniva emessa la decisione de qua) che il marito potesse vigilare sulla condotta morale del coniuge, senza che ricorresse perciò una violazione dei diritti e delle libertà sanciti dall’art. 8 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

[25]La formula enunciata nel testo si adatta al particolare regime inquisitorio dell’istruzione probatoria che caratterizzava il processo penale voluto dal codice del 1930, ed è così chiarita da Cordero, op. cit., p. 127: «il potere del giudice preesiste alle perquisizioni, che bene o male la polizia ha eseguite; non occorre altro per avvertire quanto sia incauto un riferimento alla nozione di invalidità derivata. È possibile che l’illegittima apprensione invalidi la successiva acquisizione; ma l’ipotesi presuppone che sia stata appresa una cosa non passibile di sequestro; il giudice opera in modo legittimo quando acquisisce le prove, di cui si sarebbe potuto impadronire coattivamente: poco importa che si profili nello sfondo il precedente d’una condotta illecita».

[26]Ai sensi dell’art. 87 disp. att. c.p.c., la produzione dei documenti formatisi al di fuori del processo avviene tramite il materiale deposito degli stessi; gli art. 72 e 74 disp. att. c.p.c. prevedono l’inserimento degli atti e dei documenti nei fascicoli d’ufficio e di parte. Il deposito dei documenti è effettuato in via telematica in tutti i giudizi dinanzi al Tribunale e alle Corti d’appello (cfr. art. 16-bis, d. l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, l. 17 dicembre 2012, n. 221; d. m. 21 febbraio 2011, n. 44; provv. 16 aprile 2014 del Responsabile per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della giustizia; in generale, d. lgs. 7 marzo 2005, n. 82, c.d. codice dell’amministrazione digitale).

[27]G. F. Ricci, op. cit., pp. 68 e 70. Trib. Torino, ord. 22 aprile 2003, in Foro it., 2003, cc. 2856 ss., contesta l’esistenza di un potere del giudice di impedire la produzione (tardiva) di un documento o di ordinarne l’espunzione dal fascicolo di parte, dovendo egli semmai limitarsi a pronunciarne l’inutilizzabilità ai fini decisori. Vi è tuttavia chi non esclude un’indagine valutativa di ammissibilità analoga a quella istituita per le prove costituende, di modo che la validità del provvedimento ammissivo e la conseguente efficacia della prova siano condizionate dalla conformità a legge della domanda di parte diretta ad introdurre nel processo il documento stesso (Allorio, op. cit., c. 871, nt. 6). La prova costituenda è, infatti, acquisita al processo tramite il subprocedimento di ammissione e di assunzione: laddove il giudice dovesse rilevare che la testimonianza ammessa violi la legge, dovrebbe revocare, ai sensi dell’art. 177, comma 2, c.p.c., l’ordinanza di ammissione, con le conseguenze che ne derivano sull’efficacia dell’atto di istruzione probatoria. Ad avviso di Ruffini, Produzione ed esibizione dei documenti, in Le prove nel processo civile. Atti del XXV Convegno nazionale, Quaderni dell’Associazione fra gli Studiosi del processo civile, Milano, 2007, pp. 318-319, la produzione in giudizio di documenti è preceduta da un giudizio di ammissione da parte del giudice sia quando questi deve pronunciarsi su un’istanza di esibizione, sia quando la parte «voglia contrapporre alle prove dedotte dall’altra parte o disposte d’ufficio dal giudice una prova documentale» (op. cit., p. 319); l’A. da ultimo citato ritiene che, attribuendo «l’art. 184 c.p.c., nel testo non ancora novellato dal d.l. 14 marzo 2005, n. 35 (così come l’art. 183 c.p.c., nel testo sostituito dallo stesso d.l. 14 marzo 2005, n. 35)» (ibid.) alla parte il potere di indicare la prova al giudice nel termine perentorio assegnatole, «la produzione della prova documentale contraria, e così la sua rituale acquisizione al processo, sia subordinata, al pari dell’assunzione di una prova costituenda, ad un previo provvedimento di ammissione da parte del giudice, che ne abbia valutato, oltre che l’ammissibilità e la rilevanza, anche la sua necessità in relazione ai mezzi di prova disposti d’ufficio o preventivamente proposti dall’altra parte, e ai documenti dalla stessa prodotti» (ibid.). Ruffini, op. ult. cit.., p. 317, nt. 32, oltre al giudizio di ammissione delle prove documentali da ultimo menzionato, ricorda anche quello imposto dall’art. 669terdecies, comma 4, c.p.c., a norma del quale «Il tribunale può sempre assumere informazioni e acquisire nuovi documenti», cioè valuta l’ammissibilità, la rilevanza e la non superfluità dei documenti medesimi. Una valutazione di ammissibilità è condizione anche per la produzione in appello di documenti nuovi, ai sensi dell’art. 345, comma 3, c.p.c. (v., prima della modifica legislativa apportata con la l. 18 giugno 2009, n. 69, Ruffini, Preclusioni istruttorie in primo grado e ammissione di nuove prove in appello: gli artt. 345, comma 3, e 437, comma 3, c.p.c., al vaglio delle sezioni unite, in Corr. giur., 2005, p. 942: «la produzione del documento, ovvero la sua materiale inserzione nel fascicolo di parte, non impedisce affatto un giudizio di ammissione dello stesso ai fini della sua rituale acquisizione tra il materiale probatorio utilizzabile per la decisione»), nonché per la produzione nel giudizio di cassazione degli atti e dei documenti non prodotti nei precedenti gradi del processo, nei limiti di cui all’art. 372 c.p.c. Sull’assoggettabilità di tutte le prove precostituite al preventivo vaglio di ammissibilità proprio delle prove costituende, v. Ferrari, La sanzione dell’inutilizzabilità nel codice della privacy e nel processo civile, in Riv. dir. proc., 2013, pp. 363 ss.

[28]Analogamente, Comoglio, op. cit., p. 53.

[29]Nel testo è parafrasato (in negativo) il pensiero di Cordero, op. cit., p. 159, a mente del quale «Il provvedimento acquisitivo […] spezza il nesso di causalità giuridica tra l’originario contegno illecito e la disposizione della prova nel giudizio: il possesso della cosa si spoglia d’ogni timbro d’antigiuridicità».

[30]Un’analoga riflessione a quella condotta nel testo è svolta da Graziosi, L’esibizione istruttoria nel processo civile italiano, cit., p. 109, che esclude che l’ordinanza di esibizione possa risentire dell’illiceità degli atti tramite i quali l’esibente ha conseguito il possesso del documento.

[31]Ed in effetti, seguendo la prospettiva – su cui v. Fabbrini, voce Potere del giudice (dir. proc. civ.), in Enc. dir., XXXIV, Milano, 1985, pp. 721 ss. – della «organizzazione dell’attività giurisdizionale come procedimento, in base alla sequenza elementare: fatto – situazione soggettiva – atto» (ibidem), sarà piuttosto l’inutilizzabilità della prova ad impedire il sorgere del potere del giudice di ammetterla, con conseguente invalidità del provvedimento che ciononostante le dia ingresso nel processo.

[32]Rispetto a quella menzionata supra, nt. 22.

[33]Trib. Roma, 14 marzo 1973, in Foro it., 1973, I, 1, c. 958.

[34]Ibid. Secondo Panetta, Il processo civile, in AA. VV., Privacy, a cura di Clemente, Padova, 1999, 490, i nastri (oggi i file) contenenti la registrazione di intercettazioni telefoniche contra legem hanno piena efficacia probatoria, ma il titolare del diritto alla privacy può rivolgersi al giudice per ottenere il risarcimento del danno (se autore della registrazione è un terzo, si applica anche l’art. 617 c.p.). Così anche Stella, Il legislatore processuale del 1940 tutela la privacy delle parti (senza saperlo?), in Corr. giur., 2011, pp. 951-952 [in relazione però al differente caso di cui all’ord. Trib. Bari, ord. 16 febbraio 2007, infra, nt. 40, n.d.r.]. L’A. distingue il caso in cui il documento prodotto in giudizio sia stato lecitamente ottenuto dal producente, ma violi la privacy dell’altra parte o di un terzo, ed allora in questo caso dalla vicenda non potrebbe mai sorgere il diritto al risarcimento dei danni in capo a questi ultimi, dall’ipotesi in cui il documento sia stato formato o ottenuto in fase pre-processuale violando la privacy altrui. In questo secondo caso, il soggetto leso potrà agire per il risarcimento dei danni.

[35]V. pertinenti riferimenti giurisprudenziali in Comoglio, op. cit., pp. 370-371, nt. 87. Gli artt. 617 e 617quater c.p., elevano a fattispecie di reato le condotte di chi fraudolentemente prende cognizione o intercetta comunicazioni, anche relative a sistemi informatici o telematici, conversazioni telefoniche o telegrafiche tra altre persone o comunque a lui non dirette.

[36]Le Sezioni unite penali (Cass., Sez. un. pen., 23 febbraio 2000, n. 6, in Foro it., 2000, II, c. 534) hanno avuto modo di affermare che «l’intercettazione dei flussi di comunicazione telefonica, ovvero informatica (che avviene con un sistema di elaborazione di dati) o telematica (che si attua su una rete di comunicazioni), con trasmissione in forma digitale o tramite posta elettronica o nelle altre forme accennate, costituisce il livello massimo d’intrusione nella sfera privata».

[37]Trib. Roma, 26 marzo 1982, in Foro it., 1983, I, 1, c. 224. Al Tribunale di Roma era devoluta la cognizione della mera responsabilità civile della producente per avere utilizzato le suddette fotografie in altro processo, che aveva ad oggetto la separazione personale dal coniuge. Ad esso non era dunque sottoposto lo specifico tema dell’utilizzabilità delle fotografie sottratte dalla moglie al marito e raffiguranti un’altra persona. Peraltro, nel provvedimento si discorre (erroneamente) non già del diritto alla privacy del terzo, ma del solo diritto all’immagine.

[38]Pret. Trapani, sez. dist. Alcamo, ord. 20 marzo 1993, in Foro it., 1994, I, cc. 2577-2578 (in senso critico, v. Graziosi, op. ult. cit., p. 142, nt. 69).

[39]Pret. Roma, ord. 25 marzo 1975, in Foro it., 1975, I, c. 2837.

[40]Ibid. Il pretore era stato adito con ricorso ex art. 700 c.p.c., ove gli si chiedeva di inibire, in mancanza di consenso dell’autore, qualsiasi attività di pubblicazione o divulgazione, diversa dalla produzione in giudizio, di corrispondenza epistolare avente carattere confidenziale e non ancora spedita. A partire da App. Milano, 5 aprile 1934, in Riv. dir. proc., 1935, II, p. 63, è frequente, nella prassi, il riferimento al principio generale secondo il quale non possono ottenersi con mezzi illeciti vantaggi che lecitamente non potrebbero essere conseguiti per derivarne un divieto probatorio implicito nell’ordinamento. La Corte di cassazione francese (sent. 26 novembre 1975, in Foro it., 1978, IV, cc. 111 ss.), subordina la utilizzabilità di una lettera di un terzo (regolarmente prodotta in giudizio) indirizzata alla moglie al fatto che il marito ne sia entrato in possesso senza suo colpevole artificio o frode o abuso (il diritto francese ammette che per ottenere la dichiarazione di divorzio la prova sia data con ogni mezzo).

[41]Trib. Bari, ord. 16 febbraio 2007, in Il merito, 2007, pp. 22 ss. ; in Foro it., Rep. 2007, voce Prova civile in genere, n. 15. Nelle motivazioni della suddetta ordinanza si legge «Qualsivoglia violazione di leggi o regolamenti nell’utilizzo processuale delle prove (ivi comprese le norme del c.d. “codice della privacy”) può trovare esito solo nell’ambito dei rispettivi sistemi processuali: e siccome nel processo civile non esiste un divieto esplicito di utilizzo, siccome nel campo delle prove precostituite i momenti di illiceità sono tutti di natura preprocessuale, un documento illecitamente ottenuto in danno della parte avversa e/o utilizzato fuori dalle condizioni di cui all’art. 26 del citato codice è comunque utilizzabile come prova, salve le conseguenze extraprocessuali, civili e penali, del comportamento illecito che si è consumato». È facile obiettare a queste argomentazioni non solo che il processo civile è regolato anche dalla Costituzione, nella quale, come si vedrà nel prosieguo del presente lavoro, è possibile rinvenire divieti probatori impliciti, ma anche che «almeno in alcuni, più evidenti casi, il diritto alla prova rimane legittimamente compresso da esigenze estranee a quelle processuali» (cfr. Dittrich, I limiti soggettivi della prova testimoniale, cit., p. 71).

[42]Come posto in evidenza da Cass., Sez. un. pen., 23 febbraio 2000, cit., 532, può sussistere lesione della segretezza senza che vi sia lesione della riservatezza (si pensi ad una conversazione segreta captata indebitamente ma non divulgata), ovvero lesione della riservatezza ma non della segretezza (conversazione segreta non indebitamente percepita ma abusivamente divulgata), o ancora lesione di entrambi i diritti (conversazione indebitamente percepita e poi divulgata). Ichino, Diritto alla riservatezza e diritto al segreto nel rapporto di lavoro, Milano, 1979, pp. 145-146, precisava che il diritto al segreto costituisce una forma di tutela sussidiaria che in taluni casi l’ordinamento appresta al diritto alla riservatezza; quest’ultimo inoltre sorge con la persona ed ha un oggetto potenzialmente illimitato, mentre il primo nasce in conseguenza di particolari circostanze e verte su notizie o vicende determinate.

[43]Cass., 11 gennaio 1993, n. 215, in Riv. crit. dir. lav., 1993, pp. 603 ss., spec. p. 607.

[44]L’ingiustificato rifiuto di ottemperare all’ordine di esibizione di cui all’art. 210 c.p.c comporta che il giudice potrà da tale contegno desumere argomenti di prova in applicazione dell’art. 116, comma 2, c.p.c. (conseguenza espressamente prevista dall’art. 118, comma 2, c.p.c. per l’ipotesi in cui la parte rifiuti di eseguire l’ordine di ispezione). Ad avviso di Graziosi, op. cit., pp. 264-274, se la parte non adempie all’ordine di esibizione impartitole dal giudice, questi potrebbe disporre l’ispezione del documento ai sensi dell’art. 118 c.p.c.; ove l’ispezione non fosse praticabile, poi, il giudice potrebbe ritenere ammessi i fatti che la parte intendeva provare tramite l’esibizione (e ciò in virtù dell’applicazione analogica dell’art. 232, comma 1, c.p.c., già suggerita da Proto Pisani, Note in tema di diritto sostanziale e di diritto processuale all’esibizione, in Riv. dir. proc., 1996, pp. 574 ss., spec. p. 576).

[45]Cass., 2 marzo 1993, n. 2560, in Riv. dir. lav., 1994, II, pp. 221 ss., spec. p. 230.

[46]Cass., 17 giugno 2000, n. 8250, in Guida al dir., n. 27/2000, pp. 38 ss. La Sezione lavoro della Suprema Corte (sent. 3 aprile 2002, n. 4746, in Lav. giur., 2002, p. 82), ha puntualizzato che sono esclusi dall’ambito di applicazione dell’articolo 4 St. lav., i controlli (cd. difensivi) diretti ad accertare le condotte illecite del lavoratore come i sistemi di controllo dell’accesso ad aule riservate o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate. Di talché, potevano considerarsi lecite e utilizzabili le prove di condotte illecite del lavoratore ottenute in modo “indiretto”, ovvero con controlli c.d. preterintenzionali. La Cassazione ha rivisto questo orientamento qualche anno dopo (Cass., 17 luglio 2007, n. 15892), precisando che «l’esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti» non può «giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore». La Cassazione penale, con sentenza del 18 marzo 2010, n. 20722, ha ritenuto utilizzabili ai sensi dell’art. 191 c.p.p. le prove di reato acquisite mediante riprese filmate nell’ambito di controlli difensivi del patrimonio aziendale, ancorché sia imputato un lavoratore subordinato. Conformemente, Cass., Sez. lav., 8 novembre 2016, n. 22662, ha escluso dall’ambito di applicazione dell’art. 4 St. lav. l’installazione di impianti e apparecchiature di controllo poste a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività lavorativa, né risulti in alcun modo compromessa la dignità e la riservatezza dei lavoratori e ha dichiarato la legittimità del licenziamento per giusta causa di un lavoratore dipendente al quale era stato contestato di aver sottratto dalla cassaforte aziendale una busta contenente denaro, sulla base di quanto era emerso da un filmato ricavato da una telecamera posta per la sorveglianza della cassaforte stessa.

[47]Che si spiegano, ad avviso di Miscione, I controlli intenzionali, preterintenzionali e difensivi sui lavoratori in contenzioso continuo, in Lav. giur., 2013, p. 762, perché l’art. 4 Stat. lav. è interpretato in modo «allo stesso tempo restrittivo o estensivo, per evitare le sanzioni penali e soprattutto per l’utilizzabilità di qualunque prova». L’art. 23, d. lgs. 14 settembre 2015, n. 151, ha modificato l’art. 4 St. lav., il cui attuale comma 3, prevede che “le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196”. Sul significato processuale di questa “utilizzabilità” si è intrattenuta Gamba, Il controllo a distanza delle attività dei lavoratori e l’utilizzabilità delle prove, in Labour&Law Issues, 2016, vol. n. 2, n. 1, pp. 122 ss., per la quale la violazione dell’art. 4 St. lav. renderebbe sempre inammissibili le prove acquisite dal datore di lavoro (p. 127); così pure Ingrao, I controlli difensivi tra passato e presente: privacy del lavoratore e inutilizzabilità dei dati, in Nuova giur. civ. comm., 2019, pp. 652 ss.

[48]Cass., Sez. lav., 5 agosto 2010, n. 18279, annotata da G. Riccio, Antagonismo fra diritto alla privacy e diritto alla difesa e criteri di bilanciamento, in Argomenti dir. lav., 2011, pp. 168 ss. E così, a titolo meramente esemplificativo, Cass., Sez. lav., 10 maggio 2019, n. 12534 ha giustificato le registrazioni di colloqui tra il dipendente ed i colleghi sul luogo di lavoro effettuate senza il consenso dei presenti, «in ragione dell’imprescindibile necessità di bilanciare le contrapposte istanze della riservatezza da una parte e della tutela giurisdizionale del diritto dall’altra». Ad avviso della Suprema Corte è «legittima, ed inidonea ad integrare un illecito disciplinare, la condotta del lavoratore che abbia effettuato tali registrazioni per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, rispondendo la stessa, se pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalità, alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto» (v. già Cass., Sez. lav., 10 maggio 2018, n. 11322).

[49]Allorio, op. cit., c. 871; Angeloni, Le prove illecite, cit., 7 ss., spec. 59; Cappelletti, op. cit., p. 562, il quale però si occupa solo del problema della illegittimità che colpisca direttamente l’atto dell’ammissione o della produzione della prova; Carnelutti, Illecita produzione di documenti, in Riv. dir. proc., 1935, II, 63 ss. (l’A. aderiva ad App. Milano, 5 aprile 1934, cit.); Pace, Intercettazioni telefoniche del coniuge, utilizzabilità delle prove illecite e unità familiare, in Studi in onore di Giuseppe Chiarelli, Milano, 1974, 1563 ss. (l’A. dissentiva da App. Milano, 9 luglio 1971, cit.).

[50]Ondei, Utilizzazione di prove acquisite con mezzi illeciti, in Foro pad., 1972, I, c. 421 ss.; G. F. Ricci, op. cit., pp. 34 ss.; Vigoriti, Prove illecite e Costituzione, in Riv. dir. proc., 1968, 64 ss.

[51]Carnelutti, Illecita produzione di documenti, cit., 63 e 70.

[52]Allorio, op. cit., c. 871, nota n. 6; Denti, voce Prova documentale (dir. proc. civ.), in Enc. dir., XXXVII, Milano, 1988, 720.

[53]Allorio, op. cit., c. 870. Fortemente critico su questo punto è Cordero, op. cit., p. 153, nt. 15: «il thema demonstrandum sta nell’ipotesi prospettata a titolo di premessa (che cioè esista un divieto di legge all’ammissione della prova d’origine illecita); risolto affermativamente il quesito, il problema si eclissa e l’argomento analogico appare sovrabbondante: la valutazione d’inammissibilità implica, ad acquisizione irritualmente avvenuta, quella d’irrilevanza».

[54]Vigoriti, Prove illecite e Costituzione, cit., p. 73.

[55]Ondei, Utilizzazione di prove acquisite con mezzi illeciti, cit., p. 424.

[56]G. F. Ricci, op. cit., 70. Secondo Angeloni, op. cit., pp. 53 e 59, invece, l’illecita acquisizione nel processo di un documento non è solo un atto a rilevanza pre-processuale, poiché la responsabilità dell’autore dell’illecito si estende fino all’emanazione della sentenza basata sulla prova illecita. Il giudice che ritenga utilizzabile il documento concorre a titolo di colpa o anche di dolo, ai sensi dell’articolo 2055 c.c., nel fatto illecito posto in essere dalla parte (dissente Graziosi, op. cit., p. 114, nt. 25).

[57]Cordero, op. cit., p. 162.

[58]Mainardis, L’inutilizzabilità processuale delle prove incostituzionali, in Quaderni cost., 2000, p. 371, ricorda come la categoria delle prove incostituzionali sia stata elaborata, per distinguerla da quella delle prove illecite, dalla dottrina processualpenalista (op. cit., 376-379, spec. nt. 28). L’A. poi, tenta di ricostruire, sulla base dell’art. 13, 3° comma, Cost., un principio costituzionale di inutilizzabilità processuale di prove acquisite violando diritti costituzionalmente riconosciuti (op. cit., 380-386), e segnala la possibilità di enucleare un analogo principio, in forza dell’art. 24 Cost., anche per le prove illecite ma non incostituzionali (op. cit., p. 393). V. Cass., 1° ottobre 2004, n. 19689, in Foro it., 2005, I, c. 3167; Cass., Sez. un., 21 novembre 2002, n. 16424, ivi, 2003, I, c. 123; Cass., 3 dicembre 2001, n. 15230, ivi, 2002, I, c. 727, sull’inutilizzabilità nel processo tributario delle prove reperite nel corso della perquisizione illegale, per contrasto con l’art. 14 Cost. (in senso opposto, v. Cass., 19 giugno 2001, n. 8344, ivi, 2002, I, c. 729, per la quale «la prova non subisce gli effetti della illegittimità, come conseguenza necessaria della eventuale illiceità della acquisizione», poiché «non sarebbe giusto che una prova oggettivamente ammissibile, non possa essere utilizzata a causa della negligenza di chi l’ha acquisita»). Sui problemi derivanti dall’applicabilità dell’art. 191 c.p.p. al processo tributario e sulla rilevanza in esso della categoria delle prove incostituzionali, v. Porcaro, Profili ricostruttivi del fenomeno della (in)utilizzabilità degli elementi probatori illegittimamente raccolti. La rilevanza anche tributaria delle (sole) prove «incostituzionali», in Dir. e pratica trib., 2005, pp. 15 ss. Più recentemente, la Suprema Corte ha affermato che nel processo tributario «in linea di massima» è utilizzabile «qualsiasi elemento che il giudice correttamente qualifichi come possibile punto di appoggio per dimostrare l’esistenza un fatto rilevante e non direttamente conosciuto» (Cass., 28 aprile 2015, n. 8605, con note parzialmente critiche di Turchi, Legittimi gli accertamenti fiscali basati sulla lista Falciani, in Giur. it., 2015, pp. 1614 ss., e di Marinello, “Lista Falciani”: prove illegittime, scambio di informazioni e garanzie costituzionali, in Dir. e prat. trib. intern., 2015, pp. 1317 ss.; con nota adesiva di Besso, Illiceità della prova, segreto bancario e giusto processo, ivi, pp. 1617 ss.), a prescindere dalla rilevanza penale della condotta di colui che ha formato il documento prodotto in giudizio. In particolare, la Sez. tributaria della Corte di cassazione ha dichiarato l’utilizzabilità in sede di accertamento della c.d. Lista Falciani, redatta da un dipendente di HSBC Private Bank s.a., trasmessa all’amministrazione finanziaria francese e da questa a quella italiana, e concernente circa settemila italiani titolari di conti correnti in Svizzera (in generale, sui casi giurisprudenziali sorti in conseguenza della c.d. Lista Falciani, v. Passanante, La prova illecita nel processo civile, cit., pp. 248 ss.).

[59]Graziosi, Usi e abusi di prove illecite e prove atipiche nel processo civile, cit., § 3.

[60]Graziosi, op. loc. ult. cit.

[61]Cordero, op. cit., p. 154, che in relazione alla proposta riferita supra così commenta «si pensi all’assunto secondo cui non sarebbe consentito utilizzare nel processo una conversazione privata occultamente registrata, in quanto simili pratiche, intese ad un’odiosa captazione della parola, implicano un’offesa alla personalità. Un discorso del genere, a parte il tono d’iperbole di cui si compiace, si muove nel circolo chiuso delle petizioni di principio».

[62]Cordero, op. cit., p. 154.

[63]Ad avviso di Cordero, op. cit., p. 154, lo iato non si può colmare «con l’assunto, di palese impronta politica, secondo cui la tutela del subditus si ridurrebbe entro angusti limiti, se non fosse elevato un argine ad ogni acquisizione probatoria costituente il prodotto d’un episodio illecito».

[64]Comoglio, La garanzia costituzionale dell’azione ed il processo civile, Padova, 1970, pp. 296- 297.

[65]Comoglio, La garanzia costituzionale dell’azione ed il processo civile, cit., pp. 296- 297.

[66]Comoglio, op. ult. cit., pp. 305-306.

[67]Comoglio, op. cit., pp. 310-318, spec. nt. 30.

[68]Ci si riferisce, in particolare, a Corte Cost., 2 dicembre 1970, n. 175, in Giur. cost., 1970, 2101 ss., e a Corte Cost., 6 aprile 1973, n. 34, ivi, 1973, 316.

[69]Corte Cost., 6 aprile 1973, n. 34, cit., 338. Il principio da essa enunciato e riferito nel testo avrebbe consentito, come si legge nelle motivazioni di Cass., Sez. un. pen., 13 luglio 1998, in Giur. it., 1999, 1691 ss., alla dottrina di elaborare la categoria delle prove cd. incostituzionali «cioè di prove ottenute attraverso modalità, metodi, e comportamenti realizzati in spregio dei fondamentali diritti del cittadino garantiti dalla Costituzione, da considerarsi perciò inutilizzabili nel processo» (ivi, 1697) (v. supra, nota n. 69).

[70]Dittrich, op. cit., pp. 1-6, spec. 3; Graziosi, L’esibizione istruttoria nel processo civile italiano, cit., pp. 11-18.

[71]Il riferimento è alle note sentenze della Corte costituzionale che dichiararono l’illegittimità degli articoli 247 c.p.c. (Corte cost., 23 luglio 1974, n. 248, in Giur. cost., 1974, 2376, con l’altrettanto noto commento di Cappelletti, La sentenza del bastone e della carota, ivi, p. 3586, ed in Riv. dir. proc., 1975, p. 99, con nota di Saletti, La dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 247 cod. proc. civ.: prospettive e problemi), e 248 c.p.c. (Corte cost., 8 luglio 1975, n. 191, in Foro it., 1975, I, c. 2392). Per quanto concerne il limite posto dall’articolo 246 c.p.c., esso sopravvive, seppure tra numerose e profonde perplessità (v., oltre agli AA. già citati in questa nota, Dittrich, op. cit., 2, nota n. 4; 125-137).

[72]Mentre la dichiarazione di illegittimità dell’articolo 247 c.p.c. si fonda sul contrasto di questa disposizione con l’articolo 24 Cost., l’analoga censura sull’articolo 248 c.p.c. poggia sull’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alla disciplina prevista nel processo penale, e quindi sulla violazione dell’articolo 3 Cost. (cfr. Dittrich, op. cit., 22-23 e 116; Graziosi, op. ult. cit., p. 12, nt. 32).

[73]Comoglio, Le prove civili, cit., pp. 52-53, spiega come il giusto processo sia assoggettato ad un’etica interna, che lo deve rendere «perlomeno interprete, custode e garante» dei diritti e delle libertà fondamentali ed inviolabili dell’uomo, che qualifica il quomodo della tutela giurisdizionale riconosciuta ai singoli e quindi rende censurabile «la possibile slealtà, la scorrettezza e la mala fede dei comportamenti endoprocessuali di chiunque (giudice, difensore e parte), con l’eventuale abuso dei poteri legittimamente attribuitigli, sia ingiustamente riuscito a farla ottenere, ad ottenerla o, per contro, a farla (non meno ingiustamente) negare ad altri». Propende per l’inutilizzabilità, nel rispetto del principio del giusto processo, delle prove assunte contra legem o in violazione dei diritti fondamentali della persona, Borghesi, Il segreto nella professione legale, in Studi in onore di Modestino Acone, vol. 1, Napoli, 2010, 343.

[74]Per Gradi, Diritto alla prova e tutela della privacy nel processo civile, cit., § 12., il divieto di utilizzabilità delle prove illecite è compatibile con il principio del giusto processo se tramite suo si riconosce in capo alle parti «un obbligo processuale di chiarificazione (Aufklärungspflicht)», cosa che eviterebbe di ammettere che possano utilmente prodursi in giudizio «prove documentali ottenute o formate violando le libertà fondamentali del proprio avversario».

[75]L’osservazione condotta nel testo ripercorre il pensiero di Proto Pisani, Il nuovo art. 111 Cost. e il giusto processo civile, in Foro it., 2000, V, cc. 243-244, che traduce l’espressione «regolato dalla legge» contenuta nell’art. 111, comma 1, citato, nel divieto per il legislatore di rimettere alla discrezionalità del giudice «la determinazione delle forme, dei termini e del contenuto dei poteri delle parti (in tema di domande, eccezioni, prove, ecc.) […] ciò pena la trasformazione di quel diritto di azione e di difesa di cui parla l’art. 24 da diritto in interesse la cui protezione è subordinata al potere discrezionale del giudice».

[76]Trocker, Il nuovo articolo 111 della Costituzione e il «giusto processo» in materia civile: profili generali, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2001, p. 386.

[77]Di diverso avviso Passanante, op. ult. cit., pp. 371 ss., nonché Id., Prova e privacy nell’era di internet e dei social network, cit., § 5., per il quale proprio il principio del giusto processo esige che sia la legge a prevedere la sanzione dell’inammissibilità per le prove illecite, che dovrebbe essere dichiarata solo all’esito di un giudizio incidentale diretto ad accertare l’illiceità delle stesse.

[78]Comoglio, op. ult. cit., p. 53.

[79]Comoglio, op. cit., p. 54; l’A. avverte che tramite la c.d. mediazione normativa sono inserite specifiche regole processuali di esclusione per contenere il sacrificio, socialmente poco tollerabile, «di prove rilevanti (e molto spesso decisive), per effetto di regole di inutilizzabilità o di esclusione non codificate da norme processuali, ma implicitamente desumibili da altre fonti (ad es., dalle garanzie fondamentali dell’individuo)» (op. cit., 54). Passanante, op. ult. cit., § 6., auspica un intervento legislativo che disciplini il regime (inammissibilità) di qualsiasi ipotesi di illiceità della prova, per violazione sia di norme costituzionali, sia di norme sostanziali ordinarie, al contempo ammettendo eccezioni alla regola di esclusione e prevedendo un incidente probatorio diretto ad accertare l’illiceità della prova. Sul più generale tema dei diritti inviolabili, Navarretta, Bilanciamento di interessi costituzionali e regole civilistiche, in Riv. crit. dir. priv., 1998, p. 630, riporta i termini del dibattito ai seguenti interrogativi: esiste un gerarchia dei diritti inviolabili?; oppure il bilanciamento di interessi spetta alla giurisprudenza?; dovrebbe infine questo bilanciamento orientarsi tramite la ragionevolezza, ed eventualmente anche mediante altri criteri ricavabili dai precedenti?

[80]Cfr. Cass., 27 maggio 1975, n. 2129, in Dir. aut., 1975, 367-378. I fondamenti positivi del diritto alla riservatezza, prima dell’avvento della l. n. 675/1996, venivano individuati in varie norme della Costituzione (articoli 2, 3, 19, 21, 33, 34, 48, 68), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (articoli 8, 13, 17), e, a livello ordinario, negli articoli 96 e 97 l. n. 633/1941, e 10 c.c., nonché in diverse disposizioni dettate nel codice penale, nel codice di procedura penale e in leggi speciali a tutela del segreto, della segretezza di quanto avviene nel processo e a tutela della corrispondenza(cfr. T. A. Auletta, Riservatezza e tutela della personalità, cit., 33-62; Cataudella, Diritti della personalità: temi e problemi, Scritti giuridici, Padova, 1991, 543-546).

[81]E a patto che si concordi sulla premessa, per la quale sarebbe vigente una vera e propria regola implicita di rango costituzionale che vieterebbe l’uso di prove formate, acquisite o assunte in violazione di diritti sostanziali individuali costituzionalmente protetti. Premessa non condivisa, con argomenti di rilievo, da Passanante, La prova illecita nel processo civile, cit., pp. 353 ss.; così pure F. Auletta, L’effettività nel processo, in Processo e tecniche di attuazione dei diritti, Omaggio a Salvatore Mazzamuto a trent’anni dal convegno palermitano, a cura di Grisi, Napoli, 2019, p. 48, per il quale la portata del principio di utilizzabilità delle prove illecite è tanto maggiore quanto più sono intensi i divieti e gravi i precetti che impediscono di ottenere il dato da usare a fini probatori.

[82]V. supra, § 5, e anche Dittrich, op. cit., pp. 70-86; Miccolis, Limiti al diritto alla prova e garanzia costituzionale dell’azione, in Dir. e giur., 1989, pp. 43 ss.

[83]Dittrich, op. cit., p. 86.

[84]Dittrich, op. cit., p. 51.

[85]Così pure sostenevo nel mio precedente scritto del 2010, menzionato supra, nt. 1, suscitando il dissenso di Stella, Il legislatore processuale del 1940 tutela la privacy delle parti (senza saperlo?), cit., p. 952, nt. 26: «Tale conclusione, a ben vedere, non trova riscontro nella disciplina positiva, la quale non richiede affatto (salvo il caso eccezionale previsto dall’art. 60, D. lgs. 196/2003), come peraltro la stessa A. si trova a dover riconoscere, “l’equiordinazione [del diritto fatto valere in giudizio, cui la prova è strumentale] con il diritto alla riservatezza dell’altra parte, leso dalla produzione documentale, al fine di rendere dispensabile il consenso dell’interessato, [talché] il giudice potrebbe ritenere utilizzabile la corrispondenza o l’epistolario, se pure la situazione giuridica soggettiva riconducibile in capo al producente avesse un contenuto prettamente patrimoniale, o fosse comunque di ‘grado’ inferiore rispetto alla privacy dell’autore e del destinatario dello scritto riservato”». Ebbene, l’equiordinazione in discorso non è sicuramente richiesta dalla legge sul diritto di autore, n. 633/1941, ma sembra viceversa rappresentare un criterio seriamente preso in considerazione sia nel Regolamento, sia dal Codice della privacy (nella vecchia e nella attuale formulazione). Ferma la premessa per la quale non sono a tutt’oggi rinvenibili divieti probatori espliciti né nella normativa in materia di protezione dei dati personali, né nel codice di rito, e pur a prescindere dagli orientamenti seguiti dalla giurisprudenza costituzionale di cui si è dato conto nel testo, la conclusione per la quale nel processo qualsiasi violazione della privacy sia consentita, senza che assuma rilievo il tipo di diritto dedotto in giudizio, pur non essendo espressamente esclusa dal legislatore, non sembra neppure da questi suggerita. Tanto è vero che il “caso eccezionale” di cui all’art. 60 Codice della privacy (anche attualmente vigente) è, piuttosto, espressione di un principio generale. Infatti, ai sensi dell’art. 2-undecies, comma 3, Codice della privacy, l’esercizio dei diritti di cui agli artt. da 15 a 22 del Regolamento può «in ogni caso, essere ritardato, limitato o escluso con comunicazione motivata e resa senza ritardo all’interessato, a meno che la comunicazione possa compromettere la finalità della limitazione, per il tempo e nei limiti in cui ciò costituisca una misura necessaria e proporzionata, tenuto conto dei diritti fondamentali e dei legittimi interessi dell’interessato», qualora dall’esercizio di tali diritti possa derivare un pregiudizio effettivo e concreto (fra l’altro) allo svolgimento delle investigazioni difensive o all’esercizio di un diritto in sede giudiziaria.

Viceversa, occorrerebbe ammettere che per provare l’esistenza di un diritto di credito (per ipotesi, avente ad oggetto una somma di denaro di modesta entità e al di fuori di un rapporto di lavoro dipendente) sia ammissibile qualsiasi mezzo di prova, anche se lesivo di diritti fondamentali del preteso debitore. La disposizione si chiude con la previsione che il «titolare del trattamento» informi l’interessato «delle facoltà di cui al presente comma». Nella dimensione processuale, il titolare è l’Ufficio giudiziario procedente in persona del giudice istruttore (come affermano le Sez. un., con sentenza dell’8 febbraio 2011, n. 3034, in relazione all’abrogato art. 46 Codice della privacy: v. infra, nt. 87), l’interessato è la parte dei cui dati personali si tratta. La valutazione dell’utilizzabilità dei dati trattati in violazione della normativa sulla privacy è rimessa al giudice/titolare, salva la possibilità per l’interessato/parte di agire per il risarcimento dei danni (art. 160 Codice).

[86]Navarretta, Bilanciamento di interessi costituzionali e regole civilistiche, cit., 1998, p. 627.

[87]A questo principio non sembrano tuttavia essersi ispirate le Sezioni unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 3034/2011, cit., annotata proprio da Stella, op. cit, e da Caputi, Processo e privacy: l’osservanza del codice di rito come garanzia assoluta di liceità dei dati trattati a fini di giustizia, in Giur. it., 2011, pp. 2515 ss. La Suprema Corte, dopo aver premesso che «le disposizioni che regolano il processo hanno natura speciale in materia di riservatezza, rispetto a quelle generali contenute nel codice della privacy», ha chiarito che «se è astrattamente legittima l’utilizzazione del dato personale altrui a fine di giustizia, e se l’atto processuale che lo contiene risulta essere stato posto in essere nell’osservanza del codice di rito non è configurabile alcuna lesione del diritto alla privacy». Nel caso di specie, pendente un giudizio di divorzio, in accoglimento dell’istanza di parte di ordinare l’esibizione di documenti relativi alle condizioni economiche di uno dei coniugi, il difensore della parte istante notifica ai terzi destinatari dell’ordine la relativa ordinanza del giudice insieme ai verbali di udienza, che avrebbero contenuto dati sensibili sullo stato di salute del coniuge stesso. Questi, dunque, aveva azionato il procedimento di cui all’abrogato art. 152 Codice privacy (nei confronti dei difensori di controparte, che avevano provveduto alla notificazione dell’ordine di esibizione) per chiedere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’ostensione dei propri dati ai terzi (istituti di credito, datore di lavoro ecc.). La Cassazione ha negato in capo al ricorrente il diritto al risarcimento dei danni perché la parte delegata per l’esecuzione del provvedimento del giudice «nella sua nuova qualità di titolare del trattamento dei dati acquisita per effetto del provvedimento del giudice», non ha l’onere «di verificare l’osservanza nel concreto dei principi di correttezza, pertinenza, non eccedenza che devono trovare attuazione nel trattamento dei dati personali». Ebbene, fin qui, nulla da eccepire. Ma sembra che la Corte incappi in una contraddizione quando, da un lato, afferma che l’ordine emanato dal giudice è stato nel caso di specie “incontestabilmente” conforme alla disciplina vigente, dall’altro lato, che la parte avrebbe ben potuto proporre al giudice istruttore eventuali richieste finalizzate ad assicurare «adeguata tutela sul punto» perché nella fase di emanazione del provvedimento adottasse le misure «ritenute utili al riguardo». Il Collegio chiarisce che il ricorso difetta di autosufficienza nella parte in cui è omesso il contenuto dei documenti che sarebbero stati indebitamente trasmessi, e che questa mancanza ha impedito alla Suprema Corte di rilevare un’eventuale violazione dei doveri di correttezza, pertinenza, non eccedenza nel trattamento dei dati, «da effettuare sulla base di un bilanciamento fra le esigenze di difesa e quelle di riservatezza». Con il che, si può forse dire che le parti abbiano legittimamente ottemperato all’ordine del giudice, e che nella veste di meri esecutori materiali non possa essere loro addebitata alcuna violazione della privacy, ma non si può con altrettanta sicurezza affermare che l’ordine del giudice, nel caso di specie, sia stato “conforme alla disciplina vigente” in tema di tutela dei dati personali. Se il titolare del trattamento dei dati delle parti nel processo è (anche, e soprattutto) il giudice, allora è suo preciso obbligo “assicurare adeguata tutela sul punto” tramite l’adozione delle misure “ritenute utili”, che nel caso di specie peraltro sarebbe stato molto semplice assumere (ad es., l’oscuramento, nella copia del verbale notificata ai terzi, dei dati sensibili della parte non pertinenti, non funzionali cioè all’attuazione dell’ordine di esibizione). Se infatti il codice di rito ha natura di disciplina speciale, prevalente in caso di difformità con la normativa in tema di protezione dei dati personali, ciò non significa che quando tale difformità non ci sia, le disposizioni processuali non debbano essere, ove possibile, integrate ed armonizzate con quelle a tutela della privacy. Il processo civile non è una dimensione spazio-temporale dove vige la sospensione dei diritti fondamentali dell’individuo, né il codice di rito, per ovvie ragioni, contiene una disciplina minima e sufficiente per la tutela della privacy delle parti; solo con il d. lgs. n. 196/2003, com’è noto, è stata introdotta qualche accortezza (v. ad es. artt. 137, commi 4 e 5; 139, comma 4; 140; 151, comma 1; 250; 490, comma 3; 570, comma 1) (questa sembra essere anche l’opinione di Caputi, Processo e privacy: l’osservanza del codice di rito come garanzia assoluta di liceità dei dati trattati a fini di giustizia, cit., p. 2518). Una violazione della privacy, nella fattispecie di cui alla sentenza n. 3034/2011, sembra dunque ravvisabile, e con essa il diritto al risarcimento dei danni, che la parte danneggiata avrebbe però dovuto far valere nei confronti non già dei difensori che avevano provveduto a notificare l’ordine giudiziale ai terzi, ma nei confronti del titolare del trattamento (salvo poi stabilire se l’interessato debba agire nei confronti del giudice istruttore, o se nei confronti dell’Ufficio giudiziario, e se o meno ai sensi della l. 13 aprile 1988, n. 117).

[88]Nel provvedimento citato del testo, il Garante esclude che si possa acconsentire «alla richiesta di accesso o di comunicazione da parte di terzi se i dati o il documento sono ritenuti utili dal richiedente per tutelare in giudizio un interesse legittimo o un diritto soggettivo che possono essere anche di rilievo, ma che restano comunque subvalenti rispetto alla concorrente necessità di tutelare la riservatezza, la dignità e gli altri diritti e libertà fondamentali dell’interessato» sì che «nella prevalenza dei casi riguardanti meri diritti di credito» non è accoglibile l’istanza di accesso o di comunicazione, mentre si può «valutare, con cautela, caso per caso, l’effettiva necessità di consentire l’accesso ad una cartella clinica -prima della sua probabile acquisizione su iniziativa del giudice- in caso di controversia risarcitoria per danni ascritti all’attività professionale medica documentata nella cartella».

[89]Trib. Roma 20 gennaio 2017, ispirandosi alla già menzionata Cass., n. 18279/2010, per la quale esiste una “gerarchia mobile” nel bilanciamento di diritto alla prova e di diritto alla privacy, evoca un principio generale della libera utilizzabilità dei dati personali anche di natura sensibile, purché nel rispetto del limite della pertinenza «rispetto alla finalità di difesa in giudizio e di limitazione temporale nella conservazione delle informazioni». Ebbene, nel caso di specie si controverteva sull’affidamento condiviso di una minore, la madre della quale, onde ottenerne l’affidamento esclusivo, produceva in giudizio filmati prodotti dalla telecamera di sicurezza, sita nel proprio appartamento, rirpoducenti immagini del padre della bambina mentre assumeva sostanze stupefacenti proprio durante una visita alla figlia. Il Tribunale di Roma, sulla scorta di un bilanciamento tra gli interessi contrapposti, ovvero la privacy di un genitore e la tutela del minore, conclude per l’utilizzabilità della prova illecitamente formata, poiché avente ad oggetto «condotte del padre potenzialmente pregiudizievoli per la figlia minore, ambito nel quale i poteri di ufficio riconosciuti al giudice procedente superano i limiti del processo dispositivo, permettendo l’acquisizione di ogni elemento idoneo per compiere una corretta valutazione sulla situazione del minore». Il richiamo ai poteri ufficiosi del giudice è improprio ma, a parte questo, non è condivisibile il commento critico di Durello, Sull’inutilizzabilità della prova illecita nei procedimenti in materia di famiglia, in Fam. dir., 2018, pp. 43 ss., la quale invoca disposizioni della Costituzione e del codice penale per inferirne de plano l’inutilizzabilità nel processo civile di una prova documentale illecitamente formata. Da nessuna di queste disposizioni, come si è scritto nel testo, neppure dal principio del giusto processo, può farsi derivare un divieto assoluto e indiscriminato di utilizzabilità delle prove illecite nel processo civile. Appare perciò una mera tautologia l’affermazione per la quale «se il diritto alla riservatezza è inviolabile e l’unica limitazione ammessa dalla Costituzione è l’atto motivato dell’Autorità giudiziaria, al di fuori di quest’eccezione la sua violazione determina l’inutilizzabilità della prova e, in questo modo si eliminano gli effetti processuali della sua violazione; se così non fosse, il diritto alla riservatezza sarebbe violato non soltanto sul piano sostanziale ma anche su quello processuale, poiché il frutto dell’offesa potrebbe essere utilizzato dal giudice al fine della formazione del suo convincimento» (Durello, Sull’inutilizzabilità della prova illecita nei procedimenti in materia di famiglia, cit., p. 47): che il giudice non possa utilizzare il “frutto dell’offesa” per formare il proprio convincimento, è proprio il thema demonstrandum, sinora indimostrato. Né Cass., 8 novembre 2016, n. 22677, pure invocata dall’A. come “precedente difforme”, può valere a sostegno dell’inammissibilità e dell’inutilizzabilità delle prove illecite nel processo civile. La Suprema Corte infatti, dichiarando inammissibile il motivo di ricorso con il quale uno dei genitori (la madre) dei minori si doleva che la Corte d’appello non avesse «acquisito come materiale probatorio alcuni file audio, di proprietà del signor G. e pervenuti in forma anonima alla ricorrente, che contenevano la prova dei condizionamenti che il signor G. esercita sui figli», rilevava che mancava nel caso di specie un difetto di motivazione nella sentenza impugnata, per essersi già implicitamente espresso il giudice a quo «con riferimento a quanto già affermato dalla sentenza di primo grado in tema di inutilizzabilità del materiale probatorio raccolto illecitamente e con riferimento altresì alla irrilevanza delle conversazioni fra i coniugi nel contesto delle acquisizioni probatorie di cui la Corte distrettuale ha potuto disporre al fine di decidere sul regime di affidamento dei figli». Solo incidentalmente la Suprema Corte osserva: «Per altro verso non sembra fondato l’assunto della ricorrente circa la utilizzabilità in un giudizio civile, e a differenza del giudizio penale, del materiale probatorio acquisito mediante sottrazione fraudolenta alla parte processuale che ne era in possesso». Con il che, non sembra affermato un divieto di utilizzazione delle prove illecite nel processo civile, ma piuttosto l’inesistenza di un principio di generale utilizzabilità delle stesse, specialmente in difetto di rilevanza, come nel caso di specie.

[90]Si concorda però con Gradi, op. cit., § 3., nt. 23, il quale ritiene che, pur non essendo nella legge sul diritto di autore richiamato il criterio della “necessità” dell’informazione, la disciplina speciale ivi prevista dovrebbe tuttavia essere integrata alla luce della normativa sulla privacy quando le lettere e i diari contengano informazioni relative alla persona.

[91]Sulla rilevanza della motivazione come garanzia dell’effettiva valutazione giudiziale degli elementi probatori acquisiti nel processo, v. Dittrich, op. cit., p. 30, nt. 42.

[92]Non espressamente previsto da alcuna norma di legge, e sovente ricondotto al dovere di correttezza di cui all’articolo 1175 c.c. (sul segreto bancario come possibile limite all’esibizione istruttoria nel processo civile, v., in senso negativo, Graziosi, op. cit., pp. 172-184; App. Milano, 22 luglio 1997, in Giust. civ., 246; Trib. Napoli, 7 marzo 1996, in Giur. it., 1996, I, 2, pp. 818).

[93]Cordero, op. cit., p. 156.

[94]Cordero, op. cit., pp. 156-157.

[95]Cordero, op. cit., p. 125, nt. 359.

[96]Graziosi, op. cit., pp. 11-18. La doverosità costituzionale dell’istituto di cui all’articolo 210 c.p.c. si spiega, secondo l’A., in virtù sia della opinione «ormai ampiamente consolidata nella nostra dottrina e nella nostra giurisprudenza» (op. cit., p. 15), che riconduce il diritto alla prova al diritto di azione e di difesa di cui all’art. 24 Cost., sia della riflessione che il diritto di far acquisire un documento di cui la parte non dispone trova l’unica garanzia proprio nel meccanismo esibitorio, «espressione tecnica ineliminabile del diritto alla prova delle parti».

[97]V. supra, § 6, nonché Graziosi, op. cit., p. 17.

[98]Graziosi, op. cit., pp. 17, 44 e 104.

[99]Graziosi, op. cit., p. 114.

[100]Testualmente: «Il terzo può sempre fare opposizione contro l’ordinanza di esibizione, intervenendo nel giudizio prima della scadenza del termine assegnatogli». L’art. 211 c.p.c. predispone la tutela dei diritti del terzo destinatario dell’ordine di esibizione, affidandola al giudice istruttore che «deve cercare di conciliare nel miglior modo possibile l’interesse della giustizia col riguardo dovuto ai diritti del terzo». Più che di un terzo limite positivo, si tratta dell’esplicitazione di maggiori garanzie per colui che è estraneo ai giochi processuali, ma che vi si trova suo malgrado coinvolto per essere in possesso di un mezzo di prova necessario per la decisione giudiziale (v. La China, L’esibizione delle prove nel processo civile, Milano, 1960, pp. 225-227). Nella chiave di lettura qui impiegata, ossia la tutela della privacy, è evidente che il «riguardo dovuto ai diritti del terzo» non significa altro che una particolare e più intensa ponderazione da parte dell’ordinante degli interessi rilevanti: il giudice cioè non dovrà arrestare la sua analisi alla soglia della gravità del danno, ma avanzarla alle probabili conseguenze anche solo lievi che il terzo subirà dall’adempimento al comando di esibizione. La norma non indica un ulteriore limite lo si ripete, ma esorta il decidente ad adottare peculiari cautele in favore dell’esibente, che si trova ad essere, tra i litiganti, il terzo che non gode affatto, ma anzi tollera una lesione al diritto alla riservatezza di cui è titolare per soddisfare «l’interesse della giustizia».

[101]Per quanto riguarda il segreto bancario, la giurisprudenza non lo ritiene ostativo dell’ordine di esibizione, non rientrando suddetta figura nell’ambito degli artt. 200, 201 e 202 c.p.p. (richiamati dall’art. 118, comma 1, c.p.c., cui a sua volta rinvia l’art. 210, c.p.c.) che esentano dall’obbligo a deporre su quanto è coperto dal segreto professionale, di ufficio o di Stato coloro che ne sono depositari. Non si configura perciò una responsabilità della banca nei confronti del cliente idonea ad integrare il grave danno, alla cui presenza è inibita al giudice l’emanazione dell’ordine di esibizione (cfr. App. Milano, 22 luglio 1997, cit., 246; Trib. Napoli, 7 marzo 1996, cit., 818).

[102]La China, L’esibizione delle prove nel processo civile, cit., pp. 215-217. L’A. prosegue chiarendo che se il processo non è invece volto ad accertare il fatto idoneo a causare il danno grave, il giudice è libero di ritenere sì necessaria l’esibizione, ma irrilevante tale necessità se bisogna anche evitare il danno grave (op. cit., 217-218); Graziosi, op. cit., pp. 123-138, identifica il grave danno con il pregiudizio che consegue alla divulgazione delle notizie contenute nel documento, e a questo proposito distingue a seconda che il documento rappresenti fatti principali o fatti secondari. Nel primo caso, la divulgazione del fatto principale non potrà ricostruirsi come un danno giuridicamente rilevante perché «la diffusione di quelle notizie è ritenuta lecita e inevitabile dalla legge per il corretto esercizio dell’attività giurisdizionale» (op. cit., p. 131). Diversamente, se il fatto rappresentato dal documento ha natura secondaria, il giudice potrà valutare l’opportunità di non ordinare l’esibizione se dalla divulgazione di quel fatto possa derivare un grave danno alla parte o al terzo (op. cit., p. 132). Laddove, poi, il grave danno consista nel pregiudizio causato dalle modalità formative del documento (op. cit., pp. 138-148), secondo l’A. esso si verificherà necessariamente quando sia disposta l’esibizione di un documento formato per il proprio esclusivo uso personale e destinato a rimanere confinato nella propria sfera privata (ad es., un diario), «indipendentemente da quali fatti (principali o secondari) siano stati rappresentati» in quel documento (op. cit., p. 142).

[103]Ad avviso di La China, op. cit., pp. 198-199, il giudizio di necessarietà e quello di rilevanza hanno contenuti diversi. Secondo Graziosi, op. cit., pp. 159-165, spec. nt. 101, invece, il requisito della necessarietà previsto dall’art. 210 c.p.c. equivale a quello della rilevanza di cui all’art. 184 c.p.c. (nella sua formulazione antecedente la novella del 2005).

[104]Ritiene Graziosi, op. cit., pp. 165 ss., che l’indispensabilità dell’ordine giudiziale di esibizione sia autonomo presupposto di ammissibilità del mezzo istruttorio, in virtù del richiamo all’art. 118 c.p.c. presente nell’art. 210 c.p.c. Il giudice non potrebbe perciò ammettere l’esibizione giudiziale di documenti che la parte possa procurarsi da sola, assolvendo l’onere probatorio che grava su di essa, con la precisazione che «L’esibizione giudiziale deve apparire indispensabile, perché è l’unico modo per conseguire l’acquisizione al giudizio di una certa prova precostituita, non perché è l’unica prova che la parte può utilizzare per provare certi fatti» (op. cit., p. 168). Così è sembrato al giudice di legittimità penale (Cass. pen., 29 marzo 2011, n. 35383), che ha ritenuto insussistente la “giusta causa” di cui all’art. 616, comma 2, c.p., a favore di colui che sottrae la corrispondenza bancaria inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione, per la ragione che nel caso di specie la produzione in giudizio della documentazione bancaria sottratta al coniuge non era l’unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge-controparte, potendo il giudice civile, ad istanza di parte, ordinare ex art. 210 c.p.c. all’altra parte o ad un terzo l’esibizione di documenti di cui ritenga necessaria l’acquisizione al processo.

[105]In particolare, Comoglio, op. cit., p. 578, avverte che il potere discrezionale del giudice di ordinare l’esibizione non deve mai «sanare, con funzione vicaria e sostitutiva, il mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del litigante onerato; né, per chi la propone, l’istanza comporta, di per sé, alcuna volontaria inversione o modificazione degli stessi oneri di prova, non implicando mai una rinunzia inequivoca al beneficio della regola di giudizio (actore non probante reus absolvitur), ricavabile dall’art. 2697 c.c.».

[106]V., per tutti, Comoglio, op. cit., pp. 587-592; Graziosi, op. cit., pp. 195-198; Taruffo, Il diritto alla prova nel processo civile, in Riv. dir. proc., 1984, pp. 94-96.

[107]In dottrina è comunemente esclusa la ammissibilità del sequestro giudiziario ex art. 670, 1° comma, n. 2, c.p.c., per ovviare alla inottemperanza dell’ordine di esibizione emanato dal giudice o per supplire alla mancanza di prova sull’esistenza di un documento del quale si voglia chiedere l’esibizione: v. Angeloni, op. cit., p. 101; Comoglio, op. cit., pp. 570-572; Graziosi, op. cit., pp. 355 ss., spec. pp. 379-381.

[108]Gradi, op. cit. § 4., ritiene che la necessità in discorso possa ravvisarsi quando si tratti di provare un fatto principale (non già secondario) e quando la prova non possa ottenersi altrimenti. G. poi (§ 9.) invoca un intervento normativo volto a introdurre un divieto di utilizzazione processuale delle prove «contenenti dati sensibili non necessari o impiegati per tutelare un diritto di rango inferiore a quello dell’interessato, così come un divieto probatorio in merito al deposito in giudizio dei risultati di test genetici eseguiti in proprio da una delle parti».

[109]V. se vuoi, Contrino – Ronco, Prime riflessioni e spunti in tema di protezione dei dati personali in materia tributaria, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte EDU, in Dir. e prat. trib. intern., 2019, pp. 599 ss., spec. pp. 605 ss.

[110]V. Cass., 19 dicembre 2019, n. 34113; Cass. 21 ottobre 2019, n. 26778 (in entrambe il riferimento normativo ratione temporis è l’art. 3 Codice privacy previgente).

[111]V. supra, § 6, nt. 81.